Home editoriali L’onda lunga del comunismo alla bolognese

L’onda lunga del comunismo alla bolognese

0
comunismo alla bolognese

Dai tortellini alla Luxemburg alla pastasciutta antifascista

Dopo i miei precedenti articoli:

https://www.nuovogiornalenazionale.com/lepore-ha-aperto-il-vaso-di-pandora/

https://www.nuovogiornalenazionale.com/bologna-madre-dellantagonismo/

https://www.nuovogiornalenazionale.com/attacco-allo-stato-dei-fasssisti-di-sinistra/

credo sia utile proseguire nell’analisi delle radici di quanto sta avvenendo.

La sinistra non ha mai smesso di avere due anime: quella costituzionale, democratica, che sin dalla svolta di Salerno di Palmiro Togliatti ha accettato le regole della democrazia occidentale e quella rivoluzionaria, Antistato, legata ai concetti della rivoluzione mancata e della Resistenza tradita.

Resistenza e rivoluzione da continuare, come voleva Giulio Seniga, braccio destro di Pietro Secchia, numero due del PCI e leader dell’ala più ortodossa e filo-sovietica del partito. Seniga gestiva l’organizzazione e la sicurezza interna della sede di via delle Botteghe Oscure.

Nel luglio del 1954, in seguito alle crescenti tensioni politiche interne tra l’ala moderata guidata da Palmiro Togliatti e quella radicale di Secchia, Seniga svanì all’improvviso. Non se ne andò a mani vuote: portò con sé una cifra enorme per l’epoca (circa 425 milioni di lire dalle casse segrete del PCI, equivalenti a diversi milioni di euro odierni), oltre a timbri, codici cifrati e microfilm riservati.

Seniga fu guidato da motivazioni ideologiche e politiche: voleva proteggere Secchia e la corrente “dura” del partito dall’emarginazione promossa da Togliatti e utilizzò parte di quei fondi per fondare la casa editrice e rivista di dissidenza comunista.

La vicenda provocò un terremoto politico a Botteghe Oscure, portando al definitivo ridimensionamento di Pietro Secchia e a una stretta sui controlli interni del partito. Seniga visse a lungo nella clandestinità prima di riemergere anni dopo, continuando la sua attività editoriale e politica indipendente.

All’XI Congresso del Pci del 1996 ci fu un acceso dibattito tra le correnti guidate da Giorgio Amendola e da Pietro Ingrao. Amendola sosteneva un’azione forte per l’unità e la riunificazione delle forze di sinistra in Italia.

Ingrao sosteneva che l’unificazione della sinistra dovesse fondarsi su basi rigorosamente classiste e rivoluzionarie, pur aprendo al contempo al dialogo con il mondo cattolico.

A ben guardare il dialogo con i cattolici di base ebbe a Brescia uno dei suoi momenti attuativi con gli Autoconvocati e con l’incontro con i comunisti sabattiniani e i cattolici vicini a Giovanni Landi e le teorie di Ingrao sono state i semi gettati sul terreno che in seguito hanno dato vita all’Ulivo e al Pd.

Ulivo e Pd, pertanto, portano dentro di sé tutte le contraddizioni che hanno radici profonde e che non sono mai state eliminate.

Dell’ambiguità del Partito comunista italiano è testimone Claudio Sabattini, il quale, in un’intervista raccolta a Bologna nel 1998 da Fabrizio Billi e Andrea Rapini, descrive la presenza della sezione comunista all’Università bolognese a partire dal 1967, affermando: “Io ne facevo parte, la fondammo La Forgia, Garibaldo ed io, e divenne importante sia nel movimento studentesco che nel PCI”.

“La SUC – prosegue Sabattini nasce nel ’67, dopo il congresso del PCI, un periodo in cui c’era una ripresa di Marx, si leggevano testi non noti di Marx, Trotski, fu un periodo di formazione. La SUC dopo il congresso del 1966 fu una struttura di dissenso all’interno del PCI. All’inizio raccoglieva sia professori che studenti comunisti, ad un certo punto i professori se ne andarono e rimasero gli studenti, lì fu un’esplosione, divenne, non solo per i bolognesi ma anche per gli studenti che venivano da altre città, un luogo di conoscenza, di incontro, di discussione, era forte anche quantitativamente. Cominciò lì un rapporto col PCI, potremmo dire di divisione di campo, nel senso che il PCI non interveniva nella sezione universitaria. Io avevo fatto nel frattempo anche il funzionario, conoscevo bene il gruppo dirigente del PCI, tanto che sono entrato negli organismi dirigenti del PCI a Bologna nel 1959 dopo la conferenza di organizzazione che liquidò i gruppi dirigenti precedenti, staliniani. Diventai così segretario della FGCI, in un partito che si collocava in una dimensione diversa da quella precedente”.

Sabattini chiarisce che la posizione della SUC era “luxemburghiana” e quando si arriva ai rapporti con il Pci Sabattini afferma: “Si possono  distinguere due atteggiamenti nel partito, il gruppo dirigente e i funzionari,  coi funzionari c’erano  frizioni durissime,  col partito  e con  Fanti no, tanto che Fanti intervenne ad una contestazione che noi facemmo ad un convegno dei medici del lavoro, mandò via questo convegno nazionale dei medici del lavoro da Bologna, come si dice subendo la piazza. Del resto fummo noi che decidemmo l’assalto al convegno, decidemmo che sulla questione medici del lavoro prendiamo la testa noi, dicendo se ci arrestano benissimo”.

Sabattini chiarisce che Fanti non era certamente un estremista e che “aveva anzi una collocazione di destra nel PCI, però, come si dice, l’aveva capita e quindi pensava fosse la cosa migliore. Ognuno ovviamente pensava di giocare per sé, Fanti per il partito, noi per il movimento, però questo atteggiamento di non rottura del PCI e dell’Amministrazione fece sì che il movimento fosse così ampio”.

Le due anime, nonostante la fine del PCI, sono rimaste vive e attive, come dimostrano le ambiguità, i silenzi o le dichiarazioni di leader dell’attuale sinistra progressista di fronte ad un emergente, progressivo attacco allo Stato democratico italiano.

Un esempio preclaro è costituito dalle dichiarazioni rese il 20 luglio scorso da Gianfranco Pagliarulo, Presidente nazionale ANPI:

“25 anni fa durante il G8 a Genova la democrazia fu sospesa.
Con precise responsabilità della catena di comando, elementi delle forze dell’ordine operarono violenze e vere e proprie torture nei confronti di tanti manifestanti. Carlo Giuliani fu ucciso.
A distanza di 25 anni il clima che si è creato oggi nel Paese con una serie di leggi e provvedimenti repressivi è inquietante. Il diritto di manifestare è messo in discussione dall’uso della forza indiscriminata e dalle denunce e le multe che arrivano a centinaia di pacifici manifestanti a scopo intimidatorio, come è successo per esempio a Massa Carrara e a Lecco. Le istituzioni hanno il monopolio dell’uso legittimo della forza. Ma quando questo è sproporzionato e palesemente tendenzioso, si pone un problema di democrazia e si favoriscono paure e tensioni sociali.In questo scenario si colloca la tragica e sconcertante morte di Abderrahim Fakir, avvenuta senza alcun tentativo di soccorso e di rianimazione; chiediamo con la massima determinazione che ci sia l’immediato accertamento delle cause e di tutte le eventuali responsabilità”.

tortellini antifascisti

 

Evidentemente si è passati dai tortellini alla Luxemburg alla pastasciutta antifascista con una continuità culinaria che risponde perfettamente alle logiche trasformiste della sinistra.

pastasciutta antifascista

Nei precedenti articoli ho evidenziato come Bologna, negli anni Sessanta del secolo scorso, sia stata il centro di elaborazione di un pensiero antagonista e movimentista che, in seguito, ha ispirato  varie organizzazioni della sinistra extraparlamentare, fino ad arrivare alla tedesca “Autonomen”, che guardava all’Italia come modello di autonomia dal partito, di legame con le lotte di fabbrica e di piazza, di rifiuto della politica istituzionale e di pratiche di scontro diretto (occupazione di case, sabotaggi, violenza diffusa).

In particolare, Autonome, dalla quale derivano le logiche di guerriglia urbana del Black Bloc, si ispirava all’italiana Autonomia Operaia italiana, che rappresentava un riferimento teorico e pratico importante: l’idea di “autonomia” come rifiuto di ogni avanguardia esterna (partito, sindacato, BR-style), la centralità dei bisogni proletari e una certa diffusione della militanza invece della rigida clandestinità.

Gli Autonomen tedeschi svilupparono poi una propria specificità (più orientata ai centri sociali, all’antifascismo militante e al Black Bloc), ma riconoscevano le radici italiane.

Autonomia Operaia rappresentava l’ala più radicale della sinistra extraparlamentare dopo la crisi di Lotta Continua, Potere Operaio e altri gruppi del ’68-’69 e polemizzò con il PCI (accusato di moderatismo) e con gruppi più “istituzionali”.

Interessante, a questo punto, capire il filo di continuità ideologico che lega Autonomia Operaia alle esperienze bolognesi della Sezione universitaria comunista bolognese fondata da Claudio Sabattini e il rapporto con le teorie di Rosa Luxemburg (1871-1919), figura di riferimento per varie correnti marxiste anti-autoritarie e “dal basso”.

I collegamenti più rilevanti del pensiero di Autonomia Operaia, con il pensiero di Rosa Luxemburg (al quale si riferiva anche Claudio Sabattini), riguardano la spontaneità delle masse, la critica al parlamentarismo e al sindacalismo istituzionale.

Rosa Luxemburg criticava fortemente il riformismo e il centralismo burocratico dei partiti socialdemocratici e sosteneva che la rivoluzione nasce dalla spontaneità creativa delle masse.

Questa idea è centrale nell’operaismo e in Autonomia Operaia: rifiuto del partito come avanguardia esterna (critica al PCI e ai gruppi leninisti tradizionali), fiducia nell’autorganizzazione operaia e nella capacità autonoma del proletariato di inventare forme di lotta, critica al parlamentarismo e al sindacalismo istituzionale.

Luxemburg vedeva i sindacati e i parlamenti come strumenti che rischiano di integrare la classe operaia nel sistema.

Autonomia Operaia ha radicalizzato questo approccio: lotta extra-parlamentare, rifiuto dei sindacati confederali (considerati “collaborazionisti”), sabotaggio produttivo e “rifiuto del lavoro”. Alcuni teorici operaisti (incluso Toni Negri in certe fasi) hanno ripreso e rielaborato temi luxemburghiani sull’imperialismo e sulla crisi capitalistica, anche se con aggiornamenti legati alla società post-fordista.

La Luxemburg rimaneva all’interno di una concezione di partito (anche se critico verso il centralismo democratico leninista). Autonomia Operaia era molto più anti-partito e “movimentista”.

La Luxemburg era contraria al terrorismo individuale e al putschismo. Autonomia Operaia (soprattutto le sue frange più radicali) teorizzò e praticò invece forme di violenza diffusa e lotta armata.

L’influenza luxemburghiana arrivò soprattutto attraverso la rilettura operaismo degli anni ’60 (Raniero Panzieri, Mario Tronti, ecc.), che recuperarono autori “eretici” come Luxemburg, Trotsky e il giovane Lukács contro lo stalinismo.

C’è un nesso profondo e radicato nella formazione intellettuale, politica e sindacale di Claudio Sabattini, figura chiave del movimento operaio italiano e il pensiero di Rosa Luxemburg.

Sabattini si è laureato in Filosofia con una tesi su Rosa Luxemburg (Rosa Luxemburg e i problemi della rivoluzione in Occidente), poi pubblicata postuma e la Luxemburg rappresentava per lui un modello di marxismo “eretico” e libertario: critica del leninismo autoritario, enfasi sulla democrazia operaia dal basso, spontaneità delle masse e rifiuto del centralismo burocratico.

Sabattini sviluppò fortemente l’idea di un sindacato autonomo dal partito (non più “cinghia di trasmissione” del PCI), indipendente e radicato nella rappresentanza diretta dei lavoratori.

Questo tema dell’autonomia era centrale sia nell’operaismo, sia in Autonomia Operaia, anche se Sabattini rimase dentro le strutture della Cgil-Fiom e non aderì alle frange estremiste e violente dell’Autonomia.

La sua posizione per il rapporto tra rappresentanza e democrazia, i gruppi di produzione, l’occupazione delle fabbriche e il rifiuto di un sindacato burocratico riecheggiano temi luxemburghiani e operaisti: potere operaio in fabbrica, spontaneità e rifiuto della mediazione istituzionale pura.

L’esperienza di Sabattini (dal movimento studentesco-operaio bolognese alle dure vertenze Fiat degli anni ’70-’80, fino alla guida nazionale della Fiom) fu guidata da una visione teorica influenzata da Rosa Luxemburg: rivoluzione come processo democratico dal basso, centralità dell’autorganizzazione operaia e rifiuto del verticalismo.

Tra le elaborazioni teoriche di quegli anni e anche tra le drammatiche messe in opera di quelle teorizzazioni da parte di organizzazioni rivoluzionarie ed eversive e il pattume Antistato c’è una distanza abissale, anzitutto culturale.

Tuttavia non si può non considerare, per capire cosa si agita nella sinistra italiana, che l’ambiguità, il trasformismo, la doppia verità sono rimaste una costante.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui