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Il sistema liberalburocratico

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Il sistema liberalburocratico

L’invisibile gabbia sociale

Un conoscente, animatore della Pro Loco di un borgo dell’entroterra, lamenta infastidito quanto sia difficile organizzare l’annuale sagra paesana.

Non per mancanza di fondi, di volontari o di interesse, ma per lo schiacciante, devastante potere della burocrazia.

Settimane di lavoro per ottenere permessi, compilare moduli, soddisfare le richieste di innumerevoli uffici e istituzioni, organizzare ogni evento secondo una quantità esorbitante di norme, circolari, regolamenti.

Tutto per qualche giornata di festa nella società che si vanta di essere la più libera della storia. Non è vero, come chiunque sa per esperienza diretta. Viviamo nel sistema liberalburocratico, un dispotismo a norma di legge.

Non è una contraddizione o un’eterogenesi dei fini, bensì la logica conseguenza del liberalismo reale.

Ne colse i prodromi Aléxis Tocqueville in un celebre brano de La democrazia in America.

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte.

È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi.

Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?”

Un pessimo maestro, Michel Foucault, parlò di società organizzata come “dispositivo”.

Anche l’organizzazione delle grandi corporazioni private è caratterizzata da burocratismo, rigidità, adesione acritica a regole minuziose, spesso incomprensibili.

Liberismo e statalismo sono fratelli che si attaccano solo a parole: marciano divisi per colpire uniti.

Perfino le professioni dette libere sono prigioniere di protocolli, linee guida, gabbie in cui il sacro Mercato (pseudonimo dell’interesse privato) e la bulimia normativa svolgono ciascuna un compito, le cui conseguenze sono l’assenza di libertà concreta, la sanzione, il controllo.

Lo smantellamento liberale (con il fondamentale apporto marxista) delle norme culturali e delle consuetudini hanno generato un potere diffuso tanto liberal liberista quanto statalista burocratico. Viviamo in un singolare ircocervo, lo statalismo individualista.

Il liberalismo fallisce nel momento in cui è pienamente realizzato. Diventata padrona dagli anni Novanta del secolo XX, la filosofia politica nata per realizzare l’arazzo pluralista – diventato patchwork astrattista – ha prodotto squilibrio economico intollerabile, imposto uniformità (il globalismo, l’economia di scala, il consumo livellatore del McMondo e dei mall commerciali uguali dappertutto), promosso degradazione materiale e spirituale.

Deve difenderle ed estenderle attraverso l’alleanza con il fratello/coltello statalista: il mezzo privilegiato è il mostro burocratico, la progressione algebrica delle norme, dei controlli e ovviamente dei controllori.

Il suo progetto ha bisogno della megamacchina in cui si uniscono l’azione congiunta dello Stato, dell’economia, del sistema educativo, della scienza e della tecnologia.

Il prodotto è una società di solitari diversamente uguali, non relazionali, riempiti di diritti, definiti da libertà astratte se non dissolventi, impotenti, impauriti, soli.

Prede perfette per il sistema del consumo e delle burocrazie, materne, avvolgenti quanto implacabili, onnivore, punitive. Alimentate non solo dalla proliferazione di normative, ma anche dal consenso interessato di affollate classi burocratiche di cosiddetti esperti – e occhiuti controllori – che Costanzo Preve chiamava ceti dominati all’interno della classe dominante.

L’azione coordinata del dogma liberale e della prassi burocratica riduce le scelte a meccanismi depersonalizzati, corsie prefissate, capricci ribattezzati diritti all’interno di un sistema gigantesco di dipendenza e dipendenze.

Tra la richiesta di protezione della libertà individuale e l’espansione statale si cela la relazione di interdipendenza tra Stato, burocrazie e mercato. Crescono insieme necessariamente e costantemente.

Lo statalismo permette l’individualismo, che a sua volta richiede la cornice statalista. Diventiamo ogni dì più individualisti e più statalisti. Il ruolo delle forze politiche è complementare.

Alternanza senza alternativa (Jean Paul Michéa) in cui gli uni si concentrano sull’individualismo (e l’egoismo sociale) senza intaccare il quadro statalista, mentre gli altri fanno l’operazione uguale e contraria.

Entrambi si muovono nel medesimo orizzonte in sintonia con le premesse filosofiche e i risultati pratici del liberalismo. Omologando nel consumo e nell’interesse l’individuo, separato da identità, comunità, appartenenze naturali, professionali, territoriali, spirituali, il liberalismo ha bisogno di organizzare il conflitto generato dallo spezzettamento della società attraverso nuove normatività, leggi, dispositivi, proibizioni e obblighi che solo le burocrazie sanno amministrare, animate dal pregiudizio ideologico del progresso, della tolleranza, dell’inclusione.

Il sistema si chiama significativamente governance, amministrazione dell’esistente sul terreno liberal liberista, con produzione continua di nuovi diritti, nuovi significati, nuove regole da garantire attraverso la burocrazia.

I dominanti si dividono nei rispettivi ambiti, ma restano uniti ed alleati nella gestione. Sotto, vegeta la massa di tutti gli altri.

Il potere predilige i cosiddetti “ultimi”, immigrati, minoranze sessuali e simili, dipendenti per sopravvivere o rivendicare diritti, al resto della popolazione, l’esercito disarmato dei penultimi, su cui grava il peso dell’ingiustizia liberista e la prigione dell’esercito impersonale degli esperti, dei funzionari, l’apparato della burocrazia, i caporali di un memorabile film di Totò.

Il liberalismo cancella la concezione della libertà come capacità di dominare il perseguimento immediato di istinti o desideri. Si trattava della capacità di autogovernarsi differendo istinti, bisogni e pulsioni, rinunciando a ciò che era giudicato negativo perché contrario alla virtù e al bene.

Se l’esito comune di tutte le correnti liberali di destra e di sinistra è la prevalenza dell’azione soggettiva, la sua sfera giuridica è il diritto positivo. Ovvero un impianto basato sulle semplici procedure – non su principi o sul bene comune- e su mutevoli maggioranze.

Le assemblee politiche legiferano secondo il pensiero dominante in un determinato momento storico, che è il pensiero, ossia l’interesse, della classe dominante.

La formulazione delle norme è generalmente complessa, oscura e contraddittoria, fatta per richiedere il giudizio dirimente di legioni di specialisti, nonché una pletora di regolamenti, la cui elaborazione prima, attuazione poi, produce ulteriori burocrazie dai poteri sempre più ampi, autoreferenziali, debordanti nel vuoto della decisione politica voluta dal liberalismo reale.

Un esempio italiano è la vicenda dell’Ilva, il gigante siderurgico i cui impianti, strategici per il futuro industriale, sono stati spenti da una sentenza della magistratura, l’ordine di burocrati pubblici fattosi potere autonomo.

La sostanza del sistema è quella di un (dis)ordine che amplifica qualsiasi individualismo, ma lo fa garantire da un ampio impianto legale, politico e sociale di cui varie burocrazie sono guardiane e beneficiarie.

Così l’autonomia tendente all’anarchia del soggettivismo liberale è controllata, plasmata, amministrata dall’imposizione di innumerevoli leggi, con l’ovvio aumento della sfera di influenza dello Stato e di burocrazie onnivore trasformate in polizia del comportamento. Paradossalmente, più grande è l’autonomia liberale, più si fa onnipresente lo Stato.

La libertà di ieri, fatta di relazioni, legami comunitari, associativi, morali, familiari, si restringe nell’emancipazione che necessita, per evitare la guerra di tutti contro tutti, il Leviatano burocratico.

Il liberalismo raggiunge la sua compiutezza grazie all’individuo liberato e lo Stato controllore.

Il Leviatano privato padrone di tutto ha un’interfaccia statalista-burocratica con il compito di contenere – così afferma – gli eccessi del soggettivismo totale dell’homo homini lupus di Thomas Hobbes.

Non è un caso che il pensatore inglese del XVII secolo sia stato segretario di Francis Bacon, lo scienziato filosofo che voleva dominare le forze della natura per sfruttarle economicamente, e sia poi diventato il modello di riferimento di John Locke, primo teorico del liberalismo nel secolo XVIII.

Dello stesso periodo è l’idea di vizi privati rovesciati in virtù se determinano profitto della Favola delle Api di Mandeville. L’orizzonte è lo scatenamento individualista di quelli che Joseph Schumpeter chiamerà spiriti animali del liberalcapitalismo, insostenibili senza una forte impalcatura burocratica in cui lo Stato diventa il poliziotto.

In ultima analisi, il progetto liberal liberista (ora nella fase libertario/libertina), poiché esaurisce le risorse morali e naturali su cui si è inizialmente fondato, sopravvive con l’aiuto determinante della tecnologia, l’inquietante esito fintech, oscillando tra la crescente anarchia soggettiva e il controllo pervasivo, coercitivo, di un impianto burocratico di servizio.

Il futuro prossimo – e in parte già il presente – prospetta una libertà estrema nell’ambito pulsionale dentro un’oppressione estrema.

Uno dei drammi di questa contraddizione- una forma di anomia/aporia che avrebbe sorpreso Emile Durkheim, il primo che la studiò- è la tendenza dell’homo non più tanto sapiens contemporaneo a circoscrivere questa condizione fatta a imbuto a semplice problema “tecnico” da risolvere con dosi più massicce di liberismo-libertarismo o di controllo politico burocratico, a seconda del pendolo tra le due maggiori tendenze dell’arcobaleno liberale.

Soluzioni entrambe distruttive, alle quali opporre con pazienza, tenacia, apertura culturale, fantasia, ma anche radicalità, la fuoriuscita dalla ragnatela liberalburocratica.

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