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Cina, i sussidi drogano il mercato

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Cina, i sussidi drogano il mercato

Fermare Pechino senza un piano B può mettere in crisi l’Europa

Era febbraio 2026 quando il Fondo Monetario Internazionale mise sul tavolo un numero enorme: il sostegno pubblico cinese ai settori industriali strategici avrebbe un costo equivalente a circa il 4% del PIL.

Sovvenzioni, agevolazioni fiscali, credito conveniente, terreni e altri strumenti che consentono a Pechino di spingere enormi capacità produttive soprattutto nella manifattura tecnologica.

L’FMI suggerisce di ridurre questo sostegno di circa due punti di PIL, praticamente dimezzandolo. Pechino contesta però la metodologia utilizzata dal Fondo (eLibrary IMF).

Il problema europeo?

Nel 2025 l’UE ha importato dalla Cina 559,4 miliardi di euro di merci ed esportato appena 199,6 miliardi: deficit commerciale 359,8 miliardi. E quasi un euro su quattro delle importazioni extra-UE arriva ormai dalla Cina.

Ma attenzione alla soluzione apparentemente più semplice…

Bloccare o ridurre bruscamente le importazioni cinesi senza avere un piano B potrebbe mettere in difficoltà la stessa industria europea. Pechino non ci vende soltanto automobili o pannelli fotovoltaici.

L’Europa importa componenti elettronici, macchinari, prodotti chimici, batterie e materie prime indispensabili alle proprie fabbriche. Oltre il 90% dei magneti alle terre rare utilizzati nell’UE proviene dalla Cina.

E proprio su materie prime critiche, batterie e tecnologie di lavorazione Pechino ha già dimostrato di poter utilizzare restrizioni all’export come strumento strategico.

L’Europa deve difendersi dalla sovracapacità produttiva cinese, ma non può semplicemente chiudere il rubinetto cinese. Farlo prima di aver costruito filiere alternative potrebbe significare aumento dei costi, scarsità di componenti, rallentamenti produttivi e nuova inflazione industriale.

Servono quindi dazi mirati e clausole di reciprocità, ma contemporaneamente miniere, raffinazione, semiconduttori, batterie, energia competitiva e accordi con fornitori alternativi.

Perché il vero problema non è soltanto che la Cina sovvenziona troppo. È che per vent’anni l’Europa ha prodotto troppo poco di ciò che oggi considera strategico.

Chiedere a Pechino di cambiare modello è comprensibile. Costruire un’alternativa europea, però, è indispensabile.

Altrimenti nel tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina rischiamo di scoprire quanto profondamente quella dipendenza sia ormai entrata dentro le nostre fabbriche.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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