Cosa prevede il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri su proposta di Nordio
Bisogna abbandonare l’idea romantica del minorenne brufoloso e timido, del ragazzino che ruba la marmellata e arrossisce davanti al maresciallo.
I dati lo dimostrano.
Da 14 a 35 casi, ovvero il 150% in più, nell’ultimo anno rilevato: sono gli omicidi commessi da minorenni in Italia secondo il Servizio Analisi Criminale e le relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026.
I minorenni pesano oggi per circa il 12% di tutti gli autori di omicidio del Paese. Ma la percentuale non è il punto. Il punto è la divergenza.
Negli ultimi dieci anni gli omicidi in Italia sono calati di un terzo, da 475 casi nel 2015 a 319 nel 2024, mentre in dodici mesi l’incidenza degli under 18 tra gli autori è passata dal 4% all’11%.
L’Italia è sempre meno pericolosa, tranne quando chi impugna il coltello ha quattordici anni.
Sotto la soglia dell’omicidio il quadro si allarga. Nel 2024 i quattordici-diciassettenni denunciati o arrestati sono stati 38.247: il 16% in più dell’anno precedente, circa il 30% in più del pre-Covid, il valore più alto almeno dal 2010.
Un arrestato su quattro per rapina in pubblica via non ha compiuto diciotto anni. I minori segnalati per violenza sessuale sono cresciuti del 25% in un solo anno.
E poi le armi, che raccontano tutto: i minorenni denunciati per porto abusivo di armi o oggetti atti a offendere erano 778 nel 2019, sono 1.946 nel 2024.
Secondo gli studi del CNR, nel 2025 circa novantamila studenti tra i quindici e i diciannove anni hanno usato un coltello per minacciare un coetaneo: il 3,5% della popolazione studentesca, contro l’1,4% del 2018.
Novantamila non è un margine statistico. È una generazione che ha smesso di considerare la lama un’anomalia.
Dove sarebbe, in questi numeri, il timido brufoloso?
Il paradosso è che buona parte di quei dati li ha raccolti e diffusi Save the Children, la stessa organizzazione che oggi avverte come la violenza giovanile non possa essere affrontata prendendo a modello la giustizia degli adulti.
Rapine più che raddoppiate in dieci anni, lesioni personali raddoppiate, risse più che raddoppiate, coltelli più che raddoppiati in cinque anni: la fotografia dell’emergenza la scatta chi si rifiuta di chiamarla emergenza.
C’è poi un dettaglio che nessuna tabella registra e che pesa più delle tabelle. Nella maxi operazione contro la criminalità giovanile chiusa la scorsa settimana in 44 province, la Polizia ha arrestato 539 persone, 47 delle quali minorenni, e ne ha denunciate altre 954.
Ma accanto a quei numeri compare una voce che dieci anni fa non sarebbe esistita: 973 profili social inneggianti all’odio e alla violenza.
Quasi mille. Non si delinque più nonostante la visibilità, si delinque per la visibilità. Il reato viene filmato, montato, pubblicato, monetizzato in like. E nessuno filma ciò che teme di pagare.
Sempre nel rapporto di Save the Children c’è la frase che chiude il ragionamento meglio di qualunque statistica.
La pronuncia un ragazzo detenuto, raccontando come si vedeva prima dell’arresto: non dava peso alle azioni che faceva.
Eccola documentata, dalla fonte meno sospettabile, la percezione di irrilevanza che precede il gesto. Ed ecco cosa l’ha incrinata: la sanzione, arrivata dopo.
Quanto all’idea che basti la reclusione a produrre il pentimento, la cronaca di questi giorni ha già risposto.
All’istituto penale per i minorenni di Casal del Marmo, a Roma, la polizia penitenziaria è dovuta intervenire con caschi e scudi: scavalcamenti tra i reparti, detenuti armati di punteruoli e spranghe, agenti aggrediti e feriti.
Sono ragazzi già individuati, già fermati, già reclusi, nel luogo in cui lo Stato esercita il massimo controllo immaginabile su un adolescente. La cella, da sola, non rieduca nessuno.
Ma chi è mai stato rieducato dall’impunità?
È a questo che risponde il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro Nordio, e conviene dire con precisione cosa contiene, visto che nessun altro lo sta facendo.
Non è ancora una legge, deve passare per le Camere, che potranno modificarla. Non abbassa l’età dell’imputabilità, ferma a quattordici anni. Non inasprisce le pene.
Non introduce il carcere per i minorenni, che l’articolo 98 del codice penale prevede dal 1930.
Sposta una presunzione: la capacità di intendere e di volere, che oggi il giudice deve accertare caso per caso, diventa il punto di partenza. Resta pienamente possibile dimostrare il contrario davanti al giudice, e resta la diminuzione di pena. Questo è tutto.
Un criterio di accertamento processuale.
Poi è arrivata la comunicazione politica sotto forma di un post ideato per sciacallare spaventando.
La pagina ufficiale dei deputati del Partito Democratico ha pubblicato la fotografia della presidente del Consiglio con una frase sovrapposta: con lei anche i vostri figli possono andare in carcere.
Falso, e falso in modo verificabile in trenta secondi. I minorenni sopra i quattordici anni riconosciuti capaci di intendere e di volere possono già essere condannati e già finire in carcere e lo possono da prima che Giorgia Meloni entrasse in politica.
La replica della premier è stata di sei parole: sì, se delinquono.
Il post ha raccolto oltre ventunomila commenti e ha spaccato il PD al proprio interno, con parlamentari e funzionari che nelle chat hanno messo in dubbio l’opportunità della linea, mentre in rete moltissimi contestavano al partito di avere scelto la paura al posto di una proposta.
A smontare quel post non è stata la destra: è stata la base democratica.
E una domanda resta lì, senza che nessuno la raccolga: un partito che accusa il governo di criminalizzare un’intera generazione e che per farlo va a dire ai genitori italiani che i loro figli finiranno dentro, quella generazione come la sta esattamente trattando?
Per anni la giustizia minorile italiana ha risposto a un ragazzo che sbaglia dicendogli che non era davvero lui a sbagliare e ha chiamato quella risposta recupero.
Il ragazzo l’ha interpretata diversamente: ha capito di essere fuori portata. E a novantamila l’hanno capita insieme a lui.
Ora il testo è in Parlamento. Chi lo voterà si assumerà una responsabilità, chi lo affosserà se ne assumerà un’altra e dovrà spiegarla non ai propri congressi ma al prossimo quattordicenne che resta sull’asfalto e a chi lo ha messo al mondo.
Nessuno chiede di riempire le celle di ragazzini. Si chiede di smettere di dire a un quattordicenne che le sue azioni non sono veramente sue.
Per trent’anni ci si è chiesti perché delinque. Adesso tocca a lui chiedersi se conviene.





