3 morti. Riunione d’urgenza all’ONU
Raid aerei sauditi nel sud-ovest dello Yemen, almeno tre morti secondo gli Houthi.
All’ONU riunione d’urgenza dopo la presa delle isole che controllano Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso.
Per le isole che comandano Bab el-Mandeb non è stato sparato un colpo: i soldati del governo yemenita si sono ritirati, gli Houthi hanno occupato. Le bombe arrivano adesso, che lo stretto è perduto.
La coalizione a guida saudita ha colpito con raid aerei il sud-ovest dello Yemen: almeno tre morti, denuncia un portavoce dei ribelli citato dal New York Times.
Riad promette una risposta «ferma» agli attacchi del movimento filo-iraniano contro le città del Regno e ha diffuso allerte alla popolazione civile, segno che si aspetta altri missili.
Intanto il Consiglio di sicurezza dell’ONU si riunisce d’urgenza a New York, convocato dopo la presa delle isole strategiche sullo stretto – il passaggio di trenta chilometri fra Yemen e Gibuti da cui transita il traffico di greggio e merci diretto a Suez.
È la conferma che la crisi ha cambiato natura: non più una guerra civile yemenita, ma una minaccia diretta a una delle arterie del commercio mondiale.
Perché bombardare ora, quando l’arcipelago è già in mano ai ribelli?
Perché il bersaglio dei raid non sono le isole ma il retroterra: la coalizione risponde ai colpi degli Houthi sulle città saudite e prova a colpire le rampe di lancio prima che la campagna missilistica si allarghi.
Ma la lettura che circola nelle cancellerie è un’altra, e la mette nero su bianco un’analisi del Washington Post: con il controllo di Bab el-Mandeb, Teheran ha guadagnato una nuova leva negoziale.
La partita, ormai, non si gioca nello Yemen: si gioca sulle due porte del petrolio mondiale, Hormuz e lo stretto del Mar Rosso, entrambe sotto il tiro dell’asse iraniano da quando la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran ha di fatto chiuso Hormuz a fine febbraio.
La presa dello Stretto
Il quadro si era rovesciato lunedì, quando i ribelli – padroni della capitale Sanaa dal 2014 e in guerra con la coalizione saudita dal 2015 – si erano dispiegati senza combattere sulle isole di Grande e Piccola Hanish, 160 chilometri a nord di Bab el-Mandeb, dopo il ritiro di centinaia di soldati governativi.
Con il porto di Mokha e l’isola di Mayun conquistati la settimana scorsa, controllano ormai l’intero accesso allo stretto.
Sui mercati pesa anche l’altra ferita: le riparazioni dell’oleodotto saudita Est-Ovest, colpito giovedì da droni, richiederanno da tre a cinque settimane secondo due funzionari regionali.
La linea – 1.200 chilometri, fino a 7 milioni di barili al giorno verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso – era la valvola di sicurezza del petrolio saudita dopo la chiusura di Hormuz.
Il Brent è salito lunedì sera oltre i 109 dollari al barile, massimo da quasi quattro mesi; negli Stati Uniti il diesel ha toccato il record di 6,23 dollari il gallone (1,65 al litro).
Riad attribuisce l’attacco all’oleodotto a milizie filo-iraniane in Iraq. Teheran nega: «Gli USA continuano a fabbricare una menzogna per esacerbare le divisioni fra i Paesi della regione», ha detto lunedì il portavoce del ministero degli Esteri iraniano.
Nessun gruppo ha rivendicato. E il negoziato regionale previsto per oggi a Salalah, in Oman, è saltato. Restano le bombe, e un Consiglio di sicurezza chiamato a decidere su uno stretto che nessuno, sul terreno, sembra in grado di riaprire.
In collaborazione multimediale con Notizie Geopolitiche





