Hormuz ai minimi e oleodotto saudita ancora fermo
A cura di Agenzia Nova
Secondo il “Wall Street Journal”, Riad sta cercando di riprendere almeno parzialmente il pompaggio del Petroline entro pochi giorni, mentre la riparazione delle stazioni danneggiate e il ritorno alla piena capacità potrebbero richiedere da sei a otto settimane.
Il petrolio resta sopra i 107 dollari al barile mentre il mercato cerca di valutare non più soltanto l’impatto immediato del fermo dell’oleodotto Est-Ovest (Petroline) dell’Arabia Saudita, ma soprattutto la durata dell’interruzione e l’effettiva disponibilità delle rotte alternative.
Nelle contrattazioni di questa mattina i future sul Brent si attestavano intorno a 107,34 dollari al barile, in rialzo dell’1,57 per cento, mentre il West Texas Intermediate (WTI) quotava circa 103,46 dollari, con un guadagno del 2,04 per cento.
Dopo avere già superato quota 108 nelle sedute precedenti, il greggio consolida così i rialzi in un quadro segnato dal traffico ridotto attraverso lo Stretto di Hormuz, dallo stop del Petroline saudita e dall’avanzata degli Houthi lungo la costa occidentale dello Yemen.
Il principale aggiornamento riguarda proprio i tempi necessari per riattivare l’oleodotto saudita. Secondo il “Wall Street Journal”, Riad starebbe cercando di riprendere almeno parzialmente il pompaggio entro pochi giorni, mentre la riparazione delle stazioni danneggiate e il ritorno alla piena capacità potrebbero richiedere da sei a otto settimane.
Altre fonti indicano invece un periodo compreso tra tre e cinque settimane per completare gli interventi sui danni. Le due valutazioni non sono necessariamente incompatibili: una prima riattivazione potrebbe avvenire prima della conclusione dei lavori, mentre il ripristino integrale della capacità richiederebbe più tempo. Saudi Aramco e il ministero dell’Energia non hanno tuttavia comunicato finora un calendario ufficiale.
L’East-West Pipeline, conosciuto anche come Petroline, è stato colpito il 10 settembre nelle regioni di Riad e Medina. Il governo saudita ha attribuito l’attacco a droni partiti dall’Iraq meridionale e riconducibili a gruppi armati sostenuti dall’Iran. Teheran ha negato qualsiasi coinvolgimento, così come le milizie sciite irahcene.
Immagini satellitari ad alta risoluzione diffuse dalla società statunitense Vantor mostrano danni estesi a una delle principali stazioni di pompaggio nei pressi di Al Mesba’ah, a sud-est di Medina.
L’interruzione è stata inizialmente disposta a titolo precauzionale, ma l’entità delle distruzioni osservate spiega perché le prime stime sul ritorno alla piena operatività siano ormai nell’ordine di diverse settimane.
Il Petroline si estende per circa 1.200 chilometri dalle aree produttive e dagli impianti di trattamento della Provincia orientale fino al terminale di Yanbu, sul Mar Rosso. La sua capacità nominale è stimata in circa 7 milioni di barili al giorno.
Secondo la società di analisi Rystad Energy, dalla fine di agosto lungo questa direttrice sarebbero transitati in media tra 2,6 e 4 milioni di barili al giorno.
Al limite superiore della stima si tratta di una quantità equivalente a circa il 4 per cento dell’offerta petrolifera mondiale. Il problema non riguarda quindi la disponibilità fisica di greggio nel sottosuolo saudita, ma la possibilità di trasferirlo dalle aree produttive orientali ai terminali che consentono di evitare Hormuz.
Le scorte già accumulate a Yanbu permettono all’Arabia Saudita di proseguire temporaneamente le esportazioni dal Mar Rosso, ma il margine appare limitato. Stime di mercato citate dal “Wall Street Journal” indicano una copertura compresa tra due e sei giorni agli attuali ritmi di carico.
Riad può inoltre utilizzare la rete logistica egiziana: le petroliere provenienti da Yanbu possono raggiungere Ain Sukhna, sul Golfo di Suez, e trasferire il greggio attraverso l’oleodotto Sumed fino a Sidi Kerir, sul Mediterraneo. I due terminali dispongono di capacità di stoccaggio rispettivamente pari a circa 18,4 e 19,5 milioni di barili.
La pressione aumenta perché il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è tornato a ridursi. Secondo i dati preliminari della piattaforma Kpler, ieri soltanto quattro navi adibite al trasporto di materie prime hanno attraversato il passaggio, contro dieci domenica.
Due portarinfuse secche sono uscite dal Golfo, una carica e una in zavorra, mentre due petroliere sono entrate nello Stretto ed erano entrambe vuote. I dati comprendono soltanto le unità rilevate attraverso il sistema automatico di identificazione, noto con l’acronimo AIS, e possono quindi escludere navi che hanno spento i transponder per ridurre la propria visibilità.
Il confronto resta comunque significativo: prima della guerra circa 125 – 130 navi commerciali attraversavano ogni giorno Hormuz, lungo una rotta sulla quale transitavano circa 20 milioni di barili di petrolio.
A pesare sulle decisioni degli armatori sono anche i nuovi incidenti marittimi. Il 13 settembre la petroliera battente bandiera panamense “El Gaia” è stata colpita al largo dell’Oman.
Il ministero degli Esteri indiano ha riferito che 13 dei 14 membri indiani dell’equipaggio sono stati soccorsi, mentre un marittimo risulta ancora disperso. Le ricostruzioni sull’accaduto restano contrastanti.
Le autorità iraniane sostengono che la nave sia esplosa dopo avere urtato delle mine, mentre il Comando centrale degli Stati Uniti afferma che la petroliera fosse già stata raggiunta da un missile iraniano e successivamente da un drone.
Il centro britannico United Kingdom Maritime Trade Operations ha invitato le navi in transito nella regione alla massima cautela.
Sul versante occidentale, l’avanzata sulla costa occidentale dello Yemen del gruppo Ansar Allah (meglio noto come Houthi) ha rafforzato il controllo sulle aree prossime al Bab el Mandeb.
Dopo la conquista del porto di Mokha e dell’isola di Mayun, conosciuta anche come Perim e situata all’interno dello Stretto, gli Houthi hanno annunciato di avere preso anche le isole Grande Hanish e Piccola Hanish, nel Mar Rosso meridionale.
Conquiste che aumentano la capacità del movimento di sorvegliare e minacciare le rotte marittime. Secondo Kpler, ieri i transiti nello Stretto sono scesi a 21, contro i 28 registrati domenica.
Gli Houthi sostengono di voler colpire soltanto le navi collegate all’Arabia Saudita, ma per compagnie e assicuratori il rischio riguarda inevitabilmente un’area più ampia.
L’effetto sul sistema saudita varia a seconda della destinazione dei carichi. Le petroliere dirette da Yanbu verso l’Europa possono procedere a nord attraverso il Canale di Suez o utilizzare l’oleodotto Sumed, evitando il Bab el-Mandeb.
I carichi destinati all’Asia devono invece attraversare lo Stretto controllato dal versante yemenita oppure circumnavigare l’Africa, con tempi e costi sensibilmente superiori.
La doppia strozzatura tra Hormuz e Bab el Mandeb non è perfettamente simmetrica, ma restringe entrambe le principali direttrici utilizzate dall’Arabia Saudita per raggiungere i mercati internazionali.
Nelle ultime ore il confronto con gli Houthi si è esteso nuovamente al territorio saudita. Secondo la coalizione guidata da Riad, attacchi con missili balistici e droni contro Khamis Mushait, Abha e Taif hanno provocato 13 feriti con lesioni lievi o moderate, oltre a danni a sette abitazioni e due veicoli.
Gli Houthi hanno rivendicato un attacco contro la base aerea Re Khalid di Khamis Mushait. La piattaforma nazionale saudita di allerta precoce ha diffuso avvisi di “potenziale pericolo” anche alla Mecca, a Gedda, Yanbu e in altre città.
La Protezione civile ha successivamente dichiarato cessato il pericolo in sei centri, compresi Gedda e Yanbu. Non risultano danni a infrastrutture petrolifere provocati da quest’ultima ondata di attacchi.
Il raid contro il Petroline, secondo la ricostruzione saudita, resta invece attribuito a gruppi armati operanti dall’Iraq (che però hanno negato).
Anche il canale diplomatico rimane bloccato. L’Oman ha rinviato senza indicare una nuova data la riunione prevista il 14 settembre a Salalah tra Iran, Iraq e Stati del Golfo per discutere possibili disposizioni sulla navigazione attraverso Hormuz.
Il ministro degli Esteri omanita, Badr al Busaidi, ha spiegato che il rinvio è stato deciso per creare condizioni più favorevoli a un dialogo costruttivo e alla ricerca di un consenso regionale. Il tavolo avrebbe dovuto esaminare anche una nuova rotta temporanea per le navi commerciali.
Teheran aveva comunque precisato che l’eventuale accordo non avrebbe comportato automaticamente la completa riapertura dello Stretto.
Il mercato si trova così a valutare almeno tre incognite operative: quanto rapidamente il Petroline potrà riprendere almeno una parte del pompaggio, per quanto tempo le scorte di Yanbu consentiranno di mantenere i programmi di esportazione e quanti carichi riusciranno effettivamente ad attraversare Hormuz.
L’Arabia Saudita arrivava già allo stop dell’oleodotto con una produzione ridotta: secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, in agosto l’offerta del regno era scesa a circa 6 milioni di barili al giorno, contro quasi 10 milioni nel settembre del 2025.





