Quando il diritto non basta più a salvare l’autorità morale
Vi sono momenti nella storia delle istituzioni in cui un singolo episodio assume un valore simbolico superiore ai fatti immediatamente in discussione.
Non perché produca, di per sé, una verità definitiva, ma in quanto rende improvvisamente visibile una frattura che da tempo percorre il corpo politico.
L’audizione del dottor Anthony Fauci dinanzi alla Commissione del Senato degli Stati Uniti del 29 luglio 2026 appartiene con ogni probabilità a simile categoria di eventi.
Per oltre sei anni il nome di Fauci è stato associato, nel bene e nel male, alla gestione della cosiddetta pandemia da COVID-19.
Per una parte dell’opinione pubblica egli ha rappresentato il volto della competenza scientifica; per un’altra, quello dell’intreccio fra potere burocratico, interessi scientifici, comunicazione governativa e progressiva erosione delle libertà civili.
Al di là delle differenti valutazioni politiche, nessuno può negare che poche figure abbiano esercitato un’influenza comparabile sulla vita quotidiana di miliardi di persone.
Proprio per tale ragione l’audizione senatoriale assume un significato che trascende la vicenda personale dell’interessato.
Di fronte ai rappresentanti eletti del popolo americano, Fauci ha scelto di non rispondere praticamente a nessuna domanda, appellandosi sistematicamente al Quinto Emendamento su consiglio dei propri legali.
Il rifiuto non ha riguardato esclusivamente questioni suscettibili di rilievo penale, ma si è esteso anche a domande di carattere elementare e perfino banale, come quelle ironicamente formulate dai senatori circa il giorno della settimana, il colore della cravatta indossata o quello del tappeto dell’aula.
Sotto il profilo strettamente giuridico, l’invocazione del Quinto Emendamento costituisce un diritto previsto dall’ordinamento costituzionale americano.
Nessuno Stato di diritto può biasimare l’esercizio di una garanzia processuale riconosciuta dalla legge. Tuttavia, il diritto non esaurisce il problema.
Esiste, infatti, una distinzione, antica quanto il pensiero politico occidentale, fra legalità e responsabilità. Da Aristotele a Cicerone, da Burke a Tocqueville, le istituzioni sopravvivono non soltanto grazie alle norme, ma anche attraverso la fiducia che i cittadini ripongono nella buona fede di coloro che le rappresentano.
Ed è precisamente questa fiducia ad uscire profondamente compromessa. Per anni la gestione della “pandemia” è stata accompagnata da un linguaggio categorico.
Le indicazioni delle autorità sanitarie venivano sovente presentate non già come valutazioni scientifiche necessariamente fallibili, bensì come verità indiscutibili.
Chiunque avanzasse dubbi sull’efficacia di talune misure, sull’origine del virus, sull’opportunità delle restrizioni o sulla proporzionalità di determinati interventi veniva puntualmente bollato come irresponsabile, antiscientifico o agente di disinformazione.
Con il passare degli anni, però, numerose ricostruzioni si sono rivelate assai più controverse di quanto fosse stato inizialmente affermato.
Il dibattito sull’origine del SARS-CoV-2 è stato riaperto da diverse agenzie governative americane e da organismi d’intelligence; il tema delle ricerche di gain-of-function è divenuto oggetto di un confronto scientifico e politico sempre più acceso; molte decisioni assunte durante la presunta “emergenza” sono oggi sottoposte a un riesame critico da parte della stessa comunità scientifica.
Nulla di tutto ciò dimostra automaticamente l’esistenza di un piano deliberato o di una cospirazione mondiale. Sarebbe metodologicamente scorretto trasformare una serie di elementi problematici in una conclusione già acquisita.
Tuttavia, altrettanto scorretto sarebbe ignorare il significato politico del comportamento tenuto da una figura di spicco di fronte al Senato americano.
Quando il principale protagonista di una stagione che ha inciso sulle libertà individuali, sull’economia mondiale, sull’istruzione, sulla vita religiosa, sulla salute pubblica e perfino sui rapporti familiari decide di sottrarsi sistematicamente a qualsiasi chiarimento pubblico, il problema non è più soltanto processuale. Diventa morale!
Le istituzioni democratiche vivono infatti di accountability, ossia della disponibilità di chi esercita il potere a rendere conto delle proprie decisioni. Senza tale disponibilità, la fiducia pubblica si trasforma inevitabilmente in sospetto.
In questo senso, il comportamento di Fauci produce un effetto devastante, indipendentemente dall’esito di eventuali procedimenti giudiziari. Non perché dimostri automaticamente la malafede o la colpevolezza dell’interessato. Ma perché rende impossibile dissipare i crescenti dubbi al riguardo.
L’autorità scientifica trae la propria forza dalla trasparenza, non dall’opacità; dalla disponibilità al confronto, non dal silenzio; dalla capacità di sostenere le proprie decisioni, non dal rifiuto sistematico di fornire ogni spiegazione. La credibilità, una volta perduta, difficilmente può essere recuperata.
Esiste, infine, un profilo che riguarda anche l’Italia. Nel 2021 Anthony Fauci venne insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Sergio Mattarella, quale riconoscimento del contributo prestato durante l’emergenza sanitaria.
Le onorificenze della Repubblica non costituiscono meri attestati di competenza professionale. Esse rappresentano anche un riconoscimento pubblico del prestigio morale e civile della persona insignita.
Alla luce dei gravi interrogativi ancora aperti sulla gestione della “pandemia” e, soprattutto, dell’atteggiamento mantenuto da Fauci dinanzi al Senato degli Stati Uniti, appare dunque legittimo interrogarsi sull’opportunità politica e istituzionale del mantenimento di tale onorificenza.
Non perché oggi sia stata dimostrata una responsabilità penale. Ma perché il prestigio di una decorazione pubblica dipende anche dalla capacità del suo titolare di affrontare con trasparenza il giudizio della Storia e delle istituzioni democratiche.
Le democrazie liberali non si fondano sull’infallibilità dei governanti, si fondano sulla loro responsabilità. Quando quest’ultima viene meno, la crisi non investe soltanto un uomo: investe la fiducia stessa dei cittadini nei confronti dello Stato.
Ed è questa, probabilmente, la lezione più amara consegnataci dall’audizione del 29 luglio 2026.





