Con la destra al governo una nuova opportunità di ripresa economica e produttiva in un quadro atlantico
La domanda che sorge dopo quanto scritto in un precedente articolo (https://www.nuovogiornalenazionale.com/deutschland-uber-alles-nein-wechseln-sie-oder-kartoffeln/), al quale rinvio il lettore, è se una svolta a destra della Germania può costituire il pericolo di una rinascita di rivendicazione del Lebensraum (spazio vitale) con i connotati del III Reich (Hitler) o se, al contrario, come ritengo plausibile, possa garantire una ripresa economica e produttiva, in un quadro di riarmo atlantico, compatibile con la strategia Usa di contenimento della Cina e di possibile intesa con la Russia.
La risposta è che, dopo l’attuale rovinoso fallimento del IV Reich (Angela Merkel- Shloz, Merz)), ogni ulteriore tentativo nella stessa logica potrebbe essere frustrato con penalità peggiori di quelle inflitte al II, al III e, oggi, al IV (alias Unione Europea).
Valga come ouverture, pero comprendere di cosa stiamo parlando, la famosa frase di Lord Hastings Lionel Ismay, il primo Segretario Generale della NATO, che descrisse in modo estremamente schietto la missione originaria dell’Alleanza Atlantica nel secondo dopoguerra: “To keep the Soviet Union out, the Americans in, and the Germans down”. (Tenere i sovietici fuori, gli americani dentro e i tedeschi sotto).
Ecco cosa significava concretamente questa visione geopolitica: tenere i sovietici fuori (Keep the Soviet Union out) voleva dire contenere l’espansione e l’influenza dell’Unione Sovietica nell’Europa occidentale durante i primi anni della Guerra Fredda; tenere gli americani dentro (Keep the Americans in) voleva dire garantire la presenza militare e il vincolo strategico degli Stati Uniti nel continente europeo, evitando che Washington tornasse a una politica di isolazionismo come accadde dopo la Prima Guerra Mondiale; tenere i tedeschi sotto (Keep the Germans down) voleva dire prevenire una ripresa del militarismo tedesco e del nazionalismo aggressivo, integrando la Germania Ovest (a partire dal 1955) in una struttura di difesa comune a guida alleata.
Con il II Reich e con il III Reich la Germania, al fine di garantirsi quello che riteneva il suo “spazio vitale” (Lebensraum), ha messo in atto due guerre mondiali, perse per l’opposizione armata di Stati europei, ma soprattutto per l’intervento statunitense.
L’ingresso degli Stati Uniti nei due conflitti mondiali ha alterato l’equilibrio delle forze in campo, trasformando guerre di logoramento in vittorie schiaccianti per gli Alleati.

Primo intervento (1917)
Gli USA entrarono in un momento critico. La Russia era appena uscita dal conflitto in seguito alla rivoluzione bolscevica, permettendo alla Germania di concentrare tutte le truppe sul fronte occidentale. L’arrivo del corpo di spedizione americano fornì truppe fresche e risorse finanziarie illimitate, spezzando la resistenza morale e materiale dei tedeschi.
Secondo intervento (1941)
L’impatto fu ancora più devastante. Oltre a schierare oltre 12 milioni di uomini, gli Stati Uniti finanziarono la guerra di Regno Unito e Unione Sovietica attraverso il programma Lend-Lease.
La capacità industriale statunitense sopraffece le potenze dell’Asse su scala globale, culminando con lo sbarco in Normandia e l’impiego dell’arma atomica contro il Giappone.
Gli Stati Uniti non sono entrati in guerra fin dall’inizio dei conflitti. Anzi, hanno resistito a lungo e quando sono entrati nei conflitti hanno sconfitto per ben due volte la Germania.
Unione Europea, Lebensraum economico
Dopo il 1945 la Germania non ha più cercato uno “spazio vitale” territoriale attraverso la conquista, ma ha costruito un proprio “spazio economico vitale” attraverso l’integrazione europea. Maastricht è uno dei momenti decisivi di questa trasformazione.
La differenza fondamentale è che lo spazio non viene più conquistato militarmente, ma viene integrato economicamente.
Il Trattato di Maastricht del 1992 ha creato la struttura istituzionale dell’Unione Europea e preparato l’Unione economica e monetaria.
Per la Germania questo si inseriva perfettamente nel proprio modello: industria tedesca, mercato europeo enorme, moneta unica, eliminazione del rischio di cambio all’interno dell’eurozona, catene produttive centro-orientali, export tedesco.
Una parte della letteratura economica interpreta infatti l’euro come un elemento che ha consolidato la posizione economica della Germania in Europa, in particolare perché la moneta unica impedisce alla Germania di avere una valuta nazionale che si apprezzi rispetto ai partner europei quando la sua competitività aumenta.
Maastricht da solo non basta.
La vera costruzione dello “spazio economico tedesco” avviene attraverso quattro elementi simultanei: Germania (tecnologia, macchinari, chimica, automobili, beni capitali); Europa occidentale (grande mercato di consumo); Europa centro-orientale (manodopera, componentistica, subfornitura, nuovi stabilimenti); Russia (energia a basso costo, soprattutto gas).
La Germania ha potuto trasformare la propria posizione geografica centrale in una posizione economica centrale. La Germania riunificata è tornata al centro geografico dell’Europa, ma invece di trasformare questa centralità in un impero territoriale, l’ha trasformata in: centralità industriale, centralità commerciale, centralità finanziaria, centralità normativa.
La centralità finanziaria
La centralità finanziaria è un elemento indispensabile da considerare per capire la strategia tedesca.
Si è determinata infatti un’alleanza funzionale tra grande industria, sistema finanziario e globalizzazione.
Per molti anni la Germania ha costruito un circuito: capitale finanziario, finanziamento- rendimento-internazionalizzazione, grandi gruppi industriali tedeschi, delocalizzazione e investimenti esteri, Cina (produzione a basso costo e accesso al mercato cinese), profitti, reinvestimento dei profitti, nuovi investimenti globali.
Non era semplicemente la Germania che delocalizzava in Cina, ma la finanza, con una multinazionalizzazione dell’industria tesa a produrre in Cina e ha portare i profitti in Occidente.
In buona sostanza una finanziarizzazione del processo a danno dell’economia reale europea.
E qui il dato della Bundesbank è molto interessante: nel 2024 gli investimenti diretti tedeschi all’estero ammontavano a circa 1.750 miliardi di euro; il manifatturiero rappresentava circa 587 miliardi, mentre finanza e assicurazioni circa 439 miliardi.
La Cina rappresentava circa 110 miliardi dello stock di investimenti diretti tedeschi a fine 2024.
Quindi industria e finanza sono effettivamente due componenti enormi della proiezione esterna tedesca.
La Germania non andò in Cina semplicemente perché in Cina il lavoro costava meno, ma perché la Cina diventò contemporaneamente, fabbrica, mercato, piattaforma asiatica, fonte di componenti, luogo di reinvestimento dei profitti.
Il “disastro cinese”
L’IMF, International Monetary Fund, calcola che nel 2025 la Cina rappresentasse circa il 5% delle esportazioni tedesche, ma ben l’11% delle importazioni tedesche; le esportazioni riguardavano soprattutto automobili, macchinari e apparecchiature elettriche, mentre anche le importazioni cinesi erano concentrate negli stessi settori.
Ed è proprio qui che avviene la trasformazione drammatica: la Cina è passata da cliente dell’industria tedesca a concorrente dell’industria tedesca. Questo è il vero “disastro cinese”.
Il problema non è quindi semplicemente che la Germania abbia delocalizzato. È che, nel processo di globalizzazione, ha contribuito a trasferire verso la Cina: capitale, tecnologia, know-how, macchinari, formazione manageriale, catene di fornitura, accesso ai mercati occidentali.
E la Cina è diventata un competitore globale.
Oggi la Germania si trova nella situazione paradossale di vendere alla Cina macchinari e automobili mentre la Cina produce macchinari e automobili sempre più competitivi.
E qui la finanza diventa decisiva
Il sistema finanziario tende a porre una domanda molto precisa: dove ottengo il massimo rendimento sul capitale?
E per un’impresa multinazionale questo può significare produrre in Germania, produrre in Cina o produrre in Europa orientale. Se il differenziale è enorme, il capitale spinge verso la seconda soluzione.
Questo produce una trasformazione fondamentale.
La logica industriale è dove devo mantenere la capacità produttiva strategica?
La logica finanziaria è: dove ottengo il miglior rendimento sul capitale investito?
E una parte della crisi europea nasce proprio dal fatto che per decenni la seconda domanda ha prevalso sulla prima.
La Germania ha avuto un modello straordinariamente efficace: finanza. Industria, export, globalizzazione.
Ma il modello funzionava finché la Germania produceva tecnologia e la Cina assorbiva tecnologia tedesca.
Oggi la relazione è diventata molto più simmetrica e in alcuni settori addirittura rovesciata.
La Bundesbank nel 2024 ha definito la Germania fortemente dipendente dalla Cina e ha sottolineato che un’interruzione brusca dei rapporti commerciali colpirebbe soprattutto l’industria tedesca; inoltre, il sistema bancario è esposto indirettamente attraverso i prestiti alle imprese tedesche fortemente dipendenti dalla Cina.
Questo è fondamentale.
La dipendenza dalla Cina non è soltanto commerciale; diventa anche finanziaria attraverso i bilanci delle imprese e delle banche.
Nel 2025 le imprese tedesche hanno continuato a generare profitti significativi in Cina e una parte importante è stata reinvestita localmente. La Bundesbank osserva però contemporaneamente una riduzione del capitale azionario tedesco in senso stretto e interpreta questa dinamica come possibile segnale di maggiore diversificazione dovuta alle tensioni geopolitiche.
Quindi abbiamo: profitto cinese, reinvestimento cinese, rafforzamento della presenza industriale locale
ma contemporaneamente rischio geopolitico crescente, riduzione dei nuovi investimenti, diversificazione verso Paesi più vicini all’Occidente.
La Bundesbank rileva infatti che gli investimenti tedeschi si stanno spostando verso Paesi più “western-oriented”, mentre diminuiscono verso economie più orientate verso la Cina.
La finanza ha quindi creato una contraddizione strategica
Per il singolo gruppo delocalizzare può essere razionale.
Per il sistema nazionale la perdita della capacità produttiva può essere irrazionale.
Questa è forse la contraddizione centrale della globalizzazione europea.
Sono saltati i pilastri
Ed è qui che il discorso sul “Lebensraum” economico acquista una dimensione finanziaria
Possiamo arrivare a una formula più completa.

Oggi sono saltati diversi pilastri: la Russia non fornisce più energia, la Cina da cliente è diventata concorrente, l’industria tedesca ha perso competitività, la finanza globale continua a muovere capitale
USA, sempre più concorrente industriale e tecnologico.
La Germania post-1990 ha trasformato la propria centralità geopolitica in centralità economico-finanziaria.
Maastricht ha fornito lo spazio istituzionale europeo; l’euro ha consolidato l’integrazione; l’Europa orientale ha fornito profondità produttiva; la Russia energia; la Cina mercato e piattaforma industriale; la finanza internazionale ha fornito la mobilità del capitale necessaria a organizzare questa architettura.
Il problema è che lo stesso meccanismo che ha massimizzato il rendimento del capitale ha progressivamente trasferito capacità produttiva, tecnologia e catene del valore verso la Cina. La Cina è così passata da complemento della macchina industriale tedesca a suo concorrente.
Questa seconda parte è oggi difficilmente contestabile sul piano empirico: la Bundesbank parla esplicitamente di forte dipendenza tedesca dalla Cina, mentre i dati più recenti mostrano l’aumento della pressione competitiva cinese sull’industria tedesca.
Inoltre, questione decisiva, la Cina è diventata l’avversario sistemico degli Usa e la Russia non è più il nemico sistemico degli USA. La Russia non è più necessariamente il “nemico principale” degli Stati Uniti, mentre resta un avversario strategico e militare.
La Cina è invece il competitore sistemico di lungo periodo. Nel 2026 Washington sta anche cercando di mantenere aperto un canale con Mosca per chiudere o congelare la guerra ucraina.
Il vecchio triangolo, fino agli anni 2010 potevamo rappresentarlo così: Usa, Russia come principale minaccia geopolitica europea, Europa/NATO, mentre la Germania giocava su due tavoli, e usava il gas della Russia e il mercato e la produzione in Cina.
Dopo il 2014 e soprattutto dopo il 2022 il sistema si è spezzato.
Il nuovo triangolo

La Cina è il concorrente economico-tecnologico strutturale degli USA. Il Congresso USA continua a descrivere Washington-Pechino in termini di competizione strategica, anche se nel 2026 l’amministrazione Trump parla contemporaneamente di “strategic stability” e di un rapporto più gestibile con Pechino.
La Russia è diversa: rimane una potenza nucleare, militare e territoriale ostile agli interessi americani in molte aree, ma Washington può avere un interesse concreto a separare, contenere o almeno ridimensionare il legame Russia – Cina. Il fatto che gli emissari americani stiano negoziando contemporaneamente con Mosca e Kiev lo mostra chiaramente.
È cambiata radicalmente la posizione tedesca
Oggi la Russia è un avversario politico-militare e un possibile futuro interlocutore USA. La Cina è mercato, ma anche concorrente industriale. Gli USA sono un alleato militare, ma anche concorrente industriale e tecnologico. L’Europa è mercato enorme ma con problemi di competitività
Quindi Berlino ha perso entrambi i grandi pilastri esterni del vecchio modello: Russia (energia), Cina (mercato non competitivo) e contemporaneamente deve confrontarsi con gli USA sul piano industriale e tecnologico.
La Cina ha assorbito il vantaggio della globalizzazione. Ed è qui che torna il ragionamento sulla finanza.
Il sistema occidentale (Clinton, WTO) aveva pensato: integriamo la Cina nell’economia mondiale e la Cina diventerà sempre più simile al nostro modello.
È successo quasi il contrario: la Cina ha utilizzato l’integrazione nell’economia mondiale per costruire una propria capacità industriale, finanziaria e tecnologica autonoma.
E oggi Washington considera questa capacità un problema strategico.
La Commissione d’inchiesta USA-Cina parla ormai apertamente di un rapporto nel quale Cina e Russia sono strategicamente allineate contro la pressione americana, mentre la Cina dispone di una capacità economica e tecnologica enormemente superiore a quella russa.
Il sistema di Washington collide con quello tedesco
La Germania ha costruito la propria prosperità proprio attraverso il sistema che oggi Washington sta cercando di ristrutturare.
La formula tedesca era: capitale occidentale, tecnologia tedesca, energia russa, mercato cinese, libero commercio globale.
Oggi Washington sta spingendo verso: reshoring , friend-shoring, sicurezza delle catene produttive, controllo delle tecnologie strategiche, riduzione della dipendenza cinese.
E questo entra direttamente in conflitto con il vecchio modello tedesco.
La strategia americana di contenimento della Cina rende molto meno sostenibile il precedente modello tedesco di globalizzazione industriale.
E la Russia può diventare una variabile completamente diversa
Questo è forse il passaggio geopolitico più interessante.
Se Washington riuscisse, anche parzialmente, a ridurre la guerra ucraina, a normalizzare almeno parzialmente i rapporti USA-Russia e a limitare la dipendenza strategica di Mosca da Pechino, allora cambierebbe l’intero equilibrio eurasiatico.
La Cina perderebbe una parte del vantaggio derivante dall’avere la Russia come partner strategico fortemente dipendente da Pechino.
Per questo Mosca sta attenta a non diventare semplicemente il partner subordinato della Cina.
Ed è significativo che proprio in questi giorni il Cremlino abbia lasciato aperta persino l’ipotesi di un incontro Trump–Putin–Xi.
Quindi la nuova partita è la relazione Usa Cina , con la Russia come grande variabile strategica e l’Europa/Germania come territorio economico-industriale conteso.
Il problema della Germania non è soltanto che abbia perso la Russia. È che è venuto meno il sistema geopolitico che permetteva alla Germania di stare contemporaneamente dentro l’Occidente, fare affari con la Russia e costruire la propria crescita industriale in Cina.
Il Green Deal può aver aggravato il problema, ma sotto c’è la crisi geopolitica dell’intero modello di globalizzazione sul quale la Germania aveva costruito la propria centralità europea.
Maastricht si avvia al fallimento
Direi che è entrato in crisi il modello economico-politico sul quale l’Europa di Maastricht aveva costruito il proprio equilibrio.
Maastricht è stato straordinariamente funzionale alla Germania quando la Germania era il grande centro industriale dell’Europa.
Il progetto europeo è stato, per la Germania postbellica, una trasformazione della Mitteleuropa geopolitica in una Mitteleuropa economica e istituzionale.
Oggi il problema è che lo “spazio” non è più garantito. Quindi il vecchio spazio economico tedesco si sta disarticolando.
E questo spiega anche perché oggi Berlino sta cercando una nuova formula, che mette in contraddizione la Germania con l’assunto della Nato: tenere sotto i tedeschi, perché si basa sul riarmo.
Se il vecchio “Lebensraum economico” tedesco europeo non funziona più, quale nuovo spazio geopolitico-industriale può sostituirlo?
Il problema è che l’idea del riarmo riaccende la vecchia questione del tenere sotto i tedeschi. Qui è il maggiore fallimento di Sholz e di Merz, mentre la destra, alla quale plaudono gli States potrebbe eliminare ogni pretesa di spazio vitale europeo per garantirsi uno spazio vitale entro gli attuali confini
Il tema del riarmo
Il tema del riarmo è fondamentale, in quanto pone la domanda di come riarmare la Germania senza ricostruire una potenza tedesca autonoma dominante in Europa.
E qui, secondo me, il fallimento di Scholz e, per ora, anche di Merz diventa interessante.
Dopo il 1945 il principio implicito dell’ordine europeo era: Germania economicamente forte, ma militarmente e geopoliticamente incardinata in strutture sovranazionali e atlantiche.
Oggi Berlino sta costruendo rapidamente capacità militare. Il bilancio della difesa tedesco dovrebbe passare da circa €82 miliardi nel 2026 a €109 miliardi nel 2027, con un enorme ricorso al debito.
E Merz ha esplicitamente indicato l’obiettivo di fare della Bundeswehr la più potente forza convenzionale europea.
Quindi ritorna inevitabilmente la domanda storica: chi controlla la potenza tedesca quando la Germania torna ad avere contemporaneamente industria, finanza e forza militare?
Ed è qui che Scholz ha perso un’occasione
La Zeitenwende di Scholz del 2022 aveva un potenziale enorme.
Avrebbe potuto significare: riarmo tedesco, riindustrializzazione tedesca, industria europea della difesa, autonomia strategica europea, Francia, Polonia, Italia, Germania. Cioè trasformare la potenza tedesca in potenza europea.
Ma questo non è realmente avvenuto.
Il caso del FCAS franco-tedesco-spagnolo, cancellato nel 2026 dopo anni di conflitti industriali, è emblematico. Berlino sta ora guardando al programma GCAP guidato da Regno Unito, Italia e Giappone.
Quindi: la Germania sta aumentando la potenza militare più velocemente di quanto stia costruendo una struttura politica europea capace di contenerla e contemporaneamente utilizzarla.
Merz avrebbe potuto fare un’altra cosa: Germania forte, Europa forte, autonomia europea, rapporto equilibrato con USA.
Invece il suo progetto sembra muoversi verso: Germania forte, NATO forte, rapporto privilegiato con USA, Europa come pilastro dell’Occidente.
Non è la stessa cosa.
Merz infatti ha insistito sulla necessità che l’Europa aumenti la propria capacità militare, ma contemporaneamente ha mantenuto un’impostazione fortemente atlantica.
E questo produce una situazione paradossale: Washington incoraggia la Germania a riarmarsi proprio mentre, storicamente, il sistema occidentale aveva cercato di impedire che la Germania potesse trasformare la propria superiorità economica in egemonia politico-militare autonoma.
La destra tedesca introduce una possibilità nuova
La destra tedesca introduce una possibilità completamente diversa. L’AfD non propone una nuova Mitteleuropa tedesca. Anzi, la sua impostazione è in larga misura anti-centralista europea, critica verso Bruxelles e favorevole a recuperare sovranità nazionale; inoltre mantiene una posizione molto più favorevole a un rapporto con Mosca rispetto ai partiti dell’establishment.
La Germania potrebbe diventare più forte militarmente ma meno interessata a costruire uno spazio politico europeo dominato da Berlino.
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