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Guerre per procura per un confronto globale – Parte 2

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Guerre per procura

Un confronto che ha quattro protagonisti: la Cina, i servi della Cina, Putin e Trump – Guerra ibrida e senza confini – I principi cardine della Realpolitik di Kissinger per un nuovo equilibrio

Dopo il precedente articolo: https://www.nuovogiornalenazionale.com/guerre-per-procura-per-un-confronto-globale-parte-1/, in questo siamo sul teatro europeo e, per capire cosa sta accadendo, è necessario prendere atto che con il globalismo il Clan Clinton, sin da sempre inserito nel circuito cinese, ha operato per fare della Cina il protagonista mondiale.

Il globalismo e l’accesso della Cina al WTO hanno consentito al Dragone di essere quello che è ora, ossia uno dei maggiori attori sulla scena del teatro globale dove si stanno per definire i nuovi equilibri del pianeta.

La formula classica, il tratto distintivo della strategia cinese, almeno da Deng Xiaoping in poi, è (tāoguāng yǎnghuì): “Nascondere la propria forza e attendere il momento propizio”.

La formula non è altro che l’applicazione delle regole di Sun Tzu: “vincere senza combattere”, usare l’inganno, colpire quando il nemico è debole, evitare lo scontro diretto finché non si è pronti. È la logica che afferma: “Nascondi la forza, attendi il momento”.

Quella della Cina non è passività, ma pazienza strategica: evitare scontri frontali precoci, mentre si accumulano capacità economiche, tecnologiche, militari e di influenza.

Questa “penetrazione a lungo termine” si manifesta su più piani.

Sul piano economico: Belt and Road, investimenti infrastrutturali, dipendenze commerciali e finanziarie create in Asia, Africa, America Latina e anche in Europa. Non è solo commercio; è costruzione di leve di influenza strutturali.

Sul piano politico-diplomatico: ampliamento graduale del peso nelle istituzioni internazionali, promozione di un ordine multipolare (o “multi-nodale”) che eroda l’egemonia americana senza necessariamente sostituirla con un’egemonia cinese formale.

Sul piano tecnologico e informativo: controllo di filiere critiche (terre rare, batterie, 5G/6G, semiconduttori), soft power, operazioni di influenza e narrativa.

Sul piano militare: modernizzazione accelerata, ma tuttora orientata a evitare conflitti ad alta intensità finché il rapporto di forza non sia giudicato favorevole (Taiwan resta il caso più delicato).

Autori come Rush Doshi (The Long Game) parlano esplicitamente di una grand strategy of displacement: prima blunting (smussare il potere americano a livello regionale), poi building (costruire ordine cinese in Asia), infine expansion globale. Il tutto su orizzonti di decenni, non di cicli elettorali.

Naturalmente non è una strategia infallibile, né monolitica. Xi Jinping ha reso la Cina più assertiva e meno “nascosta” rispetto all’epoca di Deng e Jiang Zemin e questo ha accelerato le contromisure occidentali (decoupling/derisking, AUKUS, QUAD, controlli esportazioni tecnologiche).

La pazienza resta però un vantaggio competitivo strutturale: il Partito Comunista non deve rispondere a elettori ogni quattro anni e può pianificare su cicli quinquennali e centenari (2049 come anno – simbolo del “grande rinascimento della nazione cinese”).

La politica dei Dem clintoniani al servizio della Cina

La Cina è entrata ufficialmente nel WTO l’11 dicembre 2001, quasi cinque anni dopo la morte di Deng Xiaoping (deceduto nel febbraio 1997). Tuttavia, la preparazione del passo fondamentale è avvenuta sotto Deng Xiaoping (1986 – 1997), il quale diede avvio alle riforme economiche e alla politica di apertura.

Nel 1986, sotto la guida di Deng, la Cina fece domanda ufficiale per rientrare nel GATT (l’Accordo Generale sulle Tariffe e il Commercio, predecessore del WTO).

I negoziati subirono un forte arresto e rallentamento dopo la repressione di Piazza Tienanmen nel 1989 e la conseguente reazione dell’Occidente.

La fase cruciale e decisiva dei negoziati è stata guidata dal presidente Jiang Zemin (1997 – 2001) e dal suo Primo Ministro Zhu Rongji. Nel novembre 1999, l’amministrazione Clinton e il governo di Jiang Zemin hanno firmato lo storico accordo bilaterale USA – Cina per l’adesione al WTO, superando gli ostacoli su tariffe, proprietà intellettuale e apertura dei mercati.

Nel 2000, Bill Clinton ha firmato la legge che concedeva alla Cina la Permanent Normal Trade Relations (PNTR), passaggio fondamentale richiesto dal Congresso americano per l’adesione della Cina.

Infine, l’11 dicembre 2001 la Cina è diventata ufficialmente il 143° membro del WTO, durante la presidenza di Jiang Zemin in Cina (e sotto l’amministrazione di George W. Bush negli USA).

https://www.nuovogiornalenazionale.com/democratici-usa-o-agenti-cinesi/

George W. Bush figlio (43° Presidente, 2001-2009), in fondo, non si sa quanto consapevolmente, date le sue follie e le sue bugie relative all’Iraq e all’Afghanistan, non ha fatto altro che mettere il timbro sulle teorie del padre, George H. W. Bush (41° Presidente, 1989-1993), figura politica alla quale si associa storicamente il concetto di “Nuovo Ordine Mondiale” (New World Order).

George H. W. Bush, durante un celebre discorso prima della Prima Guerra del Golfo (11 settembre 1990) dichiarò che la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda stavano aprendo un’era in cui “le nazioni del mondo avrebbero cooperato per la pace, la sicurezza e la prosperità”.

La sua visione rappresentava il classico multilateralismo liberal-conservatore: favorire il libero commercio globale e rafforzare le istituzioni internazionali come le Nazioni Unite.

Le politiche del Clan Clinton, nell’ambito di questa visione del Nuovo Ordine Mondiale, hanno preso una piega del tutto particolare, che ha messo sotto pressione la Russia e ha disastrato l’Europa, consegnando Mosca nelle braccia di Pechino e trasferendo la manifattura europea nella terra del Dragone.

La guerra in Ucraina è la ciliegina sulla torta di una strategia del Clan Clinton al servizio della Cina e della finanza speculativa che ha pensato (sbagliandosi) di fare della Russia la miniera al suo servizio e della Cina la fabbrica del mondo alle sue dipendenze.

La finanza alla conquista della Russia

A metà degli anni ’90, un gruppo di oligarchi finanziari russi, definiti i “Magnifici Sette” (in russo Semibankirščina, ovvero “il regime dei sette banchieri”), assunse un controllo quasi totale sull’economia e sulla politica della Federazione Russa sotto la presidenza di Boris El’cin.

La parola fu coniata dal giornalista Andrej Fadin nell’autunno del 1996, ironicamente ispirata al celebre film: I magnifici sette, per descrivere il pugno di uomini d’affari che vantava di controllare oltre il 50% dell’economia russa.

Chi erano i “Magnifici Sette”?

Il gruppo comprendeva sette tra i più potenti banchieri e imprenditori della Russia dell’epoca:

Boris Berezovskij (Logovaz / AvtoVAZ, ORT TV) – Il “cardinale grigio” del Cremlino e ideatore politico del gruppo.

Michail Chodorkovskij (Banca Menatep, colosso petrolifero Yukos).

Vladimir Gusinskij (Gruppo Most, rete televisiva NTV).

Vladimir Potanin (Banca Onexim, Norilsk Nickel) – L’ideatore dello schema Loans for Shares.

Mikhail Fridman (Alfa-Group, Alfa-Bank).

Petr Aven (Alfa-Group).

Aleksandr Smolenskij (Banca Stolichny/SBS-Agro).

Il momento di massimo potere di questo gruppo coincise con le elezioni presidenziali russe del 1996.

Agli inizi del 1996, la popolarità di Boris El’cin era ai minimi storici (attorno al 3-5%), a causa della disastrosa transizione economica verso il mercato, della svalutazione dei risparmi della popolazione e della guerra in Cecenia. Il candidato comunista, Gennadij Zjuganov, era in netto vantaggio e sembrava destinato a vincere.

Terrorizzati dall’idea di una nazionalizzazione delle loro attività in caso di vittoria comunista, gli oligarchi strinsero un patto d’acciaio con il Cremlino: misero a disposizione di El’cin risorse finanziarie illimitate e, soprattutto, il monopolio dei principali canali televisivi nazionali (in particolare ORT e NTV), avviando una massiccia campagna di propaganda elettorale.

In cambio, il governo El’cin mise all’asta le quote statali dei più importanti asset industriali del Paese (petrolio, gas, metalli, telecomunicazioni) come garanzia per i prestiti concessi dalle banche degli oligarchi.

Le aste furono pilotate: le banche si aggiudicarono i gioielli dell’industria mineraria ed energetica russa a prezzi stracciati (spesso una frazione del loro valore reale).

Grazie a questo accordo, El’cin vinse le elezioni nel luglio 1996, ma il potere statale divenne completamente subalterno agli interessi dei banchieri.

Dopo la rielezione di El’cin, gli oligarchi non si limitarono a influenzare le decisioni dall’esterno, ma entrarono direttamente nelle istituzioni: Boris Berezovskij fu nominato Vice Segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale e Vladimir Potanin divenne Vice Primo Ministro responsabile per l’economia. Il gruppo piazzò uomini di fiducia nei ministeri chiave e condizionò la nomina di diversi Primi Ministri.

Durante questo periodo, la gestione delle risorse pubbliche fu caratterizzata da una spietata competizione interna tra gli stessi oligarchi (le cosiddette “guerre bancarie”) per l’accaparramento degli ultimi beni statali.

l legame tra i “Magnifici Sette” (Semibankirščina) e il World Economic Forum (WEF) rappresenta uno dei momenti di svolta più iconici e drammatici della storia politica e finanziaria della Russia post-sovietica.

Questo rapporto ha un nome e una data precisi: il “Patto di Davos” del febbraio 1996.

I russi al vertice di Davos e l’avvertimento di Soros

Nel febbraio del 1996, le élite economiche e politiche mondiali si riunirono a Davos per l’annuale vertice del WEF. La delegazione russa comprendeva sia i giovani oligarchi emergenti (tra cui Boris Berezovskij, Michail Chodorkovskij, Vladimir Gusinskij e Anatolij Čubajs, l’architetto delle privatizzazioni) sia Gennadij Zjuganov, il capo del Partito Comunista della Federazione Russa.

In quel momento, Boris El’cin era dato quasi per spacciato politicamente, con indici di gradimento al 3 – 5%.

A Davos, accadde qualcosa che terrorizzò gli oligarchi. I leader politici e i grandi investitori internazionali trattarono il comunista Zjuganov come il presidente in pectore della Russia. Zjuganov si presentò al pubblico occidentale come un moderato, rassicurando i mercati.

Durante un famoso incontro informale in un caffè di Davos, il finanziere George Soros affrontò Berezovskij e Chodorkovskij dicendo loro senza mezzi termini: “Avete fatto una bella vita finora, ma ora i comunisti stanno tornando. È tempo di scappare e mettere al sicuro i capitali”.

Mentre si trovavano in Svizzera, capendo che la vittoria di Zjuganov avrebbe significato la nazionalizzazione dei loro beni (e forse il carcere o l’esilio), gli oligarchi decisero di sotterrare le loro asce di guerra e unire le forze.

Nei corridoi del World Economic Forum nacque così il “Patto di Davos”: Berezovskij, Gusinskij, Chodorkovskij e altri banchieri siglarono un’alleanza tattica, convincendo Anatolij Čubajs a prendere in mano la gestione della campagna elettorale di El’cin.

Formarono una cabina di regia ombra che avrebbe rilevato il controllo delle operazioni dai vecchi consiglieri di sicurezza di El’cin e promisero di coordinare il potere dei loro media (specialmente le TV nazionali) e i fondi illimitati delle loro banche per rovesciare i sondaggi in vista del voto di luglio 1996.

Il forum di Davos del 1996 non fu solo un catalizzatore, ma offrì al gruppo di oligarchi il riconoscimento implicito dell’Occidente. I leader finanziari e politici riuniti al WEF vedevano nell’alleanza tra El’cin e i banchieri un “male minore” necessario per evitare il ritorno del comunismo e il deragliamento della transizione al capitalismo di mercato.

Tornati a Mosca da Davos, gli oligarchi misero in atto quanto stabilito in Svizzera: assunsero il controllo totale della narrazione mediatica, implementarono aggressivamente lo schema dei Prestiti in cambio di azioni (Loans for Shares), accaparrandosi i settori strategici dell’economia russa in cambio del finanziamento della campagna presidenziale e portarono El’cin alla vittoria nel luglio 1996.

Negli anni immediatamente successivi (1997-1999), la presenza dei “Magnifici Sette” a Davos divenne il simbolo dello status quo russo: sfilavano per i corridoi delle Alpi svizzere come i veri proprietari e gestori dell’economia del paese.

“Who is Mr. Putin?” E finisce il potere della finanza

Il rapporto tra la politica russa, gli oligarchi e il WEF subì una frattura radicale nel 2000. Al Forum di Davos del 2000, pochi giorni dopo che Vladimir Putin era diventato Presidente ad interim, la giornalista americana Trudy Rubin pose la celebre domanda alla delegazione russa: “Chi è il signor Putin?”.

Rispose il silenzio imbarazzato dei delegati, segnale che l’era del controllo diretto degli oligarchi ereditati da Davos stava finendo.

Con l’ascesa di Putin, gli oligarchi del “Patto di Davos” furono posti di fronte all’alternativa di rinunciare alla politica o subire l’espropriazione e l’arresto.

Il World Economic Forum del 1996 rimane così registrato dagli storici come il momento esatto in cui un ristretto gruppo di oligarchi finanziari prese il controllo operativo dello Stato russo, trasformando Davos nella culla informale della Semibankirščina. Il Forum del 2000 segnò a Davos la presa d’atto della fine della finanza all’arrembaggio della Russia.

Consapevole del disastro istituzionale provocato dallo strapotere dei banchieri, la nuova leadership guidata da Putin (subentrato ad El’cin a fine 1999) propose un nuovo “patto sociale”: gli oligarchi potevano tenere le loro ricchezze a patto di uscire completamente dalla politica e rimanere fedeli al Cremlino.

Chi accettò le nuove regole (come Fridman e Potanin) mantenne e accrebbe i propri patrimoni. Chi tentò di opporsi o di mantenere l’influenza politica (come Berezovskij, Gusinskij e Chodorkovskij) fu costretto all’esilio o finì in carcere, ponendo definitivamente fine all’era della Semibankirščina.

Sconfitta in Russia la finanza globalista ripiegò in Europa e, dopo qualche anno di preparazione, nel dicembre 2019 la Commissione UE presentò ufficialmente il European Green Deal, un piano volto a rendere l’Unione Europea climaticamente neutra entro il 2050: nei fatti un regalo alla Cina e alla finanza. Quello del Green Deal è un capitolo a sé che andrà sviluppato prossimamente.

Se tradisci la parola data sei un fellone

Mentre il mondo finanziario globalista tentava di comperarsi la Russia, immensa miniera, l’Amministrazione USA fece quel che aveva promesso di non fare: accerchiò Mosca con la NATO.

Nel febbraio 1990, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, si tennero cruciali incontri a Mosca per negoziare la riunificazione della Germania.

La priorità degli Stati Uniti e della Germania Ovest era convincere l’Unione Sovietica a ritirare le sue truppe dalla Germania Est (DDR) e ad accettare che una Germania riunificata facesse parte della NATO.

Durante questi colloqui informali James Baker (Segretario di Stato USA), il 9 febbraio 1990, pronunciò la celebre frase formulata come ipotesi negoziale: “La giurisdizione della NATO non si estenderà di un pollice verso Est” se la Germania unita sarà nell’Alleanza.

Helmut Kohl (Cancelliere tedesco-occidentale), François Mitterrand (Presidente francese), Margaret Thatcher e il Segretario Generale della NATO Manfred Wörner diedero rassicurazioni verbali simili, sottolineando che la sicurezza dell’URSS non sarebbe stata messa in pericolo dalla riunificazione.

Documenti desecretati dal National Security Archive dimostrano che ai vertici sovietici fu effettivamente trasmesso un forte clima di rassicurazione e garanzia.

I documenti desecretati disponibili attraverso il National Security Archive mostrano che, nel contesto dei negoziati sulla riunificazione tedesca del 1990, diversi leader occidentali comunicarono ai dirigenti sovietici rassicurazioni politiche sul fatto che la NATO non avrebbe esteso la propria presenza militare verso est.

Queste rassicurazioni furono espresse in numerosi colloqui diplomatici, ma non furono inserite in un trattato giuridicamente vincolante.

Dagli elementi emersi dai documenti si evince che il segretario di Stato statunitense James Baker parlò a Michail Gorbaciov della possibilità che la giurisdizione della NATO si spostasse “non di un pollice verso est” (“not one inch eastward”), nel contesto della Germania riunificata.

Analoghe rassicurazioni politiche furono formulate, con sfumature diverse, anche dal cancelliere Helmut Kohl, dal ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher e da altri esponenti occidentali.

Il National Security Archive ha pubblicato una raccolta di memorandum e verbali che evidenzia come i dirigenti sovietici ricevessero ripetutamente il messaggio che gli interessi di sicurezza dell’URSS sarebbero stati tenuti in considerazione.

In buona sostanza i documenti desecretati del National Security Archive dimostrano che ai vertici sovietici furono ripetutamente trasmesse rassicurazioni politiche riguardo alla futura architettura di sicurezza europea e al limitato avanzamento della NATO.

Questa formulazione riflette il contenuto documentale oggi disponibile e distingue tra ciò che è attestato dai documenti e le diverse interpretazioni del loro significato storico.

Il documento di riferimento del National Security Archive è questo:

NATO Expansion: What Gorbachev Heard (National Security Archive)

https://nsarchive.gwu.edu/briefing-book/russia-programs/2017-12-12/nato-expansion-what-gorbachev-heard-western-leaders-early?utm_source=chatgpt.com

Si tratta della raccolta di documenti desecretati pubblicata il 12 dicembre 2017 da Svetlana Savranskaya e Tom Blanton.

Nell’introduzione si legge: “Declassified documents show security assurances against NATO expansion to Soviet leaders from Baker, Bush, Genscher, Kohl, Gates, Mitterrand, Thatcher, Hurd, Major, and Woerner.”

E ancora: “James Baker’s famous ‘not one inch eastward’ assurance… was part of a cascade of assurances about Soviet security given by Western leaders to Gorbachev and other Soviet officials”.

L’articolo contiene anche i collegamenti ai singoli memorandum, verbali degli incontri (memcons), telegrammi diplomatici e trascrizioni originali dei colloqui tra i leader occidentali e sovietici.

L’accerchiamento della Russia

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica (1991), Washington dovette decidere la sorte della NATO in un mondo post-Guerra Fredda.

Bill Clinton promosse la politica della “Porta Aperta” (Open Door Policy), sostenendo che i Paesi dell’Europa centro-orientale, affrancatisi dal dominio sovietico, avessero il diritto sovrano di aderire all’Alleanza atlantica per consolidare le proprie democrazie ed evitare futuri vuoti di potere.

Nel 1999 entrarono ufficialmente nella NATO i primi paesi dell’ex Blocco Orientale: Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca.

Clinton cercò di bilanciare l’allargamento integrando la Russia di Boris El’cin nel sistema di sicurezza europeo. La Partnership for Peace (1994) è stato un programma di cooperazione militare aperto sia ai paesi dell’Est, sia alla Russia stessa.

Nel 1997 c’è l’Atto Fondativo NATO – Russia (1997): un accordo in cui la NATO si impegnava a non stanziare armi nucleari né significative forze da combattimento permanenti nei nuovi stati membri.

Diplomatici e politologi statunitensi dell’epoca (tra cui George Kennan, teorico del containment) criticarono la scelta di Clinton, definendo l’allargamento della NATO “un errore fatale” destinato a risvegliare il nazionalismo russo.

L’espansione della NATO verso i confini russi ha, come s’è visto, violato lo “spirito” delle rassicurazioni verbali date a Gorbačëv nel 1990 e ha trasformato un’alleanza militare difensiva in uno strumento di egemonia geopolitica che minaccia la sicurezza di Mosca.

La critica di Kennan trovò la sua formulazione più celebre e profetica in un noto editoriale apparso sul New York Times il 5 febbraio 1997, intitolato “A Fateful Error” (“Un errore fatale”): “L’espansione della NATO sarebbe il più fatale errore della politica americana in tutta l’era post-Guerra Fredda. C’è da aspettarsi che questa decisione infiammi le tendenze nazionaliste, anti-occidentali e militariste nell’opinione pubblica russa; che abbia un effetto nefasto sullo sviluppo della democrazia russa; che ripristini l’atmosfera da Guerra Fredda nelle relazioni Est-Ovest e che spinga la politica estera russa in direzioni che decisamente non saranno di nostro gradimento”.

Kennan scrisse queste parole quando aveva 92 anni, al culmine di una vita passata a studiare la Russia e la diplomazia internazionale.

La posizione di Kennan si basava su un’analisi realista della geopolitica e della psicologia politica russa.

Kennan sosteneva che la Russia post-sovietica, sotto Boris El’cin, avesse compiuto uno sforzo enorme per liberarsi del sistema comunista, smantellare l’impero e aprirsi all’Occidente.

Trattarla come se fosse ancora la minaccia espansionista sovietica significava ignorare la trasformazione storica in atto e umiliare un Paese che stava cercando faticosamente di democratizzarsi.

Secondo Kennan, estendere un’alleanza militare creata appositamente contro Mosca fino ai suoi confini avrebbe alimentato nella popolazione e nella classe dirigente russa un profondo senso di accerchiamento, tradimento e risentimento.

Questo avrebbe indebolito i liberali e i democratici russi, spianando la strada all’ascesa di leader ultranazionalisti, autoritari e revanscisti.

Kennan sottolineava che nel 1997 la Russia era militarmente ed economicamente in ginocchio. Non c’era alcuna minaccia militare russa contro la Polonia, la Cechia o l’Ungheria che giustificasse una mossa così aggressiva da parte dell’Occidente.

Kennan, inoltre, avvertì che la mossa avrebbe fatto deragliare i trattati di riduzione delle armi strategiche e nucleari (come lo START II) e la cooperazione sulla non-proliferazione, costringendo la Russia a fare affidamento ancora di più sul proprio arsenale nucleare come unica garanzia di sicurezza residuale.

Nel maggio 1998, quando il Senato degli Stati Uniti approvò ufficialmente il primo allargamento della NATO (Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca), il giornalista Thomas Friedman chiamò Kennan per raccogliere un suo commento.

La risposta di Kennan fu amara e quasi rassegnata: “Penso che sia l’inizio di una nuova Guerra Fredda. Penso che i russi gradualmente reagiranno in modo assai avverso e questo influenzerà le loro politiche. Penso che sia stato un tragico errore. Non c’era alcuna ragione per farlo. Nessuno minacciava nessun altro… Ovviamente ci sarà una reazione negativa da parte della Russia, e poi [i sostenitori dell’espansione della NATO] diranno che vi avevamo sempre detto che i russi sono fatti così”.

Negli anni ’90 la voce di Kennan (insieme a quella di altre figure “realiste” come Henry Kissinger, John Mearsheimer e l’ex ministro della Difesa USA William Perry) fu ignorata dalla classe politica americana, entusiasta per la vittoria nella Guerra Fredda e convinta che la Russia non potesse fare altro che accettare il nuovo ordine unipolare.

Oggi, alla luce degli avvenimenti in Europa orientale a partire dal 2008 e del conflitto in Ucraina, le analisi di Kennan sono considerate da molti storici e politologi come una straordinaria e tragica profezia geopolitica.

Dall’accerchiamento a Maidan

La presidenza di George W. Bush ha rappresentato il momento di massimo attrito strategico. La NATO ha compiuto l’allargamento più ampio, includendo le tre Repubbliche Baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania), ex repubbliche sovietiche direttamente confinanti con la Russia.

Al Vertice di Bucarest (2008) la NATO ha dichiarato che Ucraina e Georgia “diventeranno membri della NATO”, fatto che Vladimir Putin definì una minaccia diretta alla sicurezza nazionale della Russia.

Nel 2009 Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton avviarono il “Reset” delle relazioni diplomatiche con il presidente russo Dmitrij Medvedev. Sotto Obama l’espansione ad est rallentò drasticamente (gli unici ingressi furono Albania e Croazia nel 2009, già negoziati in precedenza), ma l’Amministrazione Dem stava preparando la svolta del 2014, messa in opera di Victoria Nuland (vicesegretario di Stato Usa) e da George Soros, essendo vicepresidente Joe Biden, il cui figlio aveva interessi in Ucraina.

La politica di cooperazione crollò nel 2014 con la crisi ucraina (Euromaidan), l’annessione russa della Crimea e l’inizio del conflitto nel Donbass.

Da quel momento, l’amministrazione Obama impose sanzioni economiche e riorientò la NATO verso il rafforzamento della presenza sul fianco orientale attraverso la politica di deterrenza.

È corretto e necessario rilevare che gli Stati Uniti ebbero un ruolo diplomatico rilevante nella crisi ucraina del 2014 e che Joe Biden era vicepresidente mentre Hunter Biden aveva interessi economici in Ucraina.

Le proteste di Maidan (2013 – 2014) nacquero dopo la decisione del presidente Viktor Yanukovych di sospendere la firma dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea.

È documentato che Victoria Nuland svolse un ruolo molto attivo nella politica statunitense verso l’Ucraina: visitò Kiev durante le proteste di Euromaidan; incontrò esponenti dell’opposizione; pronunciò discorsi a sostegno delle aspirazioni euro-atlantiche dell’Ucraina; la telefonata intercettata con l’ambasciatore Geoffrey Pyatt mostra che i due discutevano la composizione del futuro governo ucraino prima della caduta di Yanukovych, compresa la frase “Yats is the guy”, riferita a Arseniy Yatsenyuk.

Questi elementi dimostrano un coinvolgimento diplomatico significativo degli Stati Uniti negli sviluppi politici ucraini.

Per quanto riguarda George Soros, è documentato che la sua rete di fondazioni finanziava da anni organizzazioni della società civile in Ucraina.

Esistono, inoltre, documenti e corrispondenza resi pubblici (anche in seguito all’attacco informatico contro le Open Society Foundations) che mostrano contatti con il nuovo governo ucraino e iniziative volte a sostenere le riforme.

Ci sono documenti che indicano il finanziamento di consulenze e attività di supporto al reclutamento di personale qualificato per le istituzioni ucraine.

In sintesi: il coinvolgimento politico-diplomatico di Nuland è ampiamente documentato; il sostegno finanziario e organizzativo di Soros a iniziative in Ucraina è documentato.

Joe Biden era vicepresidente durante gli eventi del 2014 e seguì il dossier ucraino per conto dell’amministrazione Obama, mentre suo figlio Hunter Biden entrò nel consiglio di amministrazione della società energetica ucraina Burisma Holdings nell’aprile 2014, pochi mesi dopo la caduta di Yanukovych.

Dopo il cambio di governo a Kiev nel febbraio 2014, la Russia reagì con l’occupazione e la successiva annessione della Crimea, riconosciuta dalla Russia ma considerata illegale dalla grande maggioranza della comunità internazionale.

Parallelamente, Mosca iniziò a sostenere politicamente, militarmente ed economicamente i movimenti separatisti delle autoproclamate repubbliche del Donbass.

Quanto alle motivazioni russe, è corretto dire che la Crimea ospita la base navale di Sebastopoli, sede della Flotta russa del Mar Nero, considerata strategica per l’accesso al Mediterraneo e che un’Ucraina nella NATO avrebbe messo a rischio la permanenza di tale base o ridurre la profondità strategica della Russia nel Mar Nero Putin ha più volte indicato l’espansione della NATO e la perdita dell’influenza sull’Ucraina come fattori determinanti della politica russa.

È un fatto storicamente accertato che, dopo la proclamazione nel 2014 delle autoproclamate Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk, il governo ucraino avviò un’operazione militare denominata “Operazione antiterrorismo” (ATO) per riprendere il controllo dei territori occupati dai separatisti. Da quel momento si sviluppò una guerra nel Donbass, durata dal 2014 fino all’invasione russa su larga scala del 2022.

L’Ucraina combatté una guerra contro le autoproclamate repubbliche separatiste del Donbass nel tentativo di ristabilire la propria sovranità su quei territori.

Chiudere la guerra o continuare la guerra?

L’accerchiamento progressivo della Russia, la svolta di Maidan, la successiva guerra tra Kiev e Mosca ancora in atto hanno ottenuto un risultato che, probabilmente, rientrava tra gli scopi delle amministrazioni USA del circolo delle “Porte girevoli” che era il Clan Bush in stretta parentela con il Clan Clinton: buttare la Russia nelle braccia della Cina.

Questa è una valutazione condivisa da molti studiosi di relazioni internazionali, pur con interpretazioni diverse sulle cause. È ampiamente riconosciuto che la guerra in Ucraina ha avuto l’effetto di rafforzare il partenariato strategico tra Cina e Russia.

Tra i principali fattori che hanno spinto la Russia a orientarsi in modo crescente verso la Cina sono state le sanzioni occidentali, in gran parte non solo inutili, ma evitate furbescamente dagli stessi Paesi che le hanno imposte.

Cina e Russia hanno intensificato la cooperazione economica, finanziaria e tecnologica; è aumentata la cooperazione militare, con esercitazioni congiunte e un più stretto coordinamento strategico; entrambi i Paesi condividono l’obiettivo di promuovere un ordine internazionale più multipolare e di limitare l’influenza globale degli Stati Uniti.

È un fatto che la leadership russa ha indicato l’espansione della NATO come una delle principali minacce alla propria sicurezza e come una delle ragioni dell’intervento militare.

La guerra in Ucraina e il progressivo deterioramento dei rapporti tra la Russia e l’Occidente, che Mosca interpreta anche come conseguenza dell’espansione della NATO verso i propri confini, hanno avuto come effetto il significativo rafforzamento del partenariato strategico tra Russia e Cina.

Sebbene non si tratti di un’alleanza militare formale, la cooperazione tra i due Paesi si è intensificata nei settori economico, energetico, tecnologico, diplomatico e della difesa. Questo è generalmente considerato uno dei principali effetti geopolitici del conflitto.

La scelta che hanno di fronte i Paesi europei, che stanno subendo uno svenamento finanziario pesante e sempre meno condiviso dalle popolazioni, è se lavorare, come fanno, per proseguire la guerra e lavorare per chiuderla.

Nel primo caso la guerra potrebbe, per come è attualmente fatta, durare all’infinito, favorendo il sempre più stretto rapporto tra Russia e Cina (con l’aggiunta dell’Iran e della Corea del Nord), determinando la rovina dell’Europa, oppure chiudere la tragica vicenda con un’iniezione di pragmatismo, passando la mano alla diplomazia e seguendo le regole che ci ha ampiamente spiegato Henry Kissinger.

Regole che vanno alla radice del problema, che non è, come è venduta dalla propaganda, relativa alla pace giusta, ma alla pace possibile. Possibile in quanto risolve i problemi radicali che hanno creato il conflitto.

La Realpolitik di Kissinger

Uno statista – scrive Kissinger in “Diplomazia della restaurazione” – deve conciliare ciò che è considerato giusto con ciò che si ritiene possibile[i].

Riporta Kissinger: “Sono l’uomo della prosa – disse Metternich nel suo testamento politico – non della poesia[ii]“. In “Diplomazia della restaurazione” (titolo originale: A World Restored: Metternich, Castlereagh and the Problems of Peace 1812–1822), frutto della sua tesi di dottorato ad Harvard pubblicata nel 1957, Henry Kissinger analizza come l’Europa riuscì a ricostruire l’ordine continentale dopo le guerre napoleoniche grazie al Congresso di Vienna.

In questo testo fondativo del suo pensiero realista (Realpolitik), Kissinger individua i principi cardine che regolano i rapporti internazionali e garantiscono la stabilità di un sistema politico.

Il primo principio riguarda la legittimità, che non significa giustizia morale né democrazia. È un concetto puramente operativo: l’accettazione condivisa del quadro internazionale da parte di tutte le grandi potenze.

Un ordine è legittimo quando tutte le potenze principali accettano le regole del gioco diplomatico, i metodi consentiti di politica estera e la reciproca esistenza.

Quando un ordine è legittimo, le controversie si risolvono tramite negoziati e compromessi diplomatici, poiché nessuna potenza cerca di distruggere lo stato delle cose.

La tentata conquista della Russia da parte della finanza occidentale in combutta con gli oligarchi russi e l’accerchiamento Nato hanno rotto le regole e compromesso la legittimità, distruggendo la accettazione condivisa del quadro internazionale.

Il secondo principio riguarda l’equilibrio di potenza. La stabilità non nasce dai buoni intenti, ma dalla dissuasione materiale.

L’equilibrio richiede una distribuzione delle forze tale per cui nessuna singola nazione sia abbastanza forte da dominare le altre o da tentare l’egemonia senza incontrare una coalizione vincente di avversari.

L’equilibrio di potenza (difeso in particolare dal diplomatico britannico Castlereagh) fornisce le “garanzie fisiche” contro l’aggressione, mentre la legittimità fornisce l’accordo politico.

In questo caso l’equilibrio di potenza non è venuto meno in quanto è basato sull’arsenale nucleare.

Il terzo principio riguarda l’Ordine Statale contro Ordine Rivoluzionario.

Kissinger distingue nettamente due tipi di sistemi internazionali. Il primo è il Sistema Riformista – Concordato dove le grandi potenze riconoscono la legittimità del sistema. La pace e la stabilità sono possibili.

L’altro è il Sistema Rivoluzionario. Una potenza (come la Francia di Napoleone o, nell’ottica della Guerra Fredda, l’URSS) rifiuta il quadro esistente, considerandolo intrinsecamente illegittimo e cercando la distruzione degli altri attori o la propria egemonia totale.

In un sistema rivoluzionario la diplomazia tradizionale fallisce, poiché non vi è base per un compromesso; l’unica risposta possibile è la pressione o la forza militare.

Uno dei paradossi centrali di Kissinger è che la ricerca spasmodica della “pace ad ogni costo” produce quasi sempre la guerra. Se l’unico obiettivo di uno Stato è evitare il conflitto, diventa ricattabile dalle potenze aggressive.

La stabilità duratura si ottiene quando gli Stati accettano che vi sono principi o equilibri per cui si è disposti a combattere. È proprio la prontezza a difendere l’equilibrio che impedisce le guerre su vasta scala.

Kissinger contrappone la figura dello statista a quella del profeta: Il profeta opera secondo assoluti morali, rifiuta i compromessi e spesso genera instabilità o guerre ideologiche.

Lo statista (incarnato nel libro dal cancelliere austriaco Metternich e dal ministro degli Esteri britannico Castlereagh) riconosce i limiti della potenza, accetta la tragicità della storia e lavora pragmaticamente per costruire la stabilità attraverso il compromesso e il bilanciamento delle forze.

Kissinger riporta quanto affermava Metternich: “Le grandi massime della scienza politica – scriveva il grande diplomatico – nascono da una corretta valutazione dei reali interessi di tutti gli stati; appunto in questi interessi generali va individuata la garanzia della loro esistenza, mentre gli interessi particolari hanno un’importanza del tutto secondaria, e solo politici miopi e impazienti possono credere nella saggezza di coltivarli”. [iii]

A fronte della quasi impossibilità di creare una solidarietà tra gli stati europei, Metternich scriveva: “Non restava che tentare di creare un equilibrio di forze, non certo per garantire la pace universale, ma per concordare una tregua accettabile”. [iv]

Gli interessi della Russia sono evidenti e le garanzie del loro rispetto non le può dare l’Ucraina, ma in primis gli USA e, a seguire, gli Stati europei.

La parola magica è quella di Metternich: “tregua accettabile”.

Il contrario è la prosecuzione della guerra per fare gli interessi della Cina e della finanza e, diciamolo chiaro, anche del cerchio magico di Zelensky.

[i]Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti

[ii] In Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti

[iii] Clement von Metternich, Aus Metternich’s Nachgelassenen Papieren, Vienna 1880-1889, citati in Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti

[iv] Clement von Metternich, Aus Metternich’s Nachgelassenen Papieren, Vienna 1880-1889, citati in Henry Kissinger, Diplomazia della Restaurazione, Garzanti

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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