La giungla diventa il luogo più oscuro dell’io e la notte della mente
La scrittrice colombiana Pilar Quintana è stata insignita a Roma del Premio IILA – Letteratura (dell’Istituto Italo-Latinoamericano) per la sua opera letteraria, confermando una traiettoria ormai riconosciuta a livello internazionale.
Nata a Cali nel 1972, già vincitrice del Premio Alfaguara de Novela nel 2021, l’autrice si è imposta come una delle voci più originali della narrativa latino-americana contemporanea, capace di indagare la condizione femminile, l’infanzia, la famiglia e il rapporto perturbante tra corpo e natura.
C’è un momento, nella letteratura di avventura, in cui il paesaggio smette di essere semplice sfondo e diventa una forza morale, psicologica, quasi metafisica. Accade nel mare aperto, nella neve, nel deserto, nella foresta.
Con l’occasione del premio a Roma è stato presentato il libro “Noche negra”, pubblicato in italiano per i tipi de La Tartaruga, con il titolo di “Notte nera” nella traduzione di Elisa Tramontin il nuovo romanzo della scrittrice colombiana la cui trama si dipana in quattro giornate nella giungla del Pacifico colombiano: uno spazio remoto, umido, assordante e insieme muto, dove la natura non consola ma interroga, non accoglie ma mette alla prova.

La protagonista è Rosa, una donna che ha lasciato la vita urbana e professionale in Colombia per costruire, insieme al compagno irlandese Gene, una casa su un tratto isolato della costa pacifica.
La promessa è quella di una vita essenziale, libera dalle convenzioni cittadine. Ma quando Gene si allontana per alcuni giorni, Rosa resta da sola in una casa ancora incompiuta, senza porte né finestre, esposta agli agenti atmosferici, agli animali, agli sguardi dei vicini e soprattutto alla propria paura.
Il romanzo è ambientato alla fine degli anni Ottanta, ma la sua tensione non nasce da un meccanismo narrativo tradizionale. Non sono gli eventi, in senso stretto, a produrre inquietudine; è piuttosto la progressiva erosione dei punti di riferimento.
Rosa attende il ritorno di Gene, misura il tempo nelle azioni quotidiane – cucinare, lavare, pulire, resistere all’umidità, al buio, agli insetti – e intanto avverte che qualcosa dentro di lei comincia a cedere.
La solitudine reale diventa così solitudine mentale: l’assenza dell’altro priva il mondo di conferma, e la realtà perde consistenza.
Quintana colloca consapevolmente il romanzo nella grande tradizione della letteratura d’avventura: da Jack London a Joseph Conrad, da Hemingway alla narrativa latinoamericana della selva. Ma ne rovescia il baricentro.
Qui l’avventura non è l’epica virile dell’uomo che affronta la natura per dominarla; è l’esperienza di una donna che, pur sapendo impugnare un machete e muoversi in un ambiente ostile, resta esposta a una vulnerabilità specifica: quella del corpo femminile in uno spazio senza protezioni, dove la minaccia può provenire dagli animali, dagli elementi o dagli uomini.
In questo senso “Notte nera” occupa uno spazio ancora poco frequentato: quello del romanzo d’avventura con protagonista femminile, in cui la sopravvivenza non riguarda soltanto il corpo, ma anche la tenuta psichica.
Rosa non è una figura idealizzata.
È forte, istruita, indipendente, ma anche contraddittoria, segnata da ferite familiari, da errori morali, da paure sedimentate. La giungla non fa che amplificare ciò che già esiste in lei: abbandono, senso di colpa, desiderio, rancore, memoria.
Il titolo rimanda alla fase più buia del ciclo lunare, quando la notte sembra cancellare ogni contorno e la selva, il mare e il cielo si confondono in un’unica massa nera.
Ma la “notte nera” è anche una condizione dell’animo: il momento in cui la mente, privata di appoggi esterni, diventa il luogo dell’assedio.
Rosa teme serpenti, tempeste, terremoti, rumori indistinti; ma ciò che davvero la minaccia è l’impossibilità di distinguere con certezza ciò che accade fuori da ciò che nasce dentro di lei.
È qui che il romanzo assume una dimensione quasi gotica. La casa senza porte né finestre diventa metafora di un corpo esposto, attraversabile, vulnerabile.
La protagonista vive in uno stato di allerta permanente: sente gli occhi degli altri prima ancora di vederli, interpreta segnali, sospetta presenze, teme che la natura custodisca un segreto ostile.
La paura non è un episodio, ma un clima; non irrompe dall’esterno, cresce lentamente nella percezione.
Rosa non è una controfigura autobiografica, ma una creatura narrativa costruita per portare all’estremo domande più ampie sull’identità, la paura e la fragilità umana.
Quest’ambivalenza è centrale.
La realtà fornisce alla scrittura materiali concreti – odori, rumori, routine domestiche, dettagli botanici, sensazioni fisiche – ma il romanzo li trasforma in una macchina narrativa dell’inquietudine.
Le azioni quotidiane di Rosa si ripetono quasi ossessivamente e proprio questa ripetizione rivela il vero movimento del libro: non un’avventura verso l’esterno, ma una discesa verso il fondo della coscienza.
La letteratura latinoamericana conosce da tempo la selva come luogo di smarrimento, trasformazione e inghiottimento: basti pensare a “La voragine” di José Eustasio Rivera (1888 – 1928), con il suo celebre finale in cui la foresta divora i protagonisti.
Quintana riprende quella genealogia, ma la attraversa da un punto di vista diverso.
In “Notte nera” la natura non è soltanto ciò che minaccia l’uomo civilizzato; è anche lo spazio in cui emergono gerarchie sociali, tensioni razziali, rapporti di potere e forme di violenza spesso invisibili.
Rosa, donna meticcia proveniente dalla città, si confronta con una comunità di pescatori neri e con i propri pregiudizi interiorizzati.
Il romanzo evita, così, ogni rappresentazione idilliaca della vita nella natura: la distanza dalla città non cancella le contraddizioni della società, ma le rende più nude.
La selva non è un rifugio incontaminato; è un campo di forze in cui corpo, classe, razza e genere si intrecciano in modo inquietante.
“Notte nera” non è una lettura rassicurante. È un romanzo breve, teso, costruito per sottrazione, che lascia il lettore in uno stato di disagio crescente.
La sua potenza sta nella capacità di trasformare paure intime – l’abbandono, la perdita di controllo, la possibilità della follia, la vulnerabilità del corpo – in una materia narrativa concreta, fisica, quasi tattile.
Quintana non racconta la natura come evasione, ma come rivelazione: ciò che la civiltà copre, la giungla porta alla luce.
Con questo libro, Pilar Quintana conferma la sua capacità di abitare territori narrativi radicali, dove il femminile non è categoria accessoria ma punto di osservazione sul mondo.
La sua Rosa non cerca eroismi, non conquista la natura, non torna purificata dall’esperienza. Piuttosto, attraversa una notte in cui ogni certezza si dissolve.
Ed è proprio in quella dissoluzione che il romanzo trova la sua verità più perturbante: l’oscurità più difficile da affrontare non è quella della giungla, ma quella che ciascuno porta dentro di sé.


Carlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.


