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Iraq, la trappola di Hormuz e il nuovo potere della geografia

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Iraq, la trappola di Hormuz e il nuovo potere della geografia

La nuova geopolitica dell’energia

Il petrolio iracheno non è improvvisamente diventato meno prezioso, è diventato più difficile da portare sul mercato.

Ed è proprio in questa differenza che si legge una delle trasformazioni più profonde prodotte dalla crisi di Hormuz, come spesso abbiamo messo in evidenza, il valore dell’energia non dipende più soltanto dalla quantità di riserve contenute nel sottosuolo, ma dalla possibilità concreta di farle attraversare attraverso la geografia che è diventata vulnerabile.

L’Iraq è oggi l’esempio più evidente di questa nuova equazione. La sua ricchezza energetica si concentra soprattutto nel Sud, mentre la gran parte delle esportazioni passa dai terminali del Golfo e deve attraversare Hormuz per raggiungere i mercati asiatici.

Quando il corridoio si restringe, il petrolio rimane fisicamente disponibile ma perde potere economico. È questa la ragione per cui Baghdad è stata costretta a offrire il Basrah con sconti eccezionali, nelle operazioni di agosto e settembre ADNOC ha acquistato milioni di barili iracheni con riduzioni arrivate fino a 27 dollari al barile.

Ma non fermiamoci al dato dello sconto, perché nella realtà è una storia di potere. Mentre Baghdad è costretta a monetizzare il proprio petrolio a prezzo di vulnerabilità, Abu Dhabi sta monetizzando qualcosa di diverso, la propria posizione geografica, la propria capacità di raffinazione, la propria flotta e soprattutto la disponibilità di un’infrastruttura che permette di portare il greggio verso Fujairah aggirando Hormuz.

ADNOC Abu Dhabi National Oil Company, la compagnia petrolifera nazionale dell’Emirato di Abu Dhabi può acquistare il petrolio iracheno depresso dal rischio, lavorarlo nella raffineria di Ruwais e contemporaneamente liberare una maggiore quantità del proprio greggio per venderla sui mercati internazionali.

Qui cambia completamente la prospettiva, il vero asset strategico non è più soltanto il barile, ma il corridoio che separa il barile dal mercato.

Reuters ha fotografato questa frattura con un dato eloquente, il Basrah Medium iracheno è arrivato a essere offerto con uno sconto di oltre 43 dollari rispetto al Murban di Abu Dhabi, perché il primo è gravato dal rischio di Hormuz mentre il secondo viene valorizzato a Fujairah, al termine di una rotta che consente di bypassare lo Stretto.

È qui che l’Iraq diventa molto più di un caso petrolifero. Diventa la dimostrazione di come la crisi stia creando una nuova gerarchia energetica nel Golfo, e non necessariamente tra chi possiede più riserve e chi ne possiede meno, ma tra chi è prigioniero di un checkpoint e chi dispone di infrastrutture capaci di ridurne la dipendenza.

L’Iraq possiede enormi riserve, una capacità produttiva che prima della guerra superava i 4,5 milioni di barili al giorno e un peso determinante nell’OPEC, ma continua ad avere una vulnerabilità strutturale: non dispone di un sistema alternativo sufficientemente potente per trasferire rapidamente verso il Mediterraneo il petrolio prodotto nel Sud.

Per questo la crisi di Hormuz sta facendo emergere una verità che riguarda l’intero Medio Oriente, la sovranità energetica non coincide con la sovranità sulle riserve. Una nazione può possedere il petrolio e non possedere il percorso attraverso il quale quel petrolio diventa potere.

Baghdad sta tentando di correggere questa dipendenza attraverso nuove direttrici, compresi i progetti verso Haditha e Baniyas e il rilancio dei collegamenti settentrionali verso la Turchia, ma costruire un corridoio energetico richiede anni, capitale, stabilità politica e soprattutto continuità territoriale.

Abu Dhabi, invece, si trova nella posizione opposta: la crisi non elimina il valore della sua geografia, lo aumenta.

La crescita delle esportazioni emiratine e la capacità di ADNOC di utilizzare una flotta sempre più ampia e la connessione con Fujairah mostrano come gli Emirati stiano trasformando la vulnerabilità regionale in una piattaforma commerciale e logistica.

E questo introduce una dimensione ancora più importante. Il Golfo non sta semplicemente combattendo per mantenere aperto Hormuz sta progressivamente costruendo un’economia nella quale Hormuz non abbia più lo stesso potere di determinare il valore di ogni barile.

È una partita infrastrutturale prima ancora che petrolifera. Pipeline, porti, raffinerie, flotte, stoccaggi e rotte alternative diventano strumenti della politica estera tanto quanto lo sono le basi militari o gli accordi diplomatici.

In questa prospettiva, l’Iraq rappresenta il lato esposto della trasformazione, mentre gli Emirati rappresentano uno dei nodi che possono beneficiarne.

Il passaggio è fondamentale la crisi non sta semplicemente redistribuendo i profitti del petrolio, sta redistribuendo la capacità di decidere dove e quando il petrolio può avere valore.

Ieri Riyadh mostrava, attraverso uranio, terre rare e nucleare, come una potenza energetica stia cercando di trasformare il proprio sottosuolo in una filiera industriale e tecnologica.

Oggi Baghdad mostra l’altra faccia della stessa trasformazione, avere il sottosuolo non basta se non si controllano le infrastrutture che collegano quel sottosuolo al mondo.

È questa la nuova geopolitica dell’energia: dal possesso della risorsa al controllo del percorso. E quando una rotta diventa più importante del barile, chi controlla la rotta comincia a controllare anche una parte del prezzo del mondo.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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