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Lepore ha aperto il vaso di Pandora

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Il fallimento di Berlinguer sui cancelli della FIAT – Il filo rosso che lega la sinistra antagonista attuale con quella della “rivoluzione mancata” e della “Resistenza tradita”

I Carcanello di congiunzione della catena ininterrotta del filone antagonista – L’errore di Bettino Craxi

C’è una prima piazza pacifica e democratica, seguita da una seconda piazza violenta? No.

La prima piazza, quella chiamata a manifestare dal sindaco di Bologna, è la riunione di una folla anti Stato, in quanto, senza avere alcuna cognizione delle dinamiche dell’evento, pregiudizialmente delegittima la polizia e la Croce Rossa Italiana, afferma che lo Stato è violento e che la morte del marocchino è un omicidio di Stato.

La logica della folla riunita dal sindaco è quella per la quale lo Stato è per sua natura antidemocratico, la polizia e i carabinieri sono per loro natura violenti e la giustizia è garantita dalle folle.

Il pensiero retrostante è lo stesso di sempre: lo Stato è borghese, si abbatte e non si cambia. Lo Stato si sopporta e si usa se a governarlo ci sono gli ispiratori delle folle, altrimenti è violento e fascista.

Dietro le quinte c’è la logica che ha ispirato Seniga, Feltrinelli, le formazioni della sinistra extraparlamentare, i cui membri sono diventati dominanti nella sinistra.

Il problema è che la violenza squadrista dei fascisti, così come la logica totalitaria della manipolazione delle folle, è stata ereditata dalla sinistra anti Stato, la quale si è infiltrata nello Stato, per usarlo, riservandosi la piazza della folla come arma di ricatto.

Lepore, invitando la folla a scendere in piazza, ha scoperchiato il Vaso di Pandora di un mondo antidemocratico e anti istituzionale e ha messo a nudo l’anima dittatoriale e, in alcune componenti, eversiva di una sinistra che vive con i fantasmi della rivoluzione mancata e della Resistenza tradita.

fasssssasisti

A fornirci l’anello di congiunzione tra i vari momenti storici della sinistra antagonista, gruppettara e eversiva sono le dichiarazioni dei CARC (Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza per il Comunismo).

L’anello di congiunzione risale al 1980, con il fallimento della politica di Enrico Berlinguer, schiantatasi sui cancelli della FIAT, là trascinato dal bolognese Claudio Sabattini, segretario della FIOM, dopo essere stato protagonista della trasformazione, in terra bresciana, della FLM in partito politico antagonista, con la connivenza di una parte del mondo cattolico.

È in terra bresciana che nascono i germi della fine politica di Berlinguer e del suo compromesso storico e gli anelli della prosecuzione della sinistra antagonista e il protagonista di questa impresa destrutturante del compromesso storico è stato Claudio Sabattini.

Per capire la vicenda bresciana (che è vicenda nazionale a tutti gli effetti) può essere utile il mio libro

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/45394/il-sindacato-antagonista/?fbclid=IwY2xjawTQGgRwZG9mAWV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR4RNPpo9CL5PFiJnZEeiI2qQufFq5FVpnShEgwY4R6xiia2Rwj1sTv78oxLOw_aem_qPZgHMkPXC94h7IKgWk5eQ

Tenere ferma la lente di ingrandimento su Claudio Sabattini è importante per comprendere quello che vado proponendo come elemento di riflessione.

Claudio Sabattini, bolognese, sindacalista della FIOM-CGIL è stato uno dei protagonisti delle lotte operaie alla Fiat tra gli anni ’70 e l’autunno 1980.

Durante la vertenza FIAT del 1980 (i “35 giorni” di lotta contro i licenziamenti e la ristrutturazione), Enrico Berlinguer (segretario del PCI), portato da Claudio Sabattini, parlò davanti ai cancelli di Mirafiori.

Nel settembre-ottobre 1980 la FIAT annunciò migliaia di licenziamenti e cassa integrazione, scatenando una durissima vertenza. I sindacati (CGIL, CISL, UIL) e la sinistra operaia organizzarono picchetti e assemblee ai cancelli. C

laudio Sabattini, figura di spicco della sinistra sindacale, guidò gran parte della mobilitazione FIOM. Berlinguer si recò a Mirafiori il 26 settembre 1980 e tenne un comizio di solidarietà agli operai davanti ai cancelli, sostenendo la lotta e paragonandola in certi aspetti alle esperienze internazionali (come Solidarnosc).

Sabattini e altri sindacalisti furono coinvolti nell’organizzazione della presenza di Berlinguer e nella gestione della vertenza.

In testimonianze successive Sabattini ha sottolineato l’importanza di quel gesto di solidarietà del PCI, pur riconoscendo limiti strategici della lotta (la vertenza si concluse con un accordo ritenuto sfavorevole per gli operai, seguito dalla celebre “Marcia dei 40.000” quadri e impiegati a favore della FIAT).

Quando Sabattini arrivò a Torino alla fine degli anni ’70, portò con sé l’impostazione maturata tra la siderurgia bresciana e la segreteria nazionale della FIOM con Bruno Trentin: l’idea che il sindacato non dovesse mai arrendersi alla ristrutturazione aziendale subendola passivamente.

Fu proprio quella rigidità negoziale e ideologica a portare allo scontro frontale con l’amministratore delegato della FIAT, Cesare Romiti, nel settembre del 1980.

Sui cancelli della FIAT Enrico Berlinguer buttò alle ortiche l’eurocomunismo e tutta la sua strategia iniziata nel settembre 1973, quando lanciò ufficialmente la proposta del compromesso storico con una serie di tre articoli sulla rivista Rinascita, scritti in reazione al colpo di Stato in Cile dell’11 settembre 1973.

Berlinguer propose allora un’alleanza strategica tra le grandi forze popolari italiane – in particolare PCI, DC e PSI – per difendere la democrazia, affrontare la crisi economica e attuare riforme strutturali, evitando derive autoritarie come quella cilena.

La strategia fu poi sviluppata negli anni successivi (fino al 1976 – 1979 circa), portando a governi di “solidarietà nazionale” con l’appoggio esterno del PCI, ma non si tradusse mai in un vero compromesso organico di lungo periodo, anche per l’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse.

Il 3 marzo 1977, Enrico Berlinguer, Santiago Carrillo (PCE, Partito Comunista Spagnolo) e Georges Marchais (PCF, Partito Comunista Francese) si incontrarono a Madrid e presentarono le linee fondamentali di una “nuova forma” di comunismo occidentale, autonoma da Mosca, democratica e pluralista che fu poi sinteticamente denominata “eurocomunismo”.

Berlinguer aveva avviato da tempo un percorso di distanziamento dal modello sovietico, con momenti chiave. Nel 1975 Berlinguer fece una dichiarazione congiunta con Carrillo a Livorno (11 luglio) sulla via democratica al socialismo in Europa occidentale.

Nel febbraio 1976 Berlinguer tenne un discorso al XXV Congresso del PCUS a Mosca, in cui sottolineò il pluralismo, la democrazia e la via italiana al socialismo e nel giugno dello stesso anno ebbe un incontro con Marchais a La Villette (Parigi), dove accennò per la prima volta al termine “eurocomunismo”.

L’incontro di Madrid del 1977 rappresenta quindi il momento di ufficializzazione dell’eurocomunismo come progetto comune dei tre principali partiti comunisti occidentali.

In un’intervista rilasciata a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera (giugno 1976), Berlinguer dichiarò di sentirsi sicuro sotto l’ombrello della Nato e spiegò che, poiché l’Italia non faceva parte del Patto di Varsavia, il PCI poteva perseguire la «via italiana al socialismo» senza condizionamenti sovietici. Berlinguer vedeva la NATO come uno scudo protettivo che garantiva spazio per un percorso democratico e indipendente dal blocco orientale.

La strategia del compromesso storico e dell’eurocomunismo ebbe contrarietà interne e internazionali, che attuarono la strategia della tensione, con le stragi: Brescia, 28 maggio 1974 (fascista? o come sostennero alcuni fin dall’inizio guidata da manine straniere), Italicus, 4 agosto 1974 (fascista? O dovuta a manine straniere?).

Non bastando gli avvertimenti contrari al compromesso storico, qualcuno pensò bene di eliminare Enrico Belinguer. Il 3 ottobre 1973 a Sofia, in Bulgaria, si verificò un grave incidente stradale che lo coinvolse. Molti lo considerano un tentato omicidio orchestrato dai servizi segreti bulgari (e forse sovietici).

Alla fine, la chiusura della fase si ebbe con l’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, eterodirette, come molti analisti sostengono e come è ampiamente messo in evidenza da una vasta letteratura.

Morto Moro e fallita una strategia alla quale Berlinguer aveva dedicato gli anni migliori della sua leadership politica, il segretario del PCI, invece di marciare decisamente verso la Bad Godesberg socialdemocratica gettò alle ortiche l’eurocomunismo e decise di ripiegare su una linea politica che lo portò a schiantarsi sui cancelli della Fiat.

Nel settembre 1980, come abbiamo già scritto, la FIAT annuncia 14.400 licenziamenti (poi convertiti in Cassa Integrazione Guadagni per 23.000 lavoratori).

È l’inizio di uno sciopero ad oltranza con il blocco totale dei cancelli dello stabilimento di Mirafiori. A guidare la vertenza per la FIOM (il sindacato dei metalmeccanici della CGIL) c’è Claudio Sabattini, segretario generale torinese.

Sabattini (a Brescia dal 1974 al 1977 con la FLM e poi in segreteria nazionale della FIOM) rappresenta l’ala più intransigente del sindacato, convinto che cedere sui licenziamenti significhi smantellare le conquiste operaie dell’Autunno Caldo del 1969. Il 26 settembre Enrico Berlinguer si presenta di persona davanti alla Porta 5 di Mirafiori per parlare agli operai in presidio.

In quel discorso pronuncia una frase destinata a rimanere celebre, ma anche al centro di enormi polemiche: “Se il sindacato deciderà l’occupazione della fabbrica, il PCI vi sosterrà in tutti i modi.”

Berlinguer pensando di stringere un legame indissolubile tra il PCI e la classe operaia tradizionale, nel momento in cui il partito era finito all’opposizione dopo la fine della “solidarietà nazionale”, si rese prigioniero delle logiche di Sabattini, decidendo così la sua fine politica.

Dopo più di un mese di blocchi e cancelli presidiati, la situazione economica e sociale a Torino divenne insostenibile. La spaccatura all’interno del mondo del lavoro esplose il 14 ottobre.

Migliaia di persone: quadri, dirigenti, impiegati, ma anche molti operai stanchi dello sciopero prolungato, scesero in piazza sfilando in silenzio con lo striscione “Vogliamo la trattativa, non la morte della FIAT”.

Per la prima volta nella storia repubblicana, una piazza scendeva in manifestazione contro lo sciopero e contro la linea della FIOM.

La marcia dei 40 mila costrinse i sindacati alla resa immediata. Il giorno stesso venne firmato l’accordo: la FIAT ritirò i licenziamenti, ma la cassa integrazione per 23.000 lavoratori rimase e si trasformò, nei fatti, in un’espulsione definitiva dal ciclo produttivo.

Sui cancelli di Mirafiori finì la strategia di Claudio Sabattini e finì la stagione politica di Enrico Berlinguer, il quale, sconfitto politicamente si rifugiò nella peggiore delle regressioni alla quale in politica si possa dar luogo: la «questione morale», che diventò centrale nella politica italiana a partire dal 1980 – 1981.

La questione morale stabiliva uno spartiacque antropologico tra Bene e Male.

In una celebre intervista a Eugenio Scalfari su “La Repubblica”, Berlinguer formalizzò in modo organico la sua teoria, denunciando la metamorfosi e il degrado del sistema partitico italiano.

Per Berlinguer, la questione morale non era una semplice richiesta di onestà personale o un richiamo moralistico a “scovare i ladri e metterli in galera”. Era una critica politica al funzionamento delle istituzioni.

Ironia della sorte, tutte le critiche di Berlinguer al sistema politico degli anni Ottanta del secolo scorso sono state poi rese ereditabili dal sistema di potere nato all’ombra dell’Ulivo e dell’accordo cattocomunista che ha gestito la Seconda Repubblica.

I partiti politici di governo (in primis la Democrazia Cristiana e i suoi alleati), secondo Berlinguer, avevano smesso di essere strumenti di partecipazione popolare. Erano diventati “macchine di potere e di clientela” che avevano occupato la pubblica amministrazione, le banche, gli enti locali, le università, i giornali e la RAI TV.

Senza un orizzonte ideale, la politica si era ridotta alla gestione di “interessi disparati, talvolta loschi”. Le scelte non venivano fatte per il bene comune, ma per alimentare le correnti interne e i signorotti locali (i “boss” e “sotto-boss”). Berlinguer rivendicava per il PCI una “diversità” morale e strutturale rispetto agli altri partiti.

Da questa teorizzazione della questione morale ne conseguì la proposizione dell’Alternativa Democratica: costruire un’alternativa di governo senza la DC, basata sull’alleanza con le forze riformiste e sul risanamento etico delle istituzioni.

Berlinguer, invece di proseguire con l’eurocomunismo, alleandosi con i socialisti e accogliendo la svolta di Bad Godesberg come linea politica, si arroccò nella diversità ontologica del Pci e antropologica dei suoi militanti.

Dalla politica Berlinguer era finito in un’ideologia para religiosa che fu la sua fine.

Ironia della sorte, chi condusse il Partito comunista nelle sue successive evoluzioni fece con la DC il patto dell’Ulivo, inaugurando la stagione cattocomunista.

In relazione alla vicenda della Fiat troviamo la testimonianza dell’anello di congiunzione che lega la logica antagonista di una parte del mondo comunista che va da Seniga a Sabattini e che arriva nelle piazze di giorni nostri.

La testimonianza la ricavo direttamente dalla fonte (https://www.carc.it/chi-siamo/), il sito dei CARC.

“La storia della Carovana del (n)PCI – si legge nel sito dei CARC (Comitati di Appoggio ai Resistenti per il Comunismo, ndr) inizia negli anni ’80 del secolo scorso. […].

La sconfitta subita degli operai della FIAT nel 1980 ha dato il via all’attacco dispiegato delle conquiste e dei diritti nelle fabbriche e fuori; la disfatta delle BR a causa della deriva militarista in cui erano precipitate dopo aver abbandonato il proposito di ricostruire il partito comunista, la conseguente campagna repressiva di massa (arresti, leggi speciali “antiterrorismo” di Kossiga, carceri speciali e braccetti della morte, tortura e uccisione di militanti rivoluzionari: il 28.03.1980 i reparti speciali dei carabinieri di Dalla Chiesa freddano quattro membri delle BR in via Fracchia a Genova); il PCI e la CGIL collaborano attivamente con il regime DC (“unità nazionale”) nella repressione di massa e nell’attacco alle conquiste dei lavoratoti (“politica dei sacrifici”). Sono gli anni del pentitismo (Patrizio Peci, arrestato nel 1980, sarà il primo di una lunga serie) che porterà in carcere centinaia di militanti delle BR e di altre organizzazioni combattenti e di compagni che avevano solidarizzato o collaborato con loro; dell’avvio della dissociazione dalla lotta di classe (“siamo stati sconfitti, la borghesia ha vinto”, “non è possibile fare la rivoluzione”, “la classe operaia non è un soggetto rivoluzionario”, “il mondo è cambiato”: discorsi che ancora sentiamo ripetere dalla sinistra borghese). A livello internazionale i paesi socialisti, sotto la guida dei revisionisti alla Kruscev e Den Xiaoping, andavano sempre più alla deriva, la Cina e il Vietnam erano in guerra tra loro. Il movimento comunista artefice delle grandi conquiste economiche, politiche e sociali dei 50 anni precedenti viveva una crisi profonda”.

“È in questo contesto – si legge sul sito dei CARC – che inizia il percorso di cui fanno parte il P.CARC e il (n)PCI. È una strada che si apre e si snoda lungo gli ultimi 35 anni della storia del nostro paese. O meglio, una pista che viene aperta e consolidata man mano che il gruppo di testa avanza. Il gruppo di testa per un certo periodo si è chiamato Redazione di Rapporti Sociali (1985), poi CARC (1992), poi Commissione Preparatoria (CP) del congresso di fondazione del (nuovo) Partito comunista italiano (1999) e dal 2004 (n)PCI”.

Cosa dicono i CARC a proposito della vicenda di Bologna?

Dicono che la morte di Fakir è un omicidio frutto della “macchina repressiva e omicida” e della logica di un sistema al servizio di padroni, speculatori e guerrafondai.

I CARC hanno aderito e partecipato alle proteste, chiamano a partecipare e affermano che “tutte le forme in cui si esprime la rabbia e la solidarietà popolare sono legittime”.

Nel frattempo, mentre i CARC , direi onestamente, rivendicano l’eredità di una logica politica eversiva delle istituzioni che si collega a tutto ciò che l’Italia ha conosciuto dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, all’interno di quel che restava del Pci dopo la fine di Berlinguer si sono infiltrati i militanti delle varie componenti dei gruppi della sinistra extraparlamentare, divenendone, progressivamente egemoni e attuando una logica trasformista che ora segna il PD.

È in questo contesto che si colloca uno degli errori storici di Bettino Craxi: l’ingresso degli ex comunisti del Partito Democratico della Sinistra (PDS) nella famiglia socialista europea nel 1992.

L’ingresso avvenne nel novembre 1992, quando nacque ufficialmente il Partito del Socialismo Europeo (PSE).

Con la svolta della Bolognina e lo scioglimento del PCI nel 1991, il neonato PDS di Achille Occhetto cercava una legittimazione internazionale. Il passaggio naturale era entrare nell’Internazionale Socialista e nella nascente organizzazione politica europea (il PSE).

Per Craxi, l’integrazione degli ex comunisti nella socialdemocrazia europea rappresentava la prova storica che la linea riformista del PSI era sempre stata quella corretta e che il PCI aveva sprecato decenni nell’ortodossia filo-sovietica, ma il leader socialista non tenne conto che il PDS era numericamente molto più grande del PSI.

Entrando nel PSE, il PDS rischiava, come è poi avvenuto, di sfilare al PSI il ruolo di rappresentante italiano della sinistra europea. Craxi non pose il veto all’adesione del PDS all’Internazionale e al PSE, conscio che i leader socialdemocratici europei (come il francese Mitterrand o il tedesco Vogel) desideravano fortemente l’ingresso dei progressisti italiani.

Il sogno di Craxi di un’Unità Socialista sotto la guida del PSI fallì definitivamente. Il PSI travolto dalle inchieste e dalle condanne si disciolse nel 1994 e il PDS rimase l’unico grande perno della sinistra italiana all’interno del PSE.

L’eredità socialista in Italia si frammentò in diversi piccoli partiti, mentre l’asse della sinistra si spostò verso il modello ulivista e, successivamente, verso il Partito Democratico.

Gli errori si pagano. Li ha pagati Enrico Berlinguer seguendo le logiche di Claudio Sabattini. Li ha pagati Bettino Craxi. Li paga la sinistra, ormai ridotta al progressismo piddino, alleato del globalismo finanziario e delle logiche radical chic, e al populismo giustizialista del Movimento Cinque Stelle, per non parlare dei cespugli rappresentanti del lumpenproletariat.

Quanto hanno pesato mani straniere in queste vicende e quanto pesano oggi? La domanda è lecita ed è fondamentale, perché, come insegna la storia, certe logiche eversive non nascono solo all’interno, ma aiutate e eterodirette da forze esterne.

Un esempio per tutti? Il socialista Benito Mussolini, divenuto uomo degli inglesi e finanziato dalle casse dei servizi di Sua Maestà britannica, ha fatto la Marcia su Roma, inaugurando il Ventennio.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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