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I socialisti hanno tradito il Vecchio Continente

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Craxi profeta: “L’Europa per noi, nella migliore delle ipotesi, sarà un limbo e nella peggiore un inferno”

C’è aria di elezioni, ormai, sia in Italia, sia in altri Paesi europei.

Come sempre accade ci si agita in anticipo, si predispongono cordate, si riesumano vecchi schemi e se ne inventano di nuovi, ma cosa accadrà la primavera prossima in Francia o in autunno in Italia è presto dirlo e i sondaggi, come al solito, danno per scontato quello che scontato non è e servono a orientare.

In Italia si dà per scontato che esista un Campo Largo unito e che questo sia in grado di darsi un leader che soddisfi tutte le anime riformiste, populiste, radical chic.

Conte? Schlein? Mia nonna?

La politica internazionale avrà un peso non indifferente nell’orientare le masse degli elettori e a questo riguardo niente è dato per scontato.

La guerra in Ucraina ci sarà ancora?

Il confronto con l’Iran ci sarà ancora?

La politica estera spacca gli schieramenti.

Ciò che, invece, è certo, ed è un dato incontrovertibile, è che i socialisti hanno tradito il Vecchio Continente e si sono consegnati, armi e bagagli, alla finanza speculativa, globalista e impositrice del Green Deal, il cancro che sta ammazzando l’Europa.

Frans Timmermans, esponente di spicco del Partito Socialista europeo (S&D), è stato il principale artefice e volto politico dell’European Green Deal. Come Vicepresidente esecutivo della Commissione Europea ha guidato l’agenda climatica dal 2019 al 2023 e ha strutturato le politiche di transizione ecologica con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

A ereditare da Timmermans la follia green è arrivata la socialista iberica Teresa Ribeira, la quale ha assunto il ruolo di Vicepresidente esecutiva della Commissione Europea con la delega alla Transizione pulita, giusta e competitiva, portando avanti i principi del Green Deal.

Il tradimento dei socialisti è un dato di fatto che non conosce scusanti e non consente a nessuno di camuffarsi con abiti trasformisti dell’ultima ora. In Italia i socialisti sono finiti, più o meno, in due contenitori: il PD e Forza Italia, tutti e due correi, ancora oggi e senza scuse, dei disastri che riguardano il Vecchio Continente.

I socialdemocratici tedeschi hanno tradito per primi, mandando a gambe all’aria la svolta di Bad Godesberg nel senso che il partito ha continuato a evolversi (o a spostarsi) sotto pressioni reali: globalizzazione, invecchiamento popolazione, concorrenza asiatica, crisi euro.

Risultato: declino elettorale dei partiti socialdemocratici in gran parte d’Europa (SPD intorno al 15 – 20% in vari periodi recenti), con perdita di voti verso sinistra radicale (Die Linke, ecc.) e destra populista (AfD, che raccoglie ex-operai delusi).

Bettino Craxi

Del fallimento delle politiche comunitarie è stato profeta l’ultimo leader autenticamente socialista e con caratteristiche di statista, ossia Bettino Craxi, segretario del PSI, Presidente del Consiglio negli anni ’80, il quale ha espresso critiche significative all’Unione Europea emersa dal Trattato di Maastricht (firmato il 7 febbraio 1992), soprattutto negli anni successivi, durante il suo esilio ad Hammamet (Tunisia).

Da Presidente del Consiglio (1983-1987), Craxi sostenne attivamente l’integrazione europea: contribuì al rilancio della CEE con l’Atto Unico Europeo (mercato unico) e difese gli interessi italiani.

Era un europeista convinto, ma con una visione “sociale” dell’Europa, attenta a disoccupazione, redistribuzione e sovranità nazionale.

Dopo la firma di Maastricht (avvenuta sotto il governo Andreotti, con De Michelis e Carli), e soprattutto negli anni ’90, Craxi diventò molto critico verso i parametri di convergenza (rapporto deficit PIL sotto il 3%, debito pubblico controllato, inflazione bassa), visti come rigidi e ideologici. Questi parametri preparavano l’Unione Economica e Monetaria (euro).

Le sue dichiarazioni più note, riprese spesso sui media e social, provengono da interventi del 1997.

L’Unione Europea, disse Craxi, «si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre… L’Europa per noi, nella migliore delle ipotesi, sarà un limbo e nella peggiore delle ipotesi, invece, un inferno».

Craxi invitava l’Italia, come grande Paese, a pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht, perché, diceva, i parametri non sono “regole divine”: «I parametri di Maastricht non si compongono di regole divine. Non stanno scritti nella Bibbia. Non sono un’appendice ai dieci comandamenti. I criteri con i quali si è oggi alle prese furono adottati in una situazione data, con calcoli e previsioni date. L’andamento di questi anni non ha corrisposto alle previsioni dei sottoscrittori. La situazione odierna è diversa da quella sperata. Più complessa, più spinosa, più difficile da inquadrare se si vogliono evitare fratture e inaccettabili scompensi sociali. Poiché si tratta di un Trattato […] può essere rinegoziato, aggiornato, adattato alle condizioni reali».

I parametri erano, così come sono, astratti e rigidi, basati su previsioni economiche che non si erano realizzate e avrebbero impedito agli Stati di usare strumenti di politica economica nazionale (sovranità fiscale e monetaria) per gestire crisi, disoccupazione e squilibri sociali.

L’Europa, secondo Craxi, rischiava di diventare tecnocratica e neoliberale, senza sufficiente dimensione sociale e democratica.

Il leader socialista si definì “europessimista” più che euroscettico, sostenendo comunque l’integrazione, ma in forme diverse, con flessibilità e attenzione agli interessi nazionali. Criticò anche l’asse franco-tedesco come pericoloso per l’equilibrio europeo.

Craxi non era anti-europeista, ma voleva un’Europa più pragmatica, rinegoziabile e socialmente equilibrata, non la dissoluzione dell’integrazione.

Le sue parole, pronunciate in esilio dopo Tangentopoli, riflettono anche la delusione per la perdita di sovranità percepita dall’Italia in un momento di debolezza politica interna.

In sintesi, la critica di Craxi a Maastricht si concentrava sulla rigidità dei criteri economici, sul rischio di scompensi sociali e sulla necessità di flessibilità e rinegoziazione, pur restando nell’alveo di un europeismo pragmatico e “socialista”.

Il problema che poneva Craxi è strettamente legato ad un antefatto sistemico che riguarda i socialisti europei, i quali hanno tradito il programma di Bad Godesberg per darsi, armi e bagagli, alla finanza speculativa che ha imposto le logiche green che stanno disastrando il Vecchio Continente.

Il congresso SPD di Bad Godesberg (13-15 novembre 1959) rappresentò una svolta decisiva: i socialdemocratici tedeschi abbandonarono formalmente il marxismo ortodosso (lotta di classe come motore esclusivo, nazionalizzazioni come obiettivo primario, determinismo economico). Accettarono l’economia sociale di mercato, la proprietà privata (purché non ostacoli la giustizia sociale), la democrazia parlamentare e un socialismo etico basato su libertà, giustizia e solidarietà.

Da partito di classe operaia SPD divenne Volkspartei (partito popolare). La svolta aprì la strada a Willy Brandt e alla Ostpolitik.

Il welfare era un pilastro della socialdemocrazia post-Godesberg: Stato regolatore, ridistribuzione, protezione sociale. Tuttavia, negli anni ’90 – 2000 molti partiti socialdemocratici europei (SPD con Gerhard Schröder, New Labour di Blair, ecc.) adottarono elementi della “Terza Via” o “Neue Mitte”: flessibilizzazione del mercato del lavoro, contenimento della spesa, attivazione dei disoccupati.

In Germania, l’Agenda 2010 (Hartz IV e riforme correlate) tagliò i sussidi di disoccupazione, rese più facili i licenziamenti in certi casi e creò un vasto settore di mini-jobs/low-wage. L’obiettivo era combattere la stagnazione e l’alto costo del lavoro post-riunificazione.

Economicamente ebbe successo, in quanto la Germania uscì dalla “malattia europea” e divenne locomotiva export-oriented, ma politicamente fu un trauma per la base SPD: molti elettori operai si sentirono traditi, nacque Die Linke e il partito perse consensi a lungo termine.

È questo il “tradimento”? Sì, soprattutto se lo colleghiamo alla delocalizzazione in Cina, all’adesione al globalismo, alle politiche green e alla costruzione della Germania come general contractor europeo in versione IV Reich economico.

La Mitbestimmung (legge 1976) era un pilastro della socialdemocrazia tedesca e prevedeva la presenza dei rappresentanti dei lavoratori nel consiglio di sorveglianza delle grandi imprese (parità quasi totale sopra i 2000 dipendenti) e Betriebsräte (consigli di fabbrica) con diritti di co-decisione su orari, assunzioni, ecc…

Era democrazia economica post-bellica, non esattamente “socialista rivoluzionaria”, ma un compromesso tra capitale e lavoro che ha contribuito alla pace sociale e alla competitività renana.

Oggi la Mitbestimmung è sotto pressione. Solo il 7% circa delle imprese idonee ha ancora un consiglio di fabbrica attivo (calo dal 50% degli anni ’90).

Molte aziende aggirano le regole con forme societarie europee (SE) o delocalizzazioni. Declino dei sindacati e frammentazione del lavoro (gig economy, servizi) la erodono.

La Mitbestimmung, dunque, non è stata “abolita”, ma indebolita dai cambiamenti strutturali dell’economia.

I socialdemocratici “hanno tradito” Bad Godesberg nel senso che il partito ha continuato a evolversi (o a spostarsi) sotto pressioni reali: globalizzazione, invecchiamento popolazione, concorrenza asiatica, crisi euro.

Il risultato del tradimento è il declino elettorale dei partiti socialdemocratici in gran parte d’Europa (SPD intorno al 15 – 20% in vari periodi recenti), con perdita di voti verso sinistra radicale (Die Linke, ecc.) e destra populista (AfD, che raccoglie ex-operai delusi).

Se guardiamo all’andamento storico del Partito socialista europeo (PES/PSE) e del suo gruppo S&D al Parlamento Europeo da Maastricht (1992) a oggi, non si può non notare che i socialdemocratici, che erano storicamente una delle forze dominanti, hanno registrato un declino progressivo a livello europeo, pur mantenendo ruoli governativi in diversi Paesi.

I socialisti erano la prima o seconda forza fino agli anni 2000, spesso in competizione con il PPE (Popolari). Dal 2009-2014 in poi hanno perso terreno a favore di liberali (Renew), verdi, sinistra radicale e soprattutto destra/euroscettici (ECR, ID/PfE, ESN).

Nel 2024 il gruppo S&D era il secondo (dopo EPP), ma con peso ridotto.

In Germania, non ci sono elezioni federali (Bundestag) imminenti. L’ultima si è tenuta nel 2025 e la prossima è prevista entro marzo 2029 (probabilmente in primavera), ma ci sono elezioni regionali (Landtag) nei prossimi mesi: il 6 settembre in Sachsen-Anhalt, il 20 settembre a Berlino e Mecklenburg-Vorpommern.

I sondaggi, per quel che valgono, danno l’AfD nettamente in testa.

Sachsen-Anhalt (6 settembre), sondaggio INSA più recente (luglio 2026, ~3 luglio):

AfD: 41%

CDU: 23-24%

Linke: 13-14%

SPD: 5-6%

BSW: 4-5%

Grüne/FDP/Sonstige: ~4% ciascuno (rischio soglia 5%)

L’AfD è stabile intorno al 40% da mesi, con CDU in calo. Molto difficile formare una maggioranza senza di lei.

Berlin (20 settembre) – INSA/NIUS (luglio 2026, 14-21 luglio):

AfD: 19% (prima volta in testa)

CDU: 18%

Linke: 18%

Grüne: 16%

SPD: 13%

FDP/BSW: 4% ciascuno (fuori)

Mecklenburg-Vorpommern (20 settembre). Infratest dimap/NDR (luglio 2026):

AfD: 36%

SPD: 29%

Linke: 12%

CDU: 9%

Grüne: 5%

BSW: 4%

Sonstige: 5%

Come si può arguire dal panorama complessivo, per i socialisti il tradimento della Bad Godesberg e di un’Europa unita come la pensava Bettino Craxi significa una penalizzazione notevole, che potrebbe a breve metterli fuori gioco.

Tradire porta male.

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Elly, dal Campo Largo al Campo Draghi

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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