A Marib forte la pressione esterna della milizia filo-sciita
Nello Yemen, Ansar Allah è sempre più vicina all’accerchiamento di Taiz, mentre consolida i suoi progressi sulla costa occidentale.
Le battaglie più accese si vedono comunque a sud ovest, presso il monte Habashi, alto circa 2300 metri, oltre che sull’asse da Taiz a Mocha, già conquistata negli scorsi giorni.
Parliamo, dunque, di due fronti paralleli, con Ansar Allah che dagli ultimi resoconti risulta a soli due chilometri dalla strada principale per Taiz: una volta presa, la città sarebbe infatti tagliata nei suoi collegamenti da nord a sud.
È qui bene indicare che Taiz è uno snodo cruciale per collegare il nord e il sud dello Yemen, oltre che significativo pure per raggiungere, dall’entroterra, le aree costiere.
I sauditi sanno dunque bene cosa fanno nel momento in cui, da una parte, cercano di riguadagnare il controllo della costa con forze mercenarie tuttavia già respinte e, dall’altra, bombardano i siti di Ansar Allah sulle montagne limitrofe a Taiz.
Ciò non sembra, comunque, né scongiurare quella presa, né rallentarla, dal momento che la caduta di Taiz appare ormai come un fatto prossimo ad avvenire.
Non colpisce che intorno a Taiz non si vedano scontri significativi: le forze mercenarie legate al Consiglio Presidenziale di Guida non sembrano propendere per l’azione militare, né tantomeno Ansar Allah.
A lavorare, in questa come in altre cessioni territoriali, sono prima di tutto le tribù locali, che svolgono un ruolo ben superiore alla sola diplomazia sul terreno.
Le popolazioni locali, dopotutto, guardano con favore a un’unione col Consiglio Politico Supremo, come visto, ad esempio, nel caso del recente ingresso a Mocha, e i capi tribali intervengono proprio per assecondare un abbandono indolore della città da parte delle forze filo-saudite.
Lo stesso si può dire per Marib, dove forte è la pressione esterna di Ansar Allah, posizionatasi sulle alture a sud ovest, con scontri che rimangono solo sparsi.
La città che ospita la celebre diga che per secoli diede vita e prosperità alle grandi civiltà locali, dai Sabei agli Hymariti, è al centro di una fitta mediazione dei capi tribali che permetterà ai suoi cittadini, in tempi plausibilmente brevi, di ricongiungersi a loro volta al Consiglio Politico Supremo, al governo composto a larga maggioranza da Ansar Allah a Sana’a.
Perdere Taiz e Marib, per gli uomini del Consiglio Presidenziale di Guida, il governo filo-saudita di Aden, significherebbe ritrovarsi tagliati fuori anche dalle alture meridionali, di fatto schiacciati proprio intorno alla loro capitale.
Tanto più pensando che, presa Marib, Ansar Allah deterrebbe il 90% del paese: ciò che resterebbe, di là dall’estensione geografica, sarebbe composta da governatorati spopolati e senza difese.
Ben si comprende perché, dinanzi a sviluppi del genere, sia stato scelto di rinviare l’incontro che l’Oman intendeva tenere a Salalah con l’Iran, l’Iraq e i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo: vi si sarebbe dovuto discutere soprattutto del raggiunto accordo tra Mascate e Teheran sui transiti da Hormuz, con l’intenzione di un allargamento costruttivo anche agli altri Paesi litoranei, ma, in ogni caso, sarebbe stata una preziosa occasione pure per gestire altre questioni, come, ad esempio, l’odierna crisi yemenita su cui, peraltro, l’Oman ha già intensamente lavorato ospitando incontri ancora poche settimane fa.
I tempi non sono ancora maturi perché simili tematiche possano essere affrontate: prima di tutto, occorre che si consumino certe “cineticità”, che chi sta vincendo continui a vincere e chi sta perdendo continui a perdere.
Malgrado la gravità della situazione, basti pensare al numero degli sfollati, 125.000 in totale, 82.000 dei quali nella sola costa occidentale, oltre a 2.000 riparati a Gibuti attraversando le acque di Bab el-Mandeb, Ansar Allah da una situazione del genere trae vantaggio, perché, davanti a sé, ha due sole possibilità: o vincere fino alle fine, o giungere a un accordo molto più fruttuoso di quello provvisorio, saltato a luglio, siglato nel 2022.
In ambo i casi si ritroverà a disporre di un potere negoziale assai maggiore rispetto al passato.
Lasciamo che lo Yemen si ricomponga da solo, e che siano gli yemeniti, non altri al loro posto, a riunire il loro Paese. Come già visto in lunghi anni di storia, le ingerenze esterne l’hanno soltanto distrutto, proprio come avvenuto a tanti altri Paesi a loro volta.
Un Paese si riunisce solo per volontà del suo popolo; non possono essere altri a decidere o portare avanti i suoi interessi. È proprio per questo che oggi gli yemeniti, come altri nel loro Paese, combattono.





