Home Politica Chi ha scritto le regole che trasformano i poliziotti in bersagli?

Chi ha scritto le regole che trasformano i poliziotti in bersagli?

0
poliziotti bersagli

Un protocollo di impunità garantita

La polizia non è carne da macello. Non si mandano uomini in piazza con lo scudo e l’elmetto con l’ordine di incassare botte e sputi senza reagire.

Non si schierano reparti davanti a bombe carta e martelli sapendo che le regole gli impediscono di catturare chi li colpisce.

Non si manda un agente a prendersi una chiave inglese in faccia e poi si conta il referto tra i costi operativi della democrazia.

Eppure è esattamente quello che succede. A Torino, centotre feriti e tre arresti. A Bologna, sessantaquattro agenti in ospedale.

Stesso copione, stesso bollettino di guerra, stessa domanda che nessuno vuole fare: chi ha scritto le regole che trasformano i poliziotti in bersagli?

Dopo il G8 di Genova si è consolidata una concezione dell’ordine pubblico che porta il nome del capo della polizia che la impose: Antonio Manganelli.

E meno male che si chiamava Manganelli, perché la sua dottrina vieta di fatto di usarli.

Elevare la resa a principio operativo con quella eleganza avrebbero saputo farlo solo i gesuiti.

Il principio fondante: equilibrio tra disordine sopportabile e ordine indispensabile.

Disordine sopportabile.

Rileggiamo. Lo Stato italiano ha stabilito che esiste una quota di devastazione accettabile.

Che un certo numero di vetrine spaccate, di auto incendiate, di agenti feriti rientra nel bilancio ordinario della piazza. Che si può tollerare.

No. Non si può tollerare. Non esiste disordine sopportabile. Esiste il reato e esiste la legge.

Chi devasta una città commette un crimine e va fermato, catturato e identificato. Punto. Ogni altra formulazione è una resa dello Stato.

Intanto, lo stesso Stato che tollera bombe carta contro i blindati e pietre contro gli agenti è inflessibile con l’automobilista che supera i limiti di dieci chilometri all’ora. Autovelox ovunque, multe immediate, punti decurtati, patente ritirata.

Il pensionato che fa i cinquantadue in un tratto da cinquanta paga entro sessanta giorni o scatta il fermo amministrativo.

Il guerrigliero che spacca la faccia a un poliziotto esce dalla Questura con un foglio di denuncia che non spaventa nemmeno il suo avvocato.

Debole con i forti. Forte con i deboli. È lo Stato da operetta in cui viviamo.

Le cariche sono solo di alleggerimento. Non si circonda. Non si accerchia. Non si insegue. Non si cattura in massa.

Si spinge via il nemico e si aspetta che torni. Perché torna sempre. Con la stessa giacca nera, la stessa maschera, le stesse bombe carta. In un’altra piazza, in un’altra città, alla prossima convocazione utile.

Il meccanismo è semplice e i violenti lo conoscono meglio di chiunque altro. Si travisano, attaccano in gruppo, colpiscono agenti e vetrine.

Quando parte la carica di alleggerimento arretrano di duecento metri. Gettano i k-way neri, le maschere, i guanti. Si mescolano alla folla pacifica.

Tornano a casa. Nessuno li ha identificati, nessuno li ha fermati, nessuno sa chi sono. Fino alla prossima volta.

Questa non è gestione dell’ordine pubblico. È un protocollo di impunità garantita.

Il dato più grottesco: in Italia non esiste un corpo organico e pubblico di protocolli operativi per la gestione della violenza di piazza, paragonabile alle regole d’ingaggio militari.

Un soldato italiano in missione all’estero opera con regole scritte, precise, conoscibili prima dell’intervento e verificabili dopo.

Un poliziotto del Reparto Mobile che si prende una bomba carta in faccia a Bologna opera dentro circolari interne, direttive riservate e la certezza che qualsiasi cosa faccia rischia di finire indagato.

I sindacati di polizia lo denunciano da anni. Il SAP, il COISP, la FSP, il Sindacato Indipendente Carabinieri: tutti chiedono la stessa cosa. Regole chiare. Nessuno gliele dà.

La FSP lo ha scritto il giorno dopo Bologna con una chiarezza che toglie il fiato: i poliziotti non dovevano essere mandati a fare da bersaglio.

E ha aggiunto che sembrava quasi si cercasse deliberatamente lo scontro e un morto tra le file della polizia.

Non lo dice un editorialista. Lo dice il sindacato di chi c’era in piazza con lo scudo e l’elmetto.

La domanda politica è una sola: chi protegge questa dottrina? Chi ha interesse a mantenerla intatta da venticinque anni?

Non le forze dell’ordine, che prendono le martellate. Non i cittadini, che pagano i danni. Non i commercianti di via Ugo Bassi, che la mattina dopo raccolgono i vetri.

La politica stabilisce la cornice e se ne assume la responsabilità. Il prefetto fissa gli obiettivi, il questore dirige i servizi.

Ma quando la cornice politica impone per anni il contenimento a ogni costo, chi sta in strada riceve un messaggio chiarissimo: evitare lo scandalo della carica, anche al prezzo di incassare.

E la politica ha deciso che il disordine è sopportabile. Che sessantaquattro agenti feriti sono un prezzo accettabile. Che via Ugo Bassi devastata rientra nel computo del danno tollerabile. Che la guerriglia urbana è fisiologia della democrazia.

La soluzione non richiede nuove leggi. Richiede tre parole: tolleranza zero assoluta.

Non disperdere. Catturare. Accerchiare la componente travisata prima che si mescoli alla folla. Portarla in Questura. Identificare ogni singolo soggetto.

Dall’identificazione discende tutto il resto: la denuncia penale, le misure di prevenzione personali e i divieti di accesso alle aree interessate, l’azione civile per il risarcimento integrale dei danni.

Il credito risarcitorio può inseguire il responsabile per anni, colpire redditi e beni futuri. E un decreto ingiuntivo non si ferma davanti a chi finge di non avere nulla.

Chi senza giustificato motivo si travisa durante una manifestazione pubblica rendendo difficoltoso il riconoscimento viola già la legge.

L’articolo 5 della legge Reale del 1975 lo dice con chiarezza cristallina: è vietato l’uso di caschi protettivi o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona in luogo pubblico.

La norma esiste da cinquant’anni. Basterebbe applicarla. Ma applicarla significa accerchiare. E accerchiare è vietato dalla dottrina.

Il cerchio si chiude. Le regole proteggono chi le viola.

Quanti agenti devono finire in ospedale prima che qualcuno riscriva quelle regole?

A Torino centotre. A Bologna sessantaquattro. Il prossimo appuntamento è già in calendario: basta un video virale, un sindaco irresponsabile e una convocazione emotiva.

I professionisti dello scontro sono sempre pronti. Le divise anche. La differenza è che i primi sanno di poter colpire e sparire. I secondi sanno di dover incassare e restare.

Lo Stato che multa il pensionato per dieci chilometri all’ora e lascia liberi i devastatori di una città non è uno Stato debole. È uno Stato complice.

La responsabilità attraversa governi di ogni colore che non hanno avuto il coraggio di cambiare il modello.

Ma una parte precisa della politica ha fatto di più: ha costruito per decenni la copertura culturale dei violenti, fiancheggiandoli e chiamandoli manifestanti, antagonisti, ragazzi dei centri sociali, perfino vittime della repressione.

Pane al pane e vino al vino: stiamo parlando della sinistra.

Sessantaquattro agenti in ospedale e tre arresti. La prossima volta che un sindaco di sinistra convocherà la piazza e la piazza esploderà, nessuno potrà dire che non sapeva. Sapevano tutti.

Sapevano e hanno scelto da che parte stare. Non da quella delle divise.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui