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Attacco allo Stato dei “fasssisti” di sinistra

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I Black Bloc, che devastano la Val di Susa per “vendicare Fakir” sono i figli della tedesca Automen, ispirata dall’italiana Autonomia Operaia – La rete eversiva degli Anni di Piombo è rimasta attiva

Quanto sta avvenendo in Italia da qualche tempo, con un crescendo impressionante, è un attacco allo Stato.

Dopo i miei precedenti articoli:

https://www.nuovogiornalenazionale.com/lepore-ha-aperto-il-vaso-di-pandora/

https://www.nuovogiornalenazionale.com/bologna-madre-dellantagonismo/

credo sia utile proseguire nell’analisi delle radici di quanto sta avvenendo.

Com’era facile intuire, c’è una regia ben precisa che collega le violenze scatenate in vari luoghi. Una regia che, probabilmente, non è solo italiana.

I No Tav, arrivati in massa dalla Francia, per “vendicare” il marocchino morto a Bologna ne sono un indizio preciso.


violenze alla marcia No Tav

In Valle Susa sono arrivati 700 attivisti del “Blocco Nero”, professionisti dell’eversione. È in atto un attacco allo Stato. Gli esponenti della sinistra rossa, gialla e verde, condannano?

Sì, ma.

La teoria delle due piazze è l’alibi per non condannare una volta per tutte, senza se e senza ma. Si sta determinando anche una spaccatura sempre più evidente nel corpo dello Stato.

L’attacco allo Stato è crescente e va contrastato con decisione è fermezza. La galassia degli antagonisti, più o meno violenti, è lo stagno nel quale nuotano i pesci dell’eversione.

Ha funzionato così anche negli Anni di Piombo. Attorno alle Brigate Rosse, a Prima Linea, a Autonomia Operaia e alle formazioni armate e clandestine c’era il cordone del consenso dell’antagonismo non clandestino.

La frase «Né con lo Stato né con le BR (Brigate Rosse)» – o varianti come: «Né con lo Stato né con le Brigate Rosse» – è uno slogan dell’area dell’estrema sinistra extraparlamentare, in particolare di Lotta Continua, emerso soprattutto intorno al 1977-1978 durante gli Anni di Piombo. Esprimeva una posizione di equidistanza: rifiuto sia dello Stato (visto come repressivo), sia del terrorismo brigatista.

“Blocco Nero” o “Black Bloc” è una tattica di protesta usata soprattutto da gruppi anarchici, autonomi e antagonisti.

Si tratta di un metodo di azione in cui i manifestanti si vestono interamente di nero (abiti scuri, passamontagna, caschi, occhiali, sciarpe o maschere) per rendere difficile l’identificazione individuale da parte della polizia, formare un blocco compatto e mobile, attaccare obiettivi simbolici (banche, negozi di lusso, auto della polizia, vetrine) con azioni dirette, spesso violente (lancio di oggetti, incendi, danneggiamenti), disperdersi rapidamente dopo l’azione e hanno caratteristiche tipiche della guerriglia urbana e di azioni dirette, che richiedono preparazione, coordinamento e disciplina.

C’è un evidente coordinamento in piccoli gruppi (“affinity group”) che si preparano separatamente e si riuniscono sul campo con segnali prestabiliti. Studiano percorsi dei cortei, individuano vie di fuga, punti deboli delle forze dell’ordine, obiettivi simbolici e luoghi per nascondere materiali (sassi, bottiglie, fumogeni, attrezzi).

Adottano movimenti compatti, avanzate e ritirate sincronizzate, uso di linguaggio gestuale o codici (a volte anche in inglese per facilitare la partecipazione internazionale).

Hanno una preparazione fisica, con allenamenti informali in palestre occupate, spazi aperti o “palestre politiche”, esercizi di resistenza, corsa e trasporto pesi (per esempio per spostare barricate o lanciare oggetti).

Nelle recenti azioni No TAV si è parlato di assalti su più fronti con strategia coordinata. Queste capacità derivano dall’esperienza accumulata in proteste ripetute (dagli anni ’80 in Germania fino a oggi), manuali di azione diffusi nella rete scena anarchica e degli autonomi autonomi e condivisione di conoscenze tra militanti internazionali.

Chi partecipa spesso ha anni di militanza alle spalle (centri sociali, manifestazioni, scontri minori). In alcuni casi recenti (come No TAV) si nota un carattere multinazionale con persone arrivate da altri paesi, il che aumenta la percezione di professionalità.

Le modalità di Blocco Nero sembrano affini a quelle di Prima Linea, organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva in Italia principalmente tra il 1976 e il 1983 (con picco negli Anni di Piombo), seconda solo alle Brigate Rosse per numero di azioni e aderenti.

Era composta prevalentemente da militanti provenienti da Lotta Continua, Potere Operaio e Autonomia Operaia, con forte presenza nelle città industriali del Nord (Milano, Torino, ecc.).

A differenza delle Brigate Rosse, che usavano una struttura più compartimentata con covi (nascondigli) dedicati, depositi di armi e una maggiore clandestinità, Prima Linea adottava un modello più fluido e “di massa”.

La maggior parte dei militanti non viveva in clandestinità e manteneva una vita “normale” (lavoro, università, militanza politica aperta) e non disponeva di una rete estesa di basi fisse o covi centralizzati. Armi e documenti venivano spesso custoditi nelle case private dei militanti.

L’organizzazione era articolata in nuclei locali semi-autonomi coordinati da un Comando Nazionale, con legami al movimento extraparlamentare.

Le attività di preparazione (uso delle armi, tattiche di guerriglia urbana, pianificazione di attentati) avvenivano in modo informale e decentralizzato e il gruppo privilegiava l’integrazione con il movimento di massa piuttosto che la creazione di strutture militari isolate, per evitare l’isolamento tipico delle BR.

Prima Linea rivendicò oltre 100 azioni, tra cui ferimenti (gambizzazioni) di dirigenti, politici, magistrati e forze dell’ordine, e alcuni omicidi e si sciolse formalmente nel 1983 dopo arresti di massa, pentimenti (come Roberto Sandalo e Michele Viscardi) e divisioni interne.

Tra i fondatori di Prima Linea troviamo: Sergio Segio (fondatore che in seguito ha scritto libri sull’esperienza, come Miccia corta); Susanna Ronconi (fondatrice, ex militante delle Brigate Rosse, figura chiave soprattutto nelle prime fasi); Marco Donat-Cattin (fondatore, leader di primo piano e figlio del politico DC Carlo Donat-Cattin, attivo soprattutto fino al suo arresto); Roberto Sandalo (fondatore e coinvolto in fasi operative importanti).

Nonostante le differenze, con le Brigate Rosse Prima Linea ebbe punti di contatto e collaborazione con le BR. Entrambe le organizzazioni volevano abbattere lo Stato capitalista e instaurare una dittatura del proletariato. Prima Linea appoggiava molte azioni delle BR e, in alcuni casi, le rivendicava o le considerava positivamente.

Ci furono passaggi individuali e verso la fine, alcuni superstiti di Prima Linea confluirono nelle BR. All’inizio del 1978 nacque un comando unificato tra Prima Linea e Formazioni Comuniste Combattenti (FCC, scissione da aree vicine alle BR), anche se fu limitato.

Quando si affronta la presenza dei Black Bloc ci si imbatte inevitabilmente nell’italiana Autonomia Operaia, in quanto il movimento autonomo tedesco (Autonomen) degli anni ’80 (da cui derivano i militanti Black Bloc) ha preso ispirazione diretta dall’esperienza italiana di Autonomia Operaia (e in parte anche da Potere Operaio).

Gli Autonomen tedeschi guardavano all’Italia come modello di autonomia dal partito, di legame con le lotte di fabbrica e di piazza, di rifiuto della politica istituzionale e di pratiche di scontro diretto (occupazione di case, sabotaggi, violenza diffusa).

In particolare, l’Autonomia Operaia italiana rappresentava per loro un riferimento teorico e pratico importante: l’idea di “autonomia” come rifiuto di ogni avanguardia esterna (partito, sindacato, BR-style), la centralità dei bisogni proletari e una certa diffusione della militanza invece della rigida clandestinità.

Gli Autonomen tedeschi svilupparono poi una propria specificità (più orientata ai centri sociali, all’antifascismo militante e al Black Bloc), ma riconoscevano le radici italiane.

Quello del rapporto tra Black Bloc e Autonomia Operaia è uno dei casi classici di circolazione di idee nella sinistra radicale europea degli anni ’70-’80.

Gli Autonomen (o Autonome Szene) emergono nella Germania Ovest Anni ’70-’80 come evoluzione dei movimenti studenteschi del ’68 (Sponti-Bewegung), dei gruppi comunisti (K-Gruppen), dell’Autonomia Operaia italiana (da cui prendono ispirazione) e delle lotte contro il nucleare, gli sfratti e il riarmo.

Molti militanti provenivano da ambienti marxisti anti-imperialisti, con una minoranza anarchica.

Si distinguono per il rifiuto della politica istituzionale (inclusa quella dei Verdi, nati dallo stesso ambiente) e per la pratica dell’autonomia: centri sociali occupati (Häuser), spazi liberi, cultura alternativa e azioni dirette.

Diventano famosi per la tattica del Black Bloc (Schwarzer Block), nata proprio tra loro negli anni ’80 durante proteste anti-sfratti e anti-nucleari.

Gli Autonomen non hanno un partito o un comando unico, ma reti locali, affinità di gruppo, centri sociali autonomi e la loro ideologia è un mix di marxismo autonomo, anarchismo, anti-fascismo militante e anti-capitalismo.

Le loro azioni riguardano occupazioni, manifestazioni militanti, scontri con la polizia e con l’estrema destra (soprattutto dopo la riunificazione, quando contrastarono pogrom neonazisti). Hanno influenzato l’antifa contemporanea tedesca.

Dal movimento degli anni ’80 si è passati a scene più frammentate, con focus su antifa, ecologia radicale, femminismo, migrazione e critica allo Stato.

Dietro gli Autonomen c’è la storia della sinistra extraparlamentare tedesca post-’68, con influenze italiane (Autonomia) e un forte radicamento in contesti urbani come Berlino (Kreuzberg), Amburgo, Göttingen o Francoforte.

La questione dell’influenza italiana è decisiva per capire non solo il passato, ma il presente e per comprendere le posizioni della sinistra cosiddetta progressista attuale e la difficoltà della stessa a prendere le distanze da una rete che propone e pratica l’antifa, l’ecologismo radicale, il migrazionismo, l’occupazione delle case, l’occupazione dei centri sociali.

La sinistra progressista si riempie la bocca di antifascismo, ma non fa i conti con il “fasssismo” di sinistra.

Autonomia Operaia (spesso chiamata Autonomia Operaia Organizzata) è stato uno dei principali movimenti della sinistra extraparlamentare italiana degli anni ’70, emerso tra il 1973 e il 1977 come evoluzione di esperienze precedenti come Potere Operaio. Non era un’organizzazione centralizzata o gerarchica, ma un’area vasta e composita di collettivi, riviste, fabbriche e università, con forti radici operaie (soprattutto nel Nord) e studentesche e aveva come ideologia il marxismo autonomo (operaista), con rifiuto del partito tradizionale (incluso il PCI), centralità della classe operaia e dei “bisogni” proletari, critica al lavoro salariato e al capitalismo e enfatizzava l’autorganizzazione dal basso, il sabotaggio, le occupazioni e la violenza diffusa come strumenti di lotta. Toni Negri (teorico di riferimento), Oreste Scalzone, Franco Piperno, e altri intellettuali e attivisti erano legati a riviste come Rosso (Milano) o a collettivi come via dei Volsci a Roma.

Autonomia Operaia praticava la presenza nelle fabbriche (contro i sindacati “ufficiali”), nel movimento del ’77 (studentesco e proletario), in scontri di piazza, in “espropri proletari” e una parte dell’area teorizzava o praticava la lotta armata diffusa (non centralizzata). Il movimento del ’77 rappresenta il suo momento di massima visibilità, con un carattere più “spontaneista” e movimentista rispetto ai gruppi degli anni precedenti. I rapporti con Brigate Rosse furono complessi e conflittuali, con momenti di vicinanza, ma anche di critica e rivalità. Alcune aree di Autonomia condividevano l’analisi anti-imperialista e la necessità della lotta armata. Ci furono passaggi individuali di militanti verso le BR. Autonomia però criticava spesso il modello delle BR come “avanguardia elitaria” e “partito armato” chiuso e verticistico, che rischiava di isolarsi dalle masse. Le BR, a loro volta, vedevano l’Autonomia come troppo disorganizzata o “spontaneista”. I rapporti con Prima Linea furono più stretti e collaborativi anche per il fatto che Prima Linea nacque in parte da scissioni o evoluzioni di militanti provenienti da Lotta Continua e dall’area di Autonomia Operaia, soprattutto attraverso l’esperienza della rivista Senza Tregua.

Val di Susa aggressioni No Tav

Val di Susa guerriglia No Tav

Tornando ai nostri giorni e alle manifestazioni dei Black Bloc di ieri, è da notare che Oltre a No Tav, da considerare c’è il No Expo a Milano (1º maggio 2015): circa 800 Black Bloc devastarono zone della città (auto bruciate, vetrine rotte, banche attaccate).

Uno degli episodi più gravi di attacco alla Stato da parte dei Black Bloc si è svolto al G8 di Genova (19-22 luglio 2001). In Italia c’era un governo di centrodestra fresco di vittoria elettorale (maggio 2001).

Il vertice G8 era stato deciso dal precedente governo di centrosinistra (Amato II), ma fu gestito interamente dall’esecutivo Berlusconi, il cui esecutivo si reggeva su una maggioranza composta da Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega Nord e CCD-CDU. Contro il G8 parteciparono circa 200.000-300.000 manifestanti di varie anime (pacifisti, sindacati, centri sociali, tute bianche, anarchici, ecc.).

La città fu blindata con una “zona rossa” inaccessibile. I Black Bloc provocarono gravi disordini in varie zone della città: incendi, vetrine sfondate, saccheggi e attacchi a carabinieri e polizia.

Un esempio di come ci sia ancora in atto la logica delle due piazze e del “si condanna, ma”, viene dalle dichiarazioni del presidente dell’Anpi.

Il 20 luglio scorso 2026 Gianfranco Pagliarulo scrive:

“25 anni fa durante il G8 a Genova la democrazia fu sospesa. Con precise responsabilità della catena di comando, elementi delle forze dell’ordine operarono violenze e vere e proprie torture nei confronti di tanti manifestanti. Carlo Giuliani fu ucciso.

A distanza di 25 anni il clima che si è creato oggi nel Paese con una serie di leggi e provvedimenti repressivi è inquietante. Il diritto di manifestare è messo in discussione dall’uso della forza indiscriminata e dalle denunce e le multe che arrivano a centinaia di pacifici manifestanti a scopo intimidatorio, come è successo per esempio a Massa Carrara e a Lecco.

Le istituzioni hanno il monopolio dell’uso legittimo della forza. Ma quando questo è sproporzionato e palesemente tendenzioso, si pone un problema di democrazia e si favoriscono paure e tensioni sociali.

In questo scenario si colloca la tragica e sconcertante morte di Abderrahim Fakir, avvenuta senza alcun tentativo di soccorso e di rianimazione; chiediamo con la massima determinazione che ci sia l’immediato accertamento delle cause e di tutte le eventuali responsabilità”.

Chiaro esempio, quello di Pagliarulo, di presa di posizione pregiudiziale anti istituzioni. C’è da chiedersi cosa abbiano a che fare queste posizioni con un’associazione che dovrebbe essere in prima linea a difendere le istituzioni.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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