Ma la guerra ha messo in crisi i magazzini del Pentagono
Gli USA ammettono pubblicamente per la prima volta di avere armi nello spazio e l’annuncio ufficiale nella tarda serata di lunedì ha suscitato immediate reazioni da Mosca e Pechino.
“Gli Stati Uniti possiedono armi per il controllo dello spazio in orbita, capaci di difendere la Forza Congiunta (Joint Force) da azioni ostili avversarie”, ha affermato un portavoce della US Space Force in una nota che non ha fornito dettagli specifici sulle armi in questione.
“Il controllo dello spazio comprende le aree di missione necessarie per contendere e controllare il dominio spaziale, impiegando mezzi cinetici e non cinetici per incidere sulle capacità avversarie”, si legge nel comunicato, che aggiunge come “tali capacità possano essere impiegate sia a fini offensivi che difensivi”.
Il concetto è stato ribadito da Troy Meink, segretario Usa all’aeronautica.
La US Space Force ha sottolineato che la Cina “sta sviluppando e implementando capacità spaziali e anti-spaziali nell’ambito di una strategia di modernizzazione militare”, mentre la Russia “considera lo spazio un dominio di guerra e ritiene che la supremazia spaziale sarà un fattore decisivo nei futuri conflitti”.
La Cina, dal canto suo, ha esortato gli Stati Uniti a “smettere di prepararsi alla guerra” nello spazio.
“Esortiamo gli Stati Uniti a smettere di espandere le proprie capacità militari e di prepararsi alla guerra nello spazio – ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Guo Jiakun, in conferenza stampa.
Guo ha quindi messo in guardia contro una “corsa agli armamenti” nello spazio e ha lanciato un monito contro “la militarizzazione dello spazio extra-atmosferico e la sua trasformazione in un campo di battaglia”.
A ruota, il commento del portavoce del Cremlino.
La Russia ha chiesto che lo spazio rimanga libero da armamenti: “Riteniamo che lo spazio debba essere libero da qualsiasi arma – ha detto ai giornalisti il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov – Contiamo su un ampio consenso internazionale per continuare a lavorare alla completa smilitarizzazione dello spazio”.
Nel frattempo l’esercito USA ha lanciato l’allarme sul fatto che “la guerra in Iran ha causato una carenza di munizioni”.
In un rapporto obbligatorio al Congresso, il primo del suo genere, l’ispettore generale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha dichiarato che tra il 28 febbraio e il 30 giugno l’Operazione Epic Fury (OEF) ha comportato un costo stimato di 33,4 miliardi di dollari; di questi, 22,3 miliardi sono stati spesi esclusivamente per le munizioni impiegate.
Il rapporto ha rilevato che “il consumo di munizioni per l’OEF ha causato carenze strategiche nelle scorte e ha evidenziato colli di bottiglia nella base industriale per il rifornimento di munizioni”.
Vengono inoltre elencate le perdite subite dalla flotta americana, tra cui quattro F-15 distrutti, un F-35 danneggiato, sette aerei cisterna KC-135 danneggiati e fino a 30 droni MQ-9 Reaper distrutti.
Il presidente Donald Trump ha più volte minimizzato le preoccupazioni circa l’esaurimento delle scorte di armi durante i sei mesi di guerra in Medio Oriente, affermando appena un paio di settimane fa che gli Stati Uniti dispongono di munizioni “praticamente illimitate”.
La CNN aveva già riferito in precedenza che la carenza di missili guidati a lungo raggio e di intercettori per la difesa aerea aveva influenzato la strategia di Trump nel conflitto con l’Iran, con l’esercito statunitense che aveva “quasi esaurito l’80%” delle proprie scorte di intercettori Thaad.
Durante le prime 24 ore di guerra contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno colpito oltre 1.000 obiettivi – secondo quanto dichiarato dal Comando Centrale USA (Centcom) – senza però ripetere attacchi di tale portata nei mesi successivi.
Il rapporto osserva che “gli attacchi iraniani hanno danneggiato e distrutto centinaia di edifici e strutture presso le basi USA in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania durante il conflitto”, ma non include tali costi nelle stime complessive, affermando che non è ancora chiaro se tutte le basi verranno ricostruite né chi ne sosterrà le spese.





