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Mani sull’Africa della teocrazia comunista della Corea del Nord

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Mani sull'Africa della teocrazia comunista della Corea del Nord

Governata dal dittatore discendente dai “divini” padre e nonno, la dittatura nord coreana è presente in molti Paesi africani con fornitura di armi e addestramento delle locali Forze armate – La miopia suicida dell’Unione Europea

La pensiamo isolata dal mondo e la valutiamo secondo i nostri parametri, ma la dittatura della Corea del Nord, che tale è e tale rimane, per di più violenta, come tutte le dittature rimane quella che è perché gode comunque di un consenso sufficiente per esistere.

Questa specifica formulazione esprime un concetto cardine della filosofia e della storiografia politica, teorizzato da diversi grandi pensatori.

L’idea che nessun regime autoritario o dittatoriale possa reggersi a lungo sulla sola forza bruta senza un certo grado di assenso (esplicito o implicito) è stata sviluppata principalmente da Niccolò Machiavelli, il quale ne Il Principe osserva che il sovrano (o il tiranno) necessita sempre del favore o della neutralità del popolo per poter governare stabilmente, poiché la sola forza non basta a proteggerlo nei momenti di crisi.

Concetto ripreso da Étienne de La Boétie (1530 – 1563), il quale, nel suo celebre Discorso sulla servitù volontaria, il filosofo francese sostiene che i tiranni mantengono il potere solo perché i sudditi concedono loro il proprio consenso e la propria obbedienza, sostenendo che “il tiranno non ha niente di più di quello che gli si concede per distruggersi”.

In ambito moderno e contemporaneo, studiosi del totalitarismo e della teoria politica, come  Hannah Arendt e Norberto Bobbio, hanno ribadito che persino i regimi d’eccezione si fondano su forme di “consenso passivo”, conformismo o complicità della maggioranza della popolazione.

Renzo De Felice, ci propone l’esempio italiano del regime fascista nel suo nel suo celebre saggio Mussolini il duce. Gli anni del consenso, dimostrando come la dittatura si sia consolidata proprio grazie al sostegno di base di ampi strati della società.

Dario Fabbri, nel numero 10/2026 di Domino scrive: “Di impostazione comunitaria, i nord coreani credono la dittatura indispensabile per uccidere l’individualismo, per conservare il primato della cosa pubblica”.

La dittatura nord coreana alla quale ci riferiamo è iniziata in chiave teocratica negli anni Cinquanta del secolo scorso quando Kim Il Sung (nato Kin Sung Ju) è stato elevato a “sole che sorge”.

In seguito suo figlio e successore, Kim Jong-il sarebbe nato sul Monte Paekdu, dove quattro mila anni prima era venuto al mondo Dangun, il quale, frutto dell’unione tra lo spirito celeste e un’orsa dalle sembianze umane, fondò a Pyongyang il regno di Gojoseon, ancora oggi venerato.

La conseguenza è che il Brillante Compagno Kim Jong-un è figlio e nipote di due dirigenti del comunismo nord coreano evemerizzati e assurti al rango di divinità.

Ovviamente non manca l’idea, a quanto pare diffusa nel mondo, che il popolo coreano sia alla base dell’intera civiltà umana, la quale “sarebbe nata un milione di anni fa presso il bacino del fiume Taedong, nel cuore della penisola[i]“. I nord coreani sono convinti di essere “l’unico popolo puro, eletto, incontaminato[ii]“.

Come si vede, contro ogni logica e realtà effettuale, di popoli eletti, puri e incontaminati è pieno l’orbe terracqueo.

In chiave di purezza, di elezione e di incontaminazione, va detto, a scanso di equivoci, che in questa terra, dove esiste un popolo che è all’origine della civiltà umana, ci sono almeno 90 ordigni nucleari.

La potenza nord coreana non è basata su Ouranos, ma su Uranio. C’è assonanza, ma la realtà è ben diversa.

Comunque sia, la Corea del Nord, governata dal discendente dei Kim divinizzati, ha dai tempi di Kim Il-Sung una propria presenza ben solida in Africa.

La rete militare africana di Pyongyang

La Corea del Nord ha mantenuto per decenni una rete militare africana molto più estesa di quanto normalmente emerga dal dibattito pubblico, basata su tre strumenti: vendita di armamenti relativamente economici, manutenzione e modernizzazione di sistemi sovietici/cinesi, addestramento di forze speciali e costruzione di infrastrutture militari.

Non si tratta però di una rete uniforme: in alcuni casi le relazioni sono storiche e documentate, in altri si tratta di sospetti di violazione delle sanzioni o di rapporti indiretti.

La fonte più utile per ricostruirla è il lavoro del Panel of Experts del Consiglio di Sicurezza ONU, affiancato da studi specialistici come quelli di 38 North e dell’Institute for Security Studies.

Pyongyang ha esportato soprattutto: missili e componenti per missili Scud; lanciarazzi e razzi anticarro; sistemi radar e difesa antiaerea; munizioni e armi leggere; riparazione di aerei militari sovietici; addestramento di forze speciali; consulenza per fabbriche di armi e munizioni; costruzione di basi, monumenti e infrastrutture statali attraverso società collegate al regime.

Il vantaggio per i governi africani era spesso triplice: costo basso, assenza di condizioni politiche occidentali, disponibilità a trasferire know-how militare.

Per Pyongyang queste operazioni garantivano valuta estera, accesso politico e aggiramento dell’isolamento internazionale.

I principali Paesi coinvolti

Corea del Nord e Africa

 

La Namibia rappresenta uno dei casi più importanti. La società nordcoreana Korea Mining Development Trading Corporation (KOMID), inserita nelle liste sanzionatorie ONU, operava nel Paese anche dopo l’introduzione delle sanzioni.

Secondo le indagini ONU KOMID ha partecipato alla costruzione di una fabbrica di munizioni nei pressi di Windhoek, la Namibia ha confermato di aver avuto contratti con la Corea del Nord per armi e materiale correlato e che sono stati forniti addestramento e assistenza tecnica.

Il governo namibiano ha inoltre dichiarato che gli esperti nordcoreani erano stati rimpatriati dopo l’inasprimento delle sanzioni.

Il caso è importante perché non si trattava semplicemente di comprare fucili, ma era una forma di trasferimento di capacità produttiva militare.

La presenza nordcoreana in Namibia è stata inoltre molto più ampia: imprese collegate a Pyongyang hanno costruito numerosi edifici pubblici e opere monumentali, creando una rete di relazioni economico-politiche di lungo periodo.

Il Mozambico è uno dei casi più rilevanti sul piano militare. Secondo le ricostruzioni disponibili la Corea del Nord avrebbe fornito sistemi missilistici, radar e difesa aerea. Il valore delle forniture militari è stato stimato in diversi milioni di dollari.

Inoltre, ci sono stati rapporti tra la società nordcoreana Haegeumgang Trading Corporation e la società statale mozambicana Monte Binga. La cooperazione comprendeva anche manutenzione, consulenza e assistenza tecnica.

Un elemento significativo è che alcuni accordi sarebbero stati facilitati da finanziamenti riservati collegati agli apparati di sicurezza mozambicani, rendendo più difficile tracciare i pagamenti.

La Tanzania ha avuto rapporti militari con Pyongyang risalenti alla Guerra fredda.

La Corea del Nord ha partecipato alla riparazione e manutenzione di caccia MiG-21; ha concluso contratti militari per un valore superiore a diversi milioni di euro; è stata coinvolta in programmi di assistenza tecnica e addestramento.

Questo tipo di cooperazione è particolarmente importante perché consente a Paesi con bilanci militari limitati di mantenere operativi sistemi sovietici ormai difficili da supportare attraverso canali occidentali.

L’Eritrea è stata storicamente vicina alla Corea del Nord per ragioni politiche e militari.

I rapporti ONU hanno esaminato: possibili forniture di armamenti; attività di società nordcoreane; rapporti con apparati militari e di sicurezza; trasferimenti di materiale attraverso reti commerciali opache.

È però necessario distinguere il periodo: le sanzioni ONU specifiche contro l’Eritrea sono state revocate nel novembre 2018, mentre le sanzioni generali contro la Corea del Nord e il divieto di cooperazione militare con Pyongyang restano un’altra questione giuridica.

La Repubblica Democratica del Congo compare ripetutamente nelle indagini ONU.

Sono stati segnalati: rapporti con imprese nordcoreane; forniture o tentativi di fornitura di materiale militare; addestramento e assistenza tecnica; possibili triangolazioni attraverso Paesi terzi.

Un episodio citato negli studi riguarda un tentativo del 2009 di trasferire armi verso la RDC utilizzando Ethiopian Airlines e un transito attraverso il Sudafrica, proprio per eludere i controlli internazionali.

Il Sudafrica non è semplicemente un “cliente militare” della Corea del Nord. Il suo ruolo è emerso soprattutto in relazione a società nordcoreane operanti sul territorio, transito di merci, triangolazioni commerciali, possibili violazioni delle sanzioni, attività di entità collegate a KOMID.

Il Sudafrica è importante perché rappresenta uno dei principali nodi logistici e finanziari dell’Africa australe. La sua presenza nelle indagini ONU non significa automaticamente che il governo sudafricano abbia autorizzato ogni operazione: spesso i rapporti riguardano società, intermediari o operazioni clandestine.

La Nigeria ha avuto rapporti con Pyongyang in ambito missilistico. Nel 2004 sono state documentate discussioni pubbliche sull’eventuale acquisto di missili nordcoreani, nonostante la forte opposizione degli Stati Uniti.

Il caso mostra che la cooperazione non era limitata a regimi ideologicamente vicini: anche Paesi con rapporti stretti con Washington potevano considerare interessanti le offerte nordcoreane quando cercavano armamenti economici e senza vincoli politici.

La Guinea Equatoriale compare nelle ricostruzioni delle attività nordcoreane in Africa soprattutto per

rapporti commerciali e militari, forniture di armi, reti opache di intermediazione, attività di società nordcoreane.

La documentazione pubblica è meno dettagliata rispetto a Namibia e Mozambico, ma il Paese rientra nella più ampia rete di cooperazione militare nordcoreana con governi africani autoritari o fortemente centralizzati.

La Somalia è particolare. Le Nazioni Unite hanno documentato ripetutamente violazioni dell’embargo sulle armi verso la Somalia, ma non ogni violazione dell’embargo somalo è automaticamente una fornitura nordcoreana.

Il nome della Corea del Nord emerge in relazione a: possibili trasferimenti clandestini; reti di intermediazione; attività di società e intermediari; rischio di trasferimento di tecnologie o materiali militari.

Bisogna quindi evitare di presentare la Somalia come un cliente stabile della Corea del Nord allo stesso livello di Namibia o Mozambico.

Altri Paesi africani. La rete era in realtà più vasta dei Paesi fin qui elencati.

Ecco in un’immagine sintetica gli altri partner africani della Corea del Nord.

 

Africa, i partner della Corea del Nord

L’Etiopia è particolarmente importante: Pyongyang ha contribuito alla modernizzazione di industrie militari come Gafat Armament Industry e Homicho Ammunition Industry, due complessi centrali della produzione bellica etiope.

L’Uganda è uno degli esempi più chiari del modello nordcoreano di assistenza militare. Secondo le ricostruzioni, istruttori nordcoreani hanno addestrato reparti d’élite ugandesi ai quali sono state impartite tecniche di combattimento ravvicinato.

Vi sono state attività relative all’impiego di elicotteri e la cooperazione è continuata nonostante le pressioni statunitensi e sudcoreane. Questo è significativo perché dimostra che Pyongyang non esportava soltanto armamenti, ma anche dottrina operativa, addestramento e formazione di unità speciali.

Perché l’Africa era così importante per Pyongyang?

La strategia nordcoreana aveva almeno cinque obiettivi:

• valuta estera (le vendite di armi, anche di modesto valore rispetto al commercio globale, rappresentavano una fonte preziosa di valuta);

• elusione delle sanzioni (le società nordcoreane operavano spesso tramite ambasciate, società di copertura, intermediari, triangolazioni, imprese statali africane, transiti attraverso Paesi terzi);

• influenza politica (la Corea del Nord offriva ai governi africani una cooperazione che non richiedeva necessariamente riforme politiche, condizionalità sui diritti umani, trasparenza, allineamento diplomatico con Washington o Bruxelles);

• accesso tecnologico (il vero valore non era sempre il singolo missile, ma la possibilità di riparare, mantenere, produrre o adattare sistemi militari localmente);

• reti diplomatiche del non allineamento.

Molte relazioni sono nate negli anni Sessanta – Ottanta, quando Pyongyang si presentava come partner anticoloniale e antimperialista dei movimenti africani.

Queste reti sono sopravvissute alla fine della Guerra fredda perché erano diventate rapporti tra apparati militari e governi, non soltanto rapporti ideologici.

Il punto più interessante è che non era solo commercio di armi. Il modello nordcoreano africano può essere sintetizzato così: Corea del Nord, KOMID / società commerciali statali, ambasciate e intermediari, governi africani e ministeri della Difesa, eserciti nazionali, addestramento più armamenti, più manutenzione, più infrastrutture, dipendenza tecnica di lungo periodo.

In alcuni casi il rapporto si è evoluto da semplice fornitura a cooperazione militare strutturale.

Va precisato che il Panel of Experts sulle sanzioni contro la Corea del Nord è stato istituito nel 2009 e ha prodotto per anni rapporti sulle violazioni delle risoluzioni ONU.

Tuttavia, nel marzo 2024 la Russia ha posto il veto al rinnovo del mandato del Panel, interrompendo quel meccanismo nella sua forma precedente.

Da allora le informazioni devono essere ricostruite attraverso: rapporti ONU precedenti; documenti dei comitati sanzioni; intelligence e indagini nazionali; studi accademici; nuovo meccanismo multilaterale di monitoraggio creato da alcuni Stati nel 2024/2025.

Questo significa che la rete storica è ben documentata, ma la sua attività attuale è più difficile da misurare sistematicamente.

Gli aspetti geopolitici della presenza di Pyongyang in Africa

La Corea del Nord non dispone delle risorse finanziarie per competere con Cina, Stati Uniti o Russia attraverso grandi investimenti.

Può però sfruttare una caratteristica particolare: relazioni militari storiche, accesso ad apparati statali, capacità di operare in ambienti sanzionati e disponibilità a fornire tecnologia militare a basso costo.

Relazioni che oggi consentono l’accesso privilegiato a Paesi ricchi di risorse strategiche, con una possibile intermediazione politico-militare su miniere, porti e corridoi logistici

Questa evoluzione è plausibile, ma non significa che esista una regia nordcoreana documentata per il controllo delle risorse africane. Il punto è che la rete militare costituisce un’infrastruttura relazionale che può essere riutilizzata in una fase di competizione globale per materie prime.

La Namibia è il caso più interessante sotto il profilo delle risorse, in quanto possiede: uranio; litio; terre rare; diamanti; rame; possibile petrolio offshore; posizione sull’Atlantico meridionale.

La Namibia è già oggi un Paese centrale nelle strategie minerarie cinesi e occidentali. Nel luglio 2026, Cina e Namibia hanno formalizzato una cooperazione che include esplicitamente uranio, litio e terre rare, oltre a energia e infrastrutture.

La presenza nordcoreana storica – fabbriche, infrastrutture, rapporti con apparati statali – potrebbe quindi assumere un nuovo significato come partner militare-politico di un Paese inserito nella competizione per l’accesso alle risorse.

L’uranio namibiano è particolarmente importante perché alimenta il sistema nucleare civile internazionale e perché la Namibia è uno dei principali produttori mondiali.

L’Eritrea è il punto strategico in quanto possiede una lunga costa sul Mar Rosso e soprattutto il porto di Massaua, oltre alla posizione geografica vicina a: Bab el-Mandeb; Gibuti; Yemen; Arabia Saudita; Sudan; rotte Suez–Oceano Indiano.

Il Bab el-Mandeb è uno dei principali chokepoint marittimi del pianeta: collega Mar Rosso e Golfo di Aden e costituisce una rotta essenziale tra Asia ed Europa attraverso Suez.

Il Mar Rosso è oggi uno dei punti caldi del pianeta.

In questo quadro, una relazione militare nordcoreana con l’Eritrea ha un valore potenziale non tanto per il commercio bilaterale, quanto per: accesso a informazioni locali; rapporti con apparati militari; conoscenza delle infrastrutture portuali; eventuale assistenza tecnica; inserimento in una rete di Paesi non allineati alle potenze occidentali.

Non risultano però prove pubbliche solide che la Corea del Nord controlli o disponga oggi di una base navale in Eritrea. Questo è il limite da mantenere.

Il Mozambico è strategico per due ragioni distinte: geografia (il Canale di Mozambico collega l’Oceano Indiano al sistema marittimo dell’Africa australe e si trova vicino alle rotte che collegano: Golfo Persico; India; Africa orientale; Sudafrica; Madagascar; Atlantico meridionale attraverso la circumnavigazione africana); risorse. Il Mozambico dispone di: gas naturale offshore; grafite; rubini; carbone; titanio; terre rare e altri minerali; potenziale uranio in alcune aree regionali.

La relazione nordcoreana è particolarmente interessante perché già in passato Pyongyang aveva fornito missili, radar e sistemi di difesa aerea al Mozambico, attraverso rapporti con società statali della difesa.

Questo crea un possibile schema: cooperazione militare, accesso agli apparati di sicurezza, influenza sulle infrastrutture strategiche, possibile ruolo nei corridoi energetici e minerari.

Il primo e il secondo passaggio sono documentati storicamente, mentre il terzo e il quarto sono una deduzione strategica da verificare caso per caso.

Il Sudafrica ha un’importanza superiore a quella che appare nella semplice lista dei Paesi che hanno avuto rapporti con Pyongyang, in quanto è il grande nodo dell’Africa australe: Capo di Buona Speranza; rotte Atlantico – Indiano; porti di Durban, Richards Bay, Cape Town; accesso ai minerali del Sudafrica, Botswana, Zimbabwe, Zambia e RDC; controllo logistico delle rotte meridionali in caso di crisi nel Mar Rosso.

Le indagini ONU hanno rilevato società e operazioni collegate a reti nordcoreane in Sudafrica, anche come possibile territorio di transito o triangolazione.

La Repubblica Democratica del Congo è forse il Paese più importante sul piano delle materie prime.

Possiede enormi risorse di: rame; cobalto; coltan; tantalio; oro; uranio; altri minerali strategici.

La Corea del Nord è stata associata a tentativi di trasferimento di armi verso la RDC e a reti di intermediazione. Il caso del 2009, con transito attraverso Etiopia e Sudafrica, mostra come le reti commerciali e logistiche potessero essere utilizzate per aggirare i controlli.

Il vero interesse geopolitico consiste nel fatto che qualsiasi rete capace di operare tra apparati statali, società di sicurezza, intermediari e porti può diventare utile nella competizione per le risorse congolesi.

La Tanzania è strategica perché possiede il porto di Dar es Salaam, l’accesso all’Oceano Indiano, il corridoio ferroviario TAZARA verso Zambia e Copperbelt; è una posizione alternativa ai porti dell’Africa australe e ha rapporti storici con Cina e Paesi non allineati.

La TAZARA collega lo Zambia alla costa tanzaniana ed è una delle infrastrutture più importanti per il trasporto di rame e cobalto verso l’Oceano Indiano.

La cooperazione militare nordcoreana storica – compresa la manutenzione di aerei e sistemi militari – va quindi letta anche alla luce della posizione della Tanzania: non solo un esercito da addestrare, ma un Paese collocato su un corridoio logistico minerario di valore mondiale.

Il vero elemento da considerare: il controllo degli accessi.

La Corea del Nord non può realisticamente aspirare a dominare militarmente l’Africa.

Può però inserirsi in una logica di access denial / access enabling: avere rapporti con governi che controllano porti; mantenere legami con apparati militari; fornire sistemi di difesa; ottenere accesso a informazioni; partecipare a reti commerciali opache; offrire tecnologia a Paesi che non vogliono dipendere dall’Occidente.

In una fase di crisi globale, questo può avere valore.

La mappa strategica

La mappa strategica

Chi potrebbe trarre vantaggio da questa rete?

Qui si apre una questione geopolitica più ampia.

La rete nordcoreana potrebbe essere utile a Pyongyang per ottenere valuta, materie prime, relazioni diplomatiche, canali commerciali alternativi, profondità strategica, ma anche alla Cina, in quanto la presenza nordcoreana può inserirsi in un ecosistema di Paesi e infrastrutture non occidentali. La Cina è già fortemente presente nei minerali africani e nei corridoi portuali.

Anche la Russia può trarre vantaggio dalla presenza nord coreana in Africa, in quanto la rete si combina con: cooperazione militare; sicurezza dei porti; rapporti con governi africani; accesso a materie prime; proiezione nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso.

Il vantaggio riguarda anche dei governi africani, in quanto possono usare Pyongyang come fornitore alternativo, partner senza condizionalità occidentali, strumento di diversificazione geopolitica e leva negoziale verso Cina, Russia, Stati Uniti ed Europa.

Tre reti d’influenza fanno un sistema

Africa: le reti di influenza di Corea del Nord, Cina e Russia

Questa immagine mostra in modo evidente come oggi un eco-sistema Russia, Cina, Corea del Nord sia potenzialmente egemone in Africa e come sia urgente impedire che si saldi ulteriormente.

Ne deriva che la politica inglese e dell’Unione Europea di continuare la guerra in Ucraina sia geopoliticamente miope e suicida, mentre ha senso la politica USA di chiudere la partita dell’Ucraina e di togliere la Russia dall’abbraccio troppo stretto con la Cina.

Gli studi più recenti invitano a non immaginare necessariamente un comando centralizzato Mosca – Pechino – Pyongyang in quanto la cooperazione è prevalentemente bilaterale, con convergenze selettive e interessi differenti.

La Cina fornisce la massa economica, la Russia la proiezione securitaria, la Corea del Nord una rete militare flessibile e a basso costo. Non è necessario che siano formalmente coordinati in ogni Paese perché possano produrre effetti convergenti.

L’Africa è il vero spazio di profondità strategica

La Russia sta ampliando la propria presenza africana attraverso accordi militari, addestramento, armi, intelligence e accesso a risorse e porti.

La Cina, parallelamente, integra sicurezza, infrastrutture e approvvigionamento di materie prime.

Il punto è che l’Africa non è più soltanto «un continente da assistere»; è diventata una piattaforma di potenza per il controllo delle catene globali del valore e dei corridoi marittimi.

Chi consolida rapporti con Namibia, Angola, RDC, Tanzania, Mozambico; Eritrea; Sudan; Sudafrica; Algeria; Egitto; Sahel può costruire una rete che attraversa Atlantico meridionale, Africa centrale, Mar Rosso e Oceano Indiano.

La contraddizione geopolitica europea

Mentre l’Europa concentra enormi risorse politiche, finanziarie e militari sulla prosecuzione del confronto con la Russia in Ucraina, altri attori stanno consolidando rapporti nel cosiddetto Global South, dove si decidono: accesso ai minerali critici; uranio; energia; porti; corridoi ferroviari; basi logistiche; voti nelle organizzazioni internazionali; nuove valute e circuiti finanziari; cooperazione militare.

La Russia, secondo analisi recenti, considera ormai l’Africa un teatro prioritario per compensare l’isolamento occidentale e costruire una rete di partner strategici.

La Cina, invece, dispone di una capacità economica incomparabilmente maggiore e lega infrastrutture, commercio e risorse in modo sistemico.

L’Europa rischia quindi di combattere una guerra sul fianco orientale mentre perde progressivamente profondità strategica sul fianco meridionale.

La prosecuzione della guerra in Ucraina è miope

La critica non significa necessariamente che l’Ucraina sia irrilevante. Significa che una strategia europea dovrebbe valutare il costo/opportunità geopolitico.

Ogni anno di concentrazione prioritaria su Russia, Ucraina, riarmo, sanzioni, energia, spesa militare può sottrarre attenzione e risorse a Africa, Mediterraneo, Mar Rosso, Sahel, risorse, porti, corridoi, sicurezza energetica.

Un’analisi del 2026 sulla Libia sostiene proprio che l’attenzione europea rimasta focalizzata sulla guerra in Ucraina e sul rapporto transatlantico rischia di oscurare l’espansione russa e cinese nel Mediterraneo, nel Sahel e nell’Africa subsahariana.

Il rischio non è soltanto “perdere l’Africa”

Il rischio è perdere contemporaneamente: il Sud strategico dell’Europa (Mediterraneo; Libia; Tunisia; Algeria; Egitto; Mar Rosso); le materie prime del futuro (cobalto; rame; uranio; litio; terre rare; grafite;

manganese; platinoidi); le rotte marittime (Bab el-Mandeb; Suez; Canale di Mozambico; Capo di Buona Speranza; Atlantico meridionale); la massa diplomatica africana (voti ONU; BRICS; non allineamento; cooperazione Sud–Sud; riconoscimento politico internazionale).

La miopia suicida dell’Unione Europea

L’Europa sta trattando la Russia come se fosse ancora il principale centro della minaccia strategica mondiale, mentre Russia, Cina e Corea del Nord stanno contribuendo – ciascuna con strumenti diversi – alla costruzione di un sistema di relazioni che si estende ben oltre l’Eurasia e penetra nel continente africano.

La miopia europea consiste nel confondere il teatro immediato della guerra con il teatro complessivo della competizione mondiale. La guerra in Ucraina è il teatro immediato.

L’Africa, l’Oceano Indiano, il Mar Rosso, le materie prime e le infrastrutture sono parte del teatro sistemico.

La Cina non controlla politicamente l’Africa. La Russia ha risorse economiche limitate e incontra resistenze. La Corea del Nord ha una capacità finanziaria molto ridotta.

Inoltre, gli Stati africani praticano spesso una politica di multi-allineamento, usando contemporaneamente Cina, Russia, Turchia, Stati Uniti, UE, India e Paesi del Golfo.

Perciò siamo in presenza di un sistema eurasiatico emergente di influenza africana, non ancora egemonico, ma potenzialmente capace di diventare egemonico in settori strategici specifici: sicurezza, minerali, porti, energia e corridoi logistici.

La politica britannica ed europea di prolungamento indefinito della guerra in Ucraina rischia di essere geopoliticamente miope perché concentra il massimo delle risorse sul confronto con Mosca mentre si consolida, nel continente africano e nelle rotte dell’Oceano Indiano, un ecosistema di influenza cinese, russa e nordcoreana.

Il problema non è soltanto ciò che l’Europa perde in Ucraina, ma ciò che lascia agli altri attori nel resto del mondo.

Note

[i] Federico Bertasi, Domino 10/2026

[ii] Federico Bertasi, Domino 10/2026

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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