L’ipocrisia radical-chic e i processi di beatificazione
È il trionfo dell’ipocrisia dei nostri soliti e inimitabili radical-chic: la liturgia del cordoglio a intermittenza.
È bastato che la galassia “pro-Pal” e la sinistra salottiera si mettessero in moto per celebrare la scomparsa di Emma Bonino per assistere a un vero e proprio capolavoro di rimozione collettiva.
Tutti a incensarla, tutti a ricordarne la lotta per i diritti civili, la militanza, la storia radicale.
Ma con un trucchetto degno dei migliori prestigiatori: cancellando accuratamente tutto ciò che Bonino è stata, ha detto e ha difeso negli ultimi anni, perché, evidentemente, oggi fa troppo comodo dimenticarlo.
Prendete la sua lucida e intransigente difesa di Israele, la sua battaglia contro l’antisemitismo travestito da antisionismo militante, la sua ferma condanna del terrorismo islamista e la sua convinzione, tutt’altro che marginale, che Israele dovesse addirittura entrare nell’Unione Europea.
E poi metteteci sopra il carico da novanta: il suo convinto sostegno al riarmo e alla necessità di difendere le democrazie anche attraverso la forza e la deterrenza.
Ecco, provate a spiegare tutto questo ai pasdaran del pacifismo arcobaleno, a chi riempie le piazze scandendo slogan pro-Pal e a chi oggi vorrebbe tanto intestarsi la sua eredità morale. È qui che si consuma il cortocircuito perfetto.
La verità è che una certa sinistra e i suoi cantori vorrebbero un’Emma Bonino in formato tascabile: edulcorata, sterilizzata, perfetta per i salotti buoni, ma rigorosamente depurata del suo realismo geopolitico.
La celebrano come un santino laico, dimenticando che considerava indispensabili la forza e la deterrenza delle democrazie armate per difendere la civiltà occidentale.
Una Bonino a metà, insomma.
Ridotta a icona di comodo per non fare i conti con quella che è stata una delle sue caratteristiche politiche più nette: una coerenza atlantista, filoisraeliana e ultraliberale che, soprattutto sul terreno della politica internazionale, l’ha spesso collocata su posizioni assai lontane da quelle oggi prevalenti nei salotti della sinistra.
Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Si può discutere, naturalmente, delle sue idee, condividerle o contestarle.
Ma trasformare Bonino in un’icona politicamente addomesticata significa fare esattamente il contrario di ciò che, almeno in teoria, dovrebbe fare un omaggio sincero: ricordarla per intero, per ciò che realmente era.
Perché una Bonino senza Israele, senza l’Atlantismo, senza la condanna del terrorismo islamista, senza la deterrenza e senza il suo realismo geopolitico non è Emma Bonino.
È soltanto una sua versione depurata, addomesticata.
Un’icona ritagliata su misura per chi, della sua storia, preferisce ricordare soltanto ciò che non vuole mettere in discussione le proprie certezze.





