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Il terremoto tedesco e la paura di Berlino

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La paura di Berlino

La peggiore sconfitta della vita politica di Merz

Caro cancelliere Merz,
che strano rumore arriva oggi dalla Germania: quello degli elettori che votano.
E quando gli elettori votano contro l’establishment, improvvisamente a Berlino lo chiamano “terremoto tettonico”.

Forse perché, quando la terra trema, anche le poltrone cominciano a oscillare.

L’AfD cresce e la CDU si preoccupa.

Comprensibile: quando per anni racconti ai cittadini che tutto va splendidamente e poi loro, entrando nel seggio, sembrano avere un’opinione diversa, qualche domanda te la devi fare.

E così arrivano le parole magiche: “estrema destra”, “minaccia alla Costituzione”, “governo estremista”.

Naturalmente, il popolo tedesco non ha necessariamente votato per tutte le posizioni dell’AfD. Ma una cosa l’ha certamente dimostrata: una parte consistente degli elettori non vuole più limitarsi ad applaudire le ricette dei partiti tradizionali.

Forse qualcuno dovrebbe chiedersi perché.

Forse perché una parte degli europei è stanca di politiche ambientali percepite come punitive, di burocrazia sempre più invasiva, di problemi economici e di un’immigrazione che molti cittadini ritengono mal gestita.

E qui arriva il capolavoro della politica europea: invece di chiedersi “perché ci stanno votando contro?”, si preferisce chiedere “come facciamo a spiegare agli elettori che hanno votato male?”

È una strategia geniale.

Prima perdi consensi.

Poi definisci estremisti quelli che ti hanno tolto i voti.

Infine, organizzi un convegno per spiegare che il problema sono gli elettori.
Democrazia versione premium.

Ma attenzione: criticare l’immigrazione incontrollata, contestare alcune politiche green o rivendicare identità nazionale non significa automaticamente essere estremisti.

E, allo stesso modo, votare AfD non significa automaticamente condividere ogni sua posizione.

Il punto vero è un altro: se milioni di cittadini scelgono una forza politica che l’establishment considera impresentabile, forse non basta insultare il voto. Bisogna capire il motivo del voto.

Perché l’identità nazionale non è una malattia.

La sicurezza non è fascismo.

Chiedere confini controllati non è razzismo.

E voler discutere dei costi delle politiche ambientali non significa voler distruggere il pianeta.

La politica dovrebbe finalmente ricordarsi di una cosa elementare: il cittadino non è un suddito da educare al voto corretto.

È quello che paga il conto e, ogni tanto, presenta il conto alla politica.

E oggi, dalla Germania, il conto sembra essere arrivato.

Con tanto di ricevuta.

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