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Lebensraum della rete intertribale delle élite progressiste – Parte 4

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rete intertribale

La guerra in Ucraina ha messo in crisi la globalizzazione – Il Green Deal ha disarmato l’Europa – La dottrina NATO è obsoleta – Senza acciaio solo chiacchiere – Chi decide di dichiarare guerra? I burocrati?

segue da: https://www.nuovogiornalenazionale.com/lebensraum-della-rete-intertribale-delle-elite-progressiste-parte-3/

L’Unione Europea senza capacità strategiche

La guerra in Ucraina ha fatto saltare una premessa fondamentale della globalizzazione finanziaria, quella che l’efficienza economica fosse più importante della capacità strategica.

Ora invece contano: acciaio, energia, semiconduttori, cantieri, munizioni, materie prime, reti elettriche, infrastrutture, AI, difesa.

Queste non sono semplicemente “merci”. Sono capacità strategiche.

E una capacità strategica deve avere qualcuno che possa dire: questa risorsa è mia, questa industria deve esistere, questa filiera deve essere mantenuta, questa tecnologia non può essere dipendente dall’estero.

Questo è precisamente il ritorno della politica come potere decisionale materiale.

E qui l’UE entra in una contraddizione quasi paradossale

L’UE dovrebbe agire per avere sovranità tecnologica, politica industriale, difesa europea, sicurezza energetica, riduzione delle dipendenze, ma non può farlo perché non è uno Stato; è uno strumento della finanza globalista.

La contraddizione di fondo dell’Unione Europea è che dovrebbe comportarsi come uno Stato, ma non è uno Stato.

L’UE può regolamentare, può coordinare, può finanziare, può sanzionare, può creare standard, può mettere insieme risorse. Ma quando arriva il momento della decisione ultima: chi decide? La risposta torna inevitabilmente agli Stati membri.

La globalizzazione finanziaria aveva prodotto lo schema: mercato superiore allo Stato. La costruzione europea di Maastricht ha cercato di trasformare questa relazione in: mercato, regole sovranazionali maggiore dello Stato nazionale.

Ora la geopolitica sta imponendo: stato, più sicurezza, più industria maggiore del mercato puro e l’Unione Europea si trova in mezzo, perché è stata costruita per superare lo Stato nazionale, ma oggi il mondo sembra richiedere nuovamente Stati capaci di agire strategicamente.

La vera crisi europea, allora, potrebbe essere questa: non sovranisti contro europeisti, ma sovranità politica contro governance tecnocratica transnazionale.

L’Europa può trasformare la propria governance in una vera capacità politica, oppure continuerà a essere una struttura economico-regolatoria priva del soggetto sovrano necessario per affrontare la competizione fra Stati-continente?

Questa la contraddizione storica più importante dell’UE nel prossimo decennio.

E si collega perfettamente al tema della “rete intertribale”: se le élite globalizzate hanno perso la capacità di governare attraverso il paradigma woke e devono ora legittimarsi attraverso crescita, tecnologia, sicurezza e competitività, l’UE rischia di trovarsi proprio nel punto di collisione fra la vecchia governance tecno-finanziaria e il ritorno della politica di potenza.

In altre parole: il mondo sta tornando alla politica degli Stati proprio mentre l’Europa si trova priva di uno Stato europeo.

Il Green Deal ha mostrato la contraddizione

Per anni l’Europa ha trattato la decarbonizzazione soprattutto come problema normativo e finanziario: obiettivi climatici, regolamenti, tassonomia, carbon pricing, incentivi, finanza “verde”, mentre la domanda industriale fondamentale avrebbe dovuto essere: quale apparato produttivo vogliamo avere nel 2035 e con quale energia lo alimentiamo?

Se si chiude o si rende antieconomica una capacità produttiva prima di aver costruito quella sostitutiva, si ottiene deindustrializzazione, non transizione industriale.

Una combinazione di decarbonizzazione accelerata, costi energetici, chiusura o riduzione di impianti energivori, dipendenza dalle importazioni e frammentazione industriale ha indebolito una parte della base manifatturiera europea, e questa debolezza oggi si trasmette direttamente alla Difesa.

Il punto è diventato particolarmente evidente nel 2026.

Il nesso industriale è questo: energia, industria di base, materiali, meccanica, Difesa.

politiche climatiche e difesa

 

E questa non è soltanto una costruzione teorica.

La NATO identifica esplicitamente le materie prime e le catene industriali come componenti della capacità militare. Nel suo elenco delle 12 materie prime critiche per la Difesa compaiono, tra le altre, alluminio, cobalto, grafite, manganese, titanio e tungsteno. La NATO sottolinea inoltre che interruzioni nelle forniture possono compromettere la produzione degli equipaggiamenti militari.

La contraddizione strategica dell’Unione Europea

L’Europa ha quindi perseguito per anni una politica di decarbonizzazione, di riduzione delle attività industriali ad alta intensità energetica, di maggiore importazione di materiali e prodotti intermedi

e contemporaneamente, dopo il 2022, si è trovata a dover fare riarmo, aumento della produzione di munizioni, aumento della produzione di mezzi, ricostruzione delle scorte, necessità di materie prime e capacità industriale.

È una contraddizione strategica.

La stessa NATO oggi dice esplicitamente che aumentare i bilanci della Difesa non è sufficiente: occorre disporre della capacità industriale necessaria a trasformare quei bilanci in armamenti.

Nel 2026 ha addirittura creato il NATO Engine per mettere in rete fabbriche e capacità produttive inutilizzate o disponibili, perché «nessuna singola nazione» possiede da sola la capacità industriale necessaria a soddisfare la domanda crescente.

E la Corte dei conti europea ha appena evidenziato, nel settembre 2026, colli di bottiglia industriali, frammentazione delle industrie della Difesa e dipendenza dagli Stati Uniti come ostacoli alla preparazione militare europea entro il 2030.

Il problema dell’acciaio è fondamentale

Per una potenza militare non basta avere: Rheinmetall, Leonardo, MBDA, Airbus Defence.

Servono anche: minerale, coke/energia, altoforno, acciaio primario, acciai speciali, laminazione, forgia, motori, mezzi corazzati, artiglieria, missili.

Se il primo anello viene progressivamente trasferito fuori dall’Europa, la capacità militare diventa dipendente dall’esterno anche quando l’ultimo anello della catena è europeo.

Ed è precisamente il motivo per cui oggi la NATO sta parlando non soltanto di fabbriche di armi, ma di materie prime critiche, catene di approvvigionamento, capacità manifatturiera e capacità di surge production.

Il problema del Green Deal non è soltanto quanto sia costata la transizione energetica all’economia europea. Il problema strategico è che la riduzione della capacità produttiva nei settori industriali di base può tradursi in una riduzione della capacità militare.

L’Europa sta oggi tentando di ricostruire rapidamente una capacità di Difesa sopra una base industriale che negli ultimi decenni si è progressivamente assottigliata.

La contraddizione è fra una politica industriale che riduce la produzione materiale europea e una politica strategica che improvvisamente richiede di produrne molta di più.

L’Ucraina ha reso visibile un problema ancora più grande

La guerra ha messo alla prova la differenza tra capacità finanziaria e capacità materiale.

L’Europa può stanziare denaro, ma il denaro non produce automaticamente: munizioni; carri armati; missili; sistemi antiaerei; navi; acciaio; esplosivi; energia.

E l’Europa ha scoperto di avere una notevole capacità di finanziamento e regolazione, ma una capacità molto più limitata di produzione strategica immediatamente mobilitabile

Ed emerge la contraddizione istituzionale

La Commissione europea possiede enormi capacità regolatorie e di iniziativa, ma non è un governo nazionale nel senso classico.

Il Parlamento europeo è eletto direttamente, ma non dispone dell’intero complesso dei poteri di un parlamento nazionale, soprattutto perché non esiste un vero governo europeo responsabile davanti a una maggioranza parlamentare come nei sistemi parlamentari nazionali.

E la Commissione non è semplicemente una burocrazia: ha importanti poteri di iniziativa legislativa, regolazione e controllo. Ma non dispone della legittimazione politica e degli strumenti coercitivi di uno Stato.

Quindi si crea una situazione curiosa: molta capacità normativa, molta capacità regolatoria, molta capacità finanziaria, ma limitata capacità politico-strategica unitaria.

Ed è qui che la guerra diventa uno spartiacque

Prima della guerra poteva sembrare sufficiente: mercato unico, regole, commercio, euro, interdipendenza.

Dopo la guerra diventano indispensabili: energia, industria, difesa, materie prime, infrastrutture, demografia, tecnologia. Sono categorie che richiedono potere politico.

E qui si vede il limite del paradigma europeo precedente.

L’Europa ha costruito una macchina straordinariamente sofisticata per regolare ciò che esiste, ma molto meno efficace nel decidere ciò che deve esistere.

L’Unione Europea è gestione burocratica del presente, ma non è potenza mondiale del futuro.

La differenza è enorme.

Ucraina, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare

L’Europa continua a sostenere un impegno militare senza aver dimostrato di possedere una capacità industriale, militare e finanziaria autonoma sufficiente a determinare l’esito strategico della guerra.

Questo è il vero problema.

Perché se non puoi produrre abbastanza, devi comprare. Se devi comprare, dipendi da qualcun altro.

E se dipendi da qualcun altro: non possiedi pienamente la sovranità strategica.

Ed eccoci di nuovo al punto centrale del nostro ragionamento

E dunque la questione europea non è più semplicemente “più Europa o meno Europa”, ma: “Può una struttura costruita prevalentemente come sistema di governance economica trasformarsi in un soggetto politico-strategico?”.

Questa è la vera domanda.

globalizzazione

 

Stiamo riarmando l’Europa per una capacità militare realmente nuova?

Le recenti dichiarazioni del generale ucraino Valerii Zaluzhnyi introducono una domanda che è stata in gran parte censurata dai media.

La domanda è: “Stiamo riarmando l’Europa per costruire una capacità militare realmente nuova, oppure stiamo semplicemente aumentando quantitativamente una struttura militare concepita per un paradigma precedente?”.

Zaluzhnyi è stato comandante in capo delle forze armate ucraine e oggi è ambasciatore ucraino nel Regno Unito. Il 3 agosto 2026 ha affermato pubblicamente che non vede realisticamente un ingresso dell’Ucraina nella NATO e ha indicato come uno dei problemi proprio l’inadeguatezza della struttura militare dell’Alleanza.

Zaluzhnyi ha introdotto un concetto particolarmente pesante, in quanto, secondo lui, la NATO continua a operare sulla base di una dottrina formatasi alla fine della Seconda guerra mondiale, mentre l’esperienza della guerra russo-ucraina avrebbe portato le forze ucraine a un livello tecnologico e operativo differente.

Successivamente Zaluzhnyi ha precisato di non essere anti-NATO, ma ha ricordato di essere stato proprio uno degli artefici della riforma delle forze armate ucraine secondo gli standard NATO e ha detto esplicitamente: «I support NATO».

Zaluzhnyi sta dicendo, in sostanza, che l’Ucraina ha combattuto una guerra che ha prodotto conoscenze militari che la NATO non possiede nella stessa misura e arriva a proporre qualcosa di ancora più radicale: un nuovo sistema di sicurezza europeo, citando la Joint Expeditionary Force come possibile modello.

La Joint Expeditionary Force (JEF) è una coalizione militare multinazionale ad altissima prontezza operativa, guidata dal Regno Unito e progettata per rispondere rapidamente a crisi globali, con un focus prioritario sulla sicurezza dell’Europa settentrionale, del Mar Baltico e dell’Atlantico del Nord.

Quanto dice Zaluzhnyi entra direttamente in contraddizione con la narrativa del riarmo europeo.

La NATO, nella dichiarazione del vertice di Ankara del luglio 2026, ha sostenuto di essere già impegnata nella modernizzazione: sistemi senza equipaggio, difesa antimissile, spazio, cyber, AI, deep precision strike e una nuova architettura di guerra digitale.

Siamo di fronte ad una discussione strategica enorme, soprattutto mentre l’Europa sta aumentando la spesa militare.

La guerra ucraina ha messo al centro elementi come: droni a bassissimo costo; guerra elettronica; sistemi autonomi; AI; saturazione delle difese; guerra dello spettro elettromagnetico; intelligence satellitare; rapidissima modificazione del software; integrazione fra sensori, droni e artiglieria; produzione industriale estremamente flessibile.

Ed è precisamente su questo terreno che Zaluzhnyi sostiene che l’esperienza ucraina abbia superato quella delle forze NATO in diversi ambiti.

Se Zaluzhnyi ha ragione, cambia il significato stesso del progetto di riarmo europeo.

La posizione di Zaluzhnyi cambia tutto.  Non si tratta più semplicemente di chiederci se «dobbiamo spendere di più per essere pronti contro la Russia», ma di domandarci se «dobbiamo costruire una nuova architettura militare europea, con una nuova dottrina derivata anche dall’esperienza ucraina».

E questa seconda domanda mette in discussione contemporaneamente NATO, industria della difesa, rapporto Europa – USA, riarmo europeo e prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza.

Per questo considero le dichiarazioni di Zaluzhnyi fondamentali.

Zaluzhnyi non sta semplicemente dicendo che l’Ucraina non entrerà nella NATO, ma che ha lavorato per circa 12 anni all’adozione degli standard NATO; conosce l’Alleanza dall’interno; la guerra ha prodotto un livello di esperienza militare ucraina che, a suo giudizio, non coincide più con quello della dottrina NATO; le dottrine dell’Alleanza sono ancora legate a un paradigma formatosi nella Seconda guerra mondiale; l’Ucraina dovrebbe guardare a nuove alleanze di sicurezza; fra queste individua esplicitamente un possibile «blocco di sicurezza militare europeo».

Questo ultimo elemento è politicamente enorme, in quanto significa che un ex comandante in capo dell’esercito ucraino, oggi ambasciatore a Londra, sta prospettando non l’uscita dall’Occidente, ma una possibile evoluzione dell’architettura di sicurezza europea oltre l’attuale modello NATO.

Mandati al massacro da consiglieri incapaci e ottusi

L’Ucraina, va detto e ricordato sempre, è stata spinta e sostenuta nell’adozione di operazioni di tipo combined arms occidentale senza disporre della superiorità aerea che normalmente ne costituisce uno degli elementi fondamentali.

Il problema emerge soprattutto guardando alla controffensiva del 2023.

La dottrina occidentale della manovra combinata presuppone l’integrazione di fanteria, carri, artiglieria, genio, ricognizione, guerra elettronica, difesa aerea, aviazione.

L’Ucraina disponeva di molti di questi elementi, ma non dell’aviazione moderna necessaria per contendere efficacemente lo spazio aereo.

Lo stesso documento didattico della NATO sulle lezioni della guerra russo-ucraina riconosce che né Russia né Ucraina sono riuscite a ottenere la superiorità aerea e che l’aviazione ucraina non poteva operare efficacemente dentro la copertura della difesa aerea russa.

Ancora più esplicito è lo studio dell’US Army War College: la sua conclusione è che la superiorità aerea rimane un prerequisito essenziale per consentire la manovra combinata, mentre nella guerra ucraina entrambe le parti sono rimaste in una condizione di air denial piuttosto che di superiorità aerea.

Ed è proprio ciò che Zaluzhnyi contestava.

Nel 2023, infatti, Zaluzhnyi aveva già denunciato il problema. La sua posizione era sostanzialmente: voi occidentali non condurreste una grande offensiva terrestre senza superiorità aerea; perché chiedete all’Ucraina di farlo?

Questa non è una ricostruzione russa della guerra. È una critica proveniente dal comandante in capo ucraino.

Nel luglio 2023 Defense News riportava proprio la sua obiezione: i Paesi occidentali non avrebbero iniziato una controffensiva di quelle dimensioni senza superiorità aerea, mentre Kiev era chiamata a farlo senza F-16.

E nell’agosto 2023 il Washington Post riportava ancora la critica di Zaluzhnyi agli alleati occidentali per aver previsto una grande controffensiva senza fornire alla stessa Ucraina una moderna componente aerea.

Il Pentagono disse esplicitamente nel maggio 2023: gli F-16 sarebbero serviti per le esigenze di medio-lungo periodo e non sarebbero stati disponibili per la controffensiva imminente.

La Nato sapeva benissimo che l’Ucraina non aveva copertura aerea. Anzi, proprio perché sapeva che l’aviazione ucraina non poteva penetrare efficacemente nello spazio aereo protetto dalla difesa antiaerea russa, la strategia occidentale puntò molto su: HIMARS; artiglieria a lunga gittata; missili antiradar HARM; droni; difesa antiaerea; guerra elettronica; carri e mezzi corazzati.

Il problema è che questi strumenti non equivalgono alla superiorità aerea.

Il rapporto RUSI sulla controffensiva del 2023 è molto interessante: descrive un piano iniziale che prevedeva 12 brigate corazzate e meccanizzate per ottenere una breccia e sfruttare il successo rapidamente.

Ma quella massa corazzata doveva operare contro: campi minati, trincee, artiglieria, droni, elicotteri, aviazione russa, difesa anticarro e senza poter neutralizzare completamente il sistema aereo russo.

Ed è precisamente qui che le recenti parole di Zaluzhnyi diventano molto interessanti.

La critica è molto profonda: “Ci avete chiesto di applicare una dottrina occidentale senza fornirci tutti gli elementi che rendono efficace quella dottrina”.

E questa è una critica difficilissima da liquidare.

Anzi, le successive analisi militari occidentali sembrano confermare almeno una parte del problema. L’US Army War College conclude che la guerra ha mostrato nuovamente quanto la superiorità aerea sia fondamentale per la manovra combinata.

E RUSI, studiando proprio l’offensiva ucraina, ha definito l’obiettivo quello di informare la rigenerazione delle capacità offensive delle forze NATO.

La Russia può contrastare tutti i principali sistemi NATO

Nelle dichiarazioni del 5-7 agosto Zaluzhnyi ha affermato che la Russia ha sviluppato contromisure contro quasi tutti i principali sistemi d’arma NATO impiegati in Ucraina.

La formulazione riportata dalle fonti è «nearly every major NATO weapon».

E questa è probabilmente la parte più importante delle dichiarazioni di Zaluzhnyi, perché va oltre la questione dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO.

Il ragionamento di Zaluzhnyi è radicale, in quanto sta dicendo qualcosa di molto interessante: un’arma tecnologicamente superiore perde rapidamente il proprio vantaggio quando l’avversario ha il tempo e la capacità di costruire una contromisura specifica.

È esattamente ciò che, secondo lui, sarebbe accaduto con diversi sistemi occidentali impiegati in Ucraina. Per questo chiede alla NATO di passare a nuovi standard di guerra e di modificare profondamente la propria dottrina.

Non possiamo trasformare la frase di Zaluzhnyi in: “La Russia può neutralizzare qualsiasi arma NATO”, ma è ragionevole interpretare la sua osservazione come una critica alla convinzione che l’introduzione di una nuova piattaforma occidentale sia di per sé sufficiente a ristabilire un vantaggio strategico.

Quindi la guerra ucraina potrebbe essere stata, paradossalmente, un gigantesco laboratorio di adattamento militare per entrambi i contendenti.

Se prendiamo sul serio Zaluzhnyi, il problema del riarmo europeo non può essere semplicemente: «comprare più carri, più missili, più aerei e più sistemi NATO», ma «costruire una capacità militare capace di adattarsi più rapidamente dell’avversario».

Ed è una differenza enorme. In altre parole, non sarebbe più una guerra di piattaforme, ma una guerra di sistemi adattivi.

La domanda che ne deriva è quindi molto scomoda per l’attuale politica europea: se la Russia ha imparato a neutralizzare gran parte dei sistemi NATO impiegati in Ucraina, il riarmo europeo deve riprodurre l’arsenale attuale della NATO oppure deve finanziare una nuova generazione di dottrina, industria e sistemi d’arma?

Non è questione di soldi, ma di strategie geopolitiche

La questione non è di soldi, ma di strategie politiche.

Se prendiamo come riferimento l’Unione Europea a 27, il dato più aggiornato della Commissione europea è molto significativo. Al 15 luglio 2026, la Commissione indica 216,7 miliardi di euro di sostegno complessivo all’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa del febbraio 2022.

La cifra comprende assistenza economica, finanziaria, militare, umanitaria e anche sostegno agli Stati membri per l’accoglienza degli ucraini.

Con una popolazione dell’UE di circa 450 milioni di abitanti, il calcolo è: 216,7 miliardi e 450 milioni: circa 481 € per cittadino europeo.

Quindi, in termini puramente contabili, siamo nell’ordine di circa 480 euro per ogni cittadino dell’UE dal febbraio 2022 a oggi.

Particolarmente interessante è il dato militare: la Commissione quantifica in 81,9 miliardi il sostegno destinato al rafforzamento delle capacità militari ucraine, considerando anche 4,9 miliardi collegati al nuovo Ukraine Support Loan. Questo significa 81,9 miliardi e 450 milioni, ossia circa 182 € per cittadino UE di sostegno militare.

C’è però una precisazione metodologica importante: non è corretto dividere semplicemente l’intero ammontare UE per la popolazione di ciascun Paese, perché una parte consistente è finanziata attraverso le istituzioni dell’Unione.

Qui sotto considero quindi gli aiuti bilaterali impegnati allocati dai singoli Stati, che è il confronto omogeneo tra Paesi.

La guerra in Ucraina ha cambiato la guerra

La guerra in Ucraina ha cambiato la guerra. All’inizio la guerra sembrava simile a quella della seconda guerra mondiale, poi si è trasformata in una guerra di posizione e di logoramento, simile a quella della prima guerra mondiale.

Poi è arrivata sulla scena la tecnologia che cambia con una rapidità inaudita, mettendo fuori gioco carri armati, blindati, artiglierie e imponendo droni elettronica, satelliti, ecc…

Siamo entrati in una guerra di adattamento accelerato, nella quale ogni innovazione viene rapidamente scoperta, copiata e neutralizzata.

Il caso Geran-2 evoluto rapidamente nel Geran-4 è probabilmente uno degli esempi più chiari della nuova dinamica della guerra: non vince necessariamente chi possiede il sistema d’arma migliore all’inizio, ma chi riesce a modificare il sistema più velocemente di quanto l’avversario riesca a costruire la contromisura.

Una precisazione terminologica: oggi le fonti distinguono Geran-2 dalle successive varianti a turbogetto, soprattutto Geran-3, Geran-4 e Geran-5.

Quindi, non è propriamente una trasformazione lineare di ogni Geran-2 in Geran-4, ma una rapidissima evoluzione della famiglia Geran.

Vediamo la dinamica del cambiamento rapido

La Russia utilizza il drone GERAN-2 – motore a pistoni/elica relativamente lento, economico, grande autonomia, viene affrontato con intercettori FPV economici (First Person View indica che il drone è guidato da un operatore che indossa dei visori).

L’Ucraina adatta la difesa: migliaia di droni-intercettori, guerra elettronica, sistemi di scoperta, intercettazione sempre più efficiente.

La Russia cambia il problema: turbogetto, maggiore velocità, maggiore quota, maggiore capacità di penetrazione, nuove contromisure elettroniche e utilizza il GERAN-4. L’intercettore che inseguiva il Geran-2 diventa troppo lento. Questo è il punto decisivo.

Secondo le informazioni disponibili, il Geran-4 può raggiungere velocità nell’ordine di 350–500 km/h, contro circa 185 km/h del Geran-2; inoltre sono state rilevate modifiche alla struttura e, secondo l’intelligence ucraina, sistemi elettro-ottici che permettono di operare anche in condizioni di disturbo della navigazione satellitare.

E qui avviene il salto strategico

La difesa ucraina aveva trovato una soluzione relativamente economica: drone economico contro drone economico. La Russia cambia la velocità del bersaglio. Quindi: l’intercettore economico lento non riesce più a raggiungere il bersaglio e serve un intercettore più veloce che costa di più.

Ed ecco la nuova corsa agli armamenti: ogni innovazione modifica l’equazione economica della difesa.

È forse ancora più importante della semplice superiorità tecnica.

Il vero vantaggio russo: la velocità del ciclo

Il CSIS ha recentemente definito proprio questa caratteristica il tratto distintivo del programma Geran: modifiche, prova sul campo, standardizzazione, produzione su scala, con cicli che possono essere misurati in settimane anziché in anni.

E questo è esattamente ciò che cambia la natura della guerra.

La sequenza diventa: fronte, nuova minaccia, ingegneria, modifica, produzione, fronte, nuova contromisura, nuova ingegneria.

E qui casca l’asino europeo: la velocità di produzione

Non basta che la Russia abbia inventato il Geran-4. Deve poterlo produrre in quantità enormi.

Le stime riportate nell’estate 2026 indicano che la produzione combinata di Geran-4/5 è arrivata a livelli molto elevati e che la Russia sta spostando capacità produttiva dalle versioni a elica verso quelle a getto.

Janes riporta inoltre che nel luglio 2026 i droni a propulsione jet impiegati dalla Russia sono stati circa cinque volte quelli di giugno.

Reuters riferisce che tra il 27 e il 30 agosto 2026 la Russia ha impiegato quasi 1.500 droni a lungo raggio, oltre metà dei quali a propulsione jet.

Questo produce una situazione paradossale: la difesa può anche abbattere una percentuale elevata dei droni, ma se il numero e la velocità dei nuovi droni crescono più rapidamente della capacità di intercettazione, la difesa perde il vantaggio.

La vera rivoluzione è quindi il rapporto tempo/costo

La domanda militare non è più: «Quanto è avanzato il tuo missile?», ma: «Quanto velocemente riesci a cambiare il tuo missile dopo che io ho trovato il modo di abbatterlo?»

Questa è una trasformazione enorme.

E spiega anche perché l’industria torna al centro della guerra: non serve più soltanto una grande industria capace di produrre milioni di proiettili standard.

Serve un’industria capace di riprendere continuamente il prodotto, modificarlo e rimetterlo in produzione su scala industriale.

È una sorta di industria militare darwiniana: variazione, selezione sul campo, adattamento, produzione di massa, nuova variazione.

E in questo senso il Geran-2 che si evolve nel Geran-3/4/5 è quasi un caso di scuola della guerra del XXI secolo.

La conseguenza per l’Europa è molto pesante: non basta spendere di più per la Difesa; bisogna essere capaci di progettare, modificare e produrre rapidamente milioni di sistemi, insieme alle relative contromisure.

La guerra in Ucraina mette al centro il fattore velocità di cambiamento

La sequenza, in forma sintetica, è: guerra di manovra, guerra di trincea e logoramento, guerra trasparente dei droni, guerra algoritmica ed elettronica.

La cosa decisiva è che le fasi precedenti non scompaiono: si sovrappongono.

Questo è il vero carattere rivoluzionario della guerra in Ucraina. Non una nuova arma che sostituisce tutte le altre, ma una guerra che ha attraversato in pochi anni un’accelerazione storica che normalmente avrebbe richiesto decenni.

La guerra in Ucraina come compressione di un secolo di evoluzione militare

All’inizio, nel 2022, abbiamo visto qualcosa che ricordava, per molti aspetti, la Seconda guerra mondiale:

colonne corazzate, avanzate rapide, tentativi di accerchiamento, conquista delle città, superiorità aerea e missilistica. La Russia tenta una guerra di movimento su larga scala. L’Ucraina risponde con fanteria, missili anticarro, artiglieria e difesa territoriale.

Ma già qui compare il primo elemento nuovo: il soldato con un’arma relativamente economica può distruggere un mezzo enormemente più costoso.

Nel 2023–2024 la guerra torna improvvisamente alla Prima guerra mondiale

Quando nessuno dei due eserciti riesce a ottenere una vera superiorità decisiva, il fronte si stabilizza.

Appaiono: trincee, campi minati, fortificazioni, artiglieria, guerra di logoramento, attacchi frontali, consumo di uomini e munizioni.

La controffensiva ucraina del 2023 ha mostrato uno dei problemi fondamentali: la concentrazione di uomini e mezzi, necessaria per una grande offensiva meccanizzata, diventa estremamente vulnerabile in un ambiente saturo di mine, sensori, artiglieria e successivamente droni.

È qui che emerge il primo concetto fondamentale della nuova guerra: la trasparenza del campo di battaglia

Un esercito non può più facilmente: concentrarsi senza essere visto, muoversi senza essere seguito, fermarsi senza essere colpito.

RUSI descrive proprio questa trasformazione come una crescente battlefield transparency: UAV, comunicazioni satellitari e sensori distribuiti rendono molto più difficile sorprendere il nemico e concentrare forze senza essere individuati.

Nel 2024–2026 arriva la rivoluzione dei droni

Il drone non è semplicemente una nuova arma.

Diventa contemporaneamente: occhio, ricognitore, artigliere, missile, mina volante, strumento di intelligence, ripetitore di comunicazioni.

drone

 

Nel 2025 – 2026 il campo di battaglia è diventato così saturo di sistemi senza pilota che i movimenti, compresi quelli logistici e di evacuazione, risultano esposti a una sorveglianza e a un attacco quasi continui. Reuters ha descritto i droni, soprattutto gli FPV a basso costo, come dominanti sul fronte, mentre la NATO sta formalmente incorporando le lezioni ucraine nell’addestramento degli eserciti alleati.

Il carro armato non è morto, ma è isolato.

RUSI rileva che l’impiego dell’armatura è diventato molto più difficile e selettivo, ma non inutile: mezzi corazzati impiegati in piccoli elementi mantengono valore per protezione e potenza di fuoco. Allo stesso modo, l’artiglieria resta essenziale e non può essere semplicemente sostituita dai droni.

Il vero protagonista è forse la guerra elettronica

Il drone ha creato un problema e la guerra elettronica è diventata il sistema che cerca di risolverlo.

La sequenza è:

sequenza drone

 

Secondo RUSI, la guerra elettronica è ormai passata dall’essere uno specialismo a diventare una funzione che riguarda tutte le armi e tutti i livelli della forza.

La vera rivoluzione: il tempo dell’innovazione

Durante la Seconda guerra mondiale lo sviluppo di un sistema poteva richiedere anni, mentre oggi il ciclo può essere di settima, di giorni, talvolta persino adattamenti immediati sul campo.

E il campo di battaglia restituisce immediatamente il risultato: funziona / non funziona / il nemico ha trovato una contromisura.

Questo ciclo industria – fronte – innovazione – fronte è probabilmente una delle lezioni più importanti della guerra. Analisi recenti sottolineano proprio la rapidità con cui Ucraina e Russia hanno trasformato l’esperienza operativa in nuove capacità tecnologiche e produttive.

La nuova guerra non elimina la vecchia: la incorpora

La guerra del futuro non sarà droni contro carri armati.

Sarà un insieme come dimostra lo schema:

Guerra del XXI secolo

Le analisi militari più recenti convergono proprio su questo punto: i sistemi legacy – carri, artiglieria, aviazione – non sono semplicemente obsoleti, ma devono essere protetti e integrati con guerra elettronica, difese anti-drone, sensori e sistemi senza equipaggio.

 La conclusione più profonda

La guerra in Ucraina ha forse dimostrato che la superiorità militare non consiste più soltanto nel possedere le armi più potenti. Consiste nel possedere il sistema più capace di: vedere prima il nemico; trasmettere immediatamente l’informazione; colpire rapidamente; proteggere le proprie forze dalla scoperta; neutralizzare i sistemi elettronici avversari; adattare la tecnologia più velocemente del nemico; produrre tutto questo in quantità industriale.

La formula della nuova guerra potrebbe quindi essere: vedere, connettere, decidere, colpire, disturbare, adattare, produrre

E questo ci riporta direttamente al ragionamento precedente sul Green Deal e sulla deindustrializzazione europea, perché la guerra dei droni sembra immateriale e “digitale”, ma, in realtà, richiede una gigantesca base materiale.

Servono: microelettronica, semiconduttori, batterie, terre rare, ottica, fibre, esplosivi, acciaio, alluminio, capacità produttiva.

La guerra del futuro è quindi, paradossalmente, contemporaneamente più digitale e più industriale.

Il drone è software che deve essere prodotto milioni di volte.

E forse è questa la più grande lezione dell’Ucraina: la nuova guerra non sostituisce l’industria con la tecnologia. Trasforma la tecnologia in una nuova forma di industria di massa.

UE, disconnessione strutturale tra livello decisionale e dinamica della realtà

Il problema dell’UE non è soltanto la lentezza burocratica; è una disconnessione strutturale tra il livello al quale si prendono le decisioni e il livello al quale una guerra moderna richiede di decidere.

La guerra che stiamo descrivendo richiede un sistema capace di passare rapidamente: informazione, decisione, ordine, produzione, impiego, adattamento.

L’UE, invece, è costruita prevalentemente per: negoziazione, compromesso, procedura, coordinamento, attuazione nazionale.

Il paradosso europeo

La situazione è particolarmente evidente nella Difesa.

I Trattati stabiliscono che le decisioni della politica di sicurezza e difesa comune vengono in linea generale adottate all’unanimità dal Consiglio. La stessa costruzione di una vera difesa comune europea richiederebbe una decisione unanime del Consiglio europeo.

Questo significa che 27 Stati mantengono la sovranità fondamentale sull’impiego della forza, mentre l’UE dispone soprattutto di strumenti di coordinamento, finanziamento, armonizzazione e procurement.

È una struttura ragionevole per una cooperazione politica. È molto più problematica per una guerra ad alta velocità tecnologica.

La velocità della guerra è diventata superiore alla velocità della governance.

E c’è un secondo problema: la frammentazione

L’EDA stessa riconosce che la base industriale europea della Difesa è frammentata e caratterizzata da acquisti nazionali e bassi volumi produttivi. E ancora nel 2026 l’EDA sottolinea la necessità di aggregare la domanda, armonizzare i requisiti e accelerare gli acquisti comuni.

Quindi abbiamo una contraddizione: la guerra richiede standardizzazione e massa, ma l’Europa produce attraverso 27 sistemi nazionali.

L’architettura europea è stata concepita per governare un mercato e coordinare Stati sovrani, non per comandare una macchina politico-industriale sottoposta a un ciclo di innovazione di settimane.

E c’è una conseguenza ancora più importante.

Se l’Europa vuole realmente passare dalla politica di sicurezza alla capacità di guerra, dovrà necessariamente affrontare la questione della sovranità.

Chi decide? Chi ordina? Chi finanzia? Chi produce? Chi assegna le priorità industriali? Chi può imporre una decisione agli altri 26?

Finché queste funzioni rimangono prevalentemente nazionali, l’UE può coordinare una guerra.

È molto più difficile che possa condurla.

Ed è qui che emerge il paradosso storico: l’Europa sta aumentando enormemente la spesa militare proprio mentre scopre che il problema non è soltanto quanto denaro possiede, ma quanto rapidamente riesce a trasformarlo in capacità industriale e militare.

E, infine, può uno strumento finanziario, che non ha una vera e propria sovranità politica, decidere di dichiarare guerra?

Andiamo in guerra perché lo decide la “rete intertribale” delle élite progressiste?

segue

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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