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Bravo Vescovo, bel discorso. Peccato per l’ipocrisia

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La Chiesa smetta di fare politica e torni a pensare al suo gregge

«Non c’è posto nella Chiesa per certe ideologie», tuona il Vescovo.

Parole solenni. Applausi. Lezioni di solidarietà, dignità umana e fratellanza.

Peccato che, prima di distribuire pagelle morali agli elettori, forse sarebbe opportuno guardare anche dentro casa propria.

Per anni una parte del mondo ecclesiastico ha sostenuto politiche di accoglienza presentandole come l’unica scelta moralmente accettabile.

Ma quando i cittadini chiedevano chi dovesse sostenere i costi, come governare i flussi migratori, come garantire sicurezza e integrazione e dove fosse il limite dell’accoglienza, troppo spesso ogni domanda critica veniva liquidata come egoismo, paura o peggio.

È facile predicare l’accoglienza quando una parte consistente dei costi ricade sulla collettività.

È ancora più facile parlare di solidarietà dai palazzi ecclesiastici mentre fuori ci sono famiglie che non riescono a pagare un affitto, anziani che contano gli euro della pensione e persone fragili che aspettano mesi per ricevere un aiuto.

La solidarietà cristiana, però, non dovrebbe avere passaporto né convenienza politica.

Il povero italiano vale quanto il povero straniero.

Il senzatetto nato a Berlino, Roma o Milano ha la stessa dignità di chi arriva dall’altra parte del Mediterraneo.

E se davvero la Chiesa vuole essere credibile quando parla di accoglienza, cominci a mostrare, con la massima trasparenza, quanti soldi riceve dalle istituzioni pubbliche per i servizi svolti, come vengono utilizzati, quante persone vengono concretamente aiutate e quali risultati vengono ottenuti.

Perché la carità finanziata anche con denaro pubblico non può diventare un pulpito dal quale impartire lezioni morali proprio ai cittadini che quel denaro contribuiscono a versarlo.

E, soprattutto, attenzione a un principio fondamentale: un voto democratico non diventa moralmente illegittimo soltanto perché il risultato non piace.

Si possono contestare duramente AfD, il nazionalismo etnico e qualsiasi altra ideologia. È legittimo e, quando necessario, doveroso.

Ma altrettanto legittimo è domandarsi perché milioni di persone arrivino a votare quei partiti.

Forse non sono diventate improvvisamente tutte estremiste.

Forse una parte della politica, delle istituzioni e anche delle Chiese dovrebbe smettere per cinque minuti di predicare e cominciare ad ascoltare.

Perché se davanti alle paure dei cittadini la risposta è sempre “siete voi a pensare male”, prima o poi quei cittadini smettono di ascoltare.

Gesù lavava i piedi ai poveri.

Non chiedeva prima per chi avessero votato.

Meno prediche politiche dall’altare.
Più carità concreta.
Più trasparenza.

E, soprattutto, la stessa dignità per ogni povero, senza distinzione di nazionalità e senza convenienze ideologiche.

Prima di stabilire chi abbia diritto di stare nella “casa di Dio”, forse sarebbe utile ricordare una cosa molto semplice: la casa di Dio, almeno secondo il Vangelo, non dovrebbe essere la sede elettorale di nessun partito.

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