L’Italia si arrende
Sulle cinque pomeridiane del 3 settembre 1943 il generale Giuseppe Castellano firmò la resa senza condizioni imposta all’Italia dagli anglo-americani per conto delle Nazioni Unite.
Consumato l’atto, fotografato e filmato, l’inglese Harold Alexander presiedette un colloquio tra anglo-americani e italiani. Durò sino alle 7 mattutine del 4 settembre.
Castellano non conosceva l’inglese, Franco Montanari gli faceva da interprete. Tra militari i toni si ammorbidirono. Premesso che l’applicazione delle clausole scattava dalla firma, occorreva gestire annuncio e conseguenze.
Dal 26 luglio Berlino aveva inviato in Italia divisioni in assetto di guerra. In Roma vi erano decine di migliaia di soldati tedeschi “sfusi” e di “civili” pronti ad agire da militari.
Per provvedere, la catena di comando italiana aveva bisogno di un minimo di dodici – quindici giorni. Gli alleati non svelarono mai quale sarebbe stato il “day X”.
Decisero unilateralmente: 8 settembre, senza valutarne le conseguenze. Fu saggio?
Convenne ai tedeschi, pronti a catturare e a deportare in Germania gli italiani allo sbando. Convenne agli anglo-americani.
Trattennero in Italia le divisioni che nel giugno 1944 Berlino non poté schierare sul fronte dello sbarco strategico: la Francia settentrionale e non rilasciarono il milione e mezzo di italiani catturati su vari fronti, imprigionati in “campi” e usati come forza lavoro. Di sicuro l’8 settembre non convenne all’Italia, spinta nel tunnel più tetro della sua storia: il 1943 – 1945.
Oltre a imporre misure di disarmo, smobilitazione e smilitarizzazione, lo strumento di resa dichiarò che il comandante in capo angloamericano «stabilirà un Governo militare alleato in quelle parti del territorio italiano ove egli lo riterrà necessario nell’interesse militare delle Nazioni alleate».
La 12a clausola avvertì che sarebbero state trasmesse «altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario», già comunicate al generale Giacomo Zanussi, inviato a Lisbona da Roma in assenza di notizie da parte di Castellano, che prudentemente non aveva dato informazioni per non essere intercettato dai tedeschi dai quali temeva di essere sorvegliato.
Alla firma presenziarono Harold McMillan, ministro residente presso il quartier generale delle forze alleate, Robert Murphy, rappresentante personale del presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt, tre altri ufficiali alleati.
La resa sancì la sconfitta militare ma salvò la continuità dello Stato, come Vittorio Emanuele III ebbe chiaro sin da quando conobbe l’esito della “missione Castellano”.
Fu scongiurata la “debellatio”, sorte poi toccata nel 1945 alla Germania, che venne frantumata in zone di occupazione e rimase divisa in due parti, una delle quali sottoposta al regime comunista filosovietico imperante anche a Berlino Est, sino alla riunificazione dei tedeschi in un unico Stato nel 1990.
Non solo. La 2a clausola della resa previde che l’Italia avrebbe fatto «ogni sforzo per negare ai tedeschi tutto ciò che potrebbe essere adoperato contro le Nazioni Unite»: essa apriva dunque al riconoscimento del ruolo che l’Italia avrebbe potuto svolgere a favore delle Nazioni Unite nel corso della guerra, come auspicato da Castellano e antiveduto dal re. Ogni parola era germe di storia ventura.
Mentre la Dichiarazione di Québec, 18 agosto, aveva precisato che «le condizioni di armistizio non contemplano l’assistenza attiva dell’Italia nel combattere i tedeschi», nella riunione notturna a Cassibile Alexander pragmaticamente affermò: «Più l’Italia può assistere le forze alleate contro il comune nemico più possono essere favorevoli i termini finali.»
Dette per scontata la collaborazione “sul terreno”. Anzi, elencò le azioni indirette e dirette che gli italiani avrebbero potuto/dovuto compiere: non solo informazioni e sabotaggi.
Indicò «l’occupazione di Roma, con l’oggetto di salvaguardare la capitale del paese, la vita di sua maestà, il governo del maresciallo Badoglio, l’arresto del movimento tedesco in Italia» e il dispiegamento di un cordone difensivo a nord di Roma per impedire ai germanici di mandare rinforzi verso sud. La cosa più importante ad avviso del generale britannico era «paralizzare le ferrovie».
Egli si dichiarò convinto che «i contadini italiani armati combatterebbero bravamente la guerriglia organizzata» e domandò se «giovani leader più arditi» li avrebbero capitanati.
Non aveva percezione delle condizioni politiche, militari e morali degli italiani, fiaccati da tre anni di guerra, dal drastico razionamento dei beni di consumo e desiderosi anzitutto di pace.
A sua volta il commodoro britannico Royer Dick elencò le mete delle navi italiane: da La Spezia a Bona e da Taranto a Tripoli. I transatlantici dovevano far rotta verso Gibilterra e da lì verso l’America. Come già convenuto con Smith, Castellano prospettò la resa delle truppe italiane disseminate nel Dodecanneso.
Particolare attenzione fu dedicata ai tempi e ai modi della proclamazione dell’armistizio. Alexander propose che il re e Badoglio registrassero su disco l’annuncio della resa e lo consegnassero agli Alleati.
Così, se (come non si poteva escludere) essi fossero caduti nelle mani dei tedeschi, il capo di Stato Maggiore Vittorio Ambrosio avrebbe dovuto parlare a loro nome da un’emittente italiana e diffondere le loro voci. Tra il 7 settembre e la mattina dell’8 Ambrosio viaggiò in treno da Roma a Torino e ne tornò immediatamente. Non sono mai stati chiariti i motivi del viaggio.
È stato scritto che esso ebbe lo scopo di consegnare alla sede Eiar di Torino la registrazione della resa. Quanto al giorno dell’annuncio, il generale statunitense Rooks ne descrisse i modi. Sarebbe stato comunicato da parte italiana alle 18:30 di un giorno “X”, preceduto di quarto d’ora dall’annuncio del generale Eisenhower.
Castellano ripeté quanto già detto a Lisbona: un preavviso di poche ore era del tutto insufficiente. Occorrevano parecchi giorni per regolarsi con i tedeschi, la cui eventuale resa agli italiani andava esclusa. Secondo Alexander, «non si doveva rimandare nessuna opportunità di uccidere i tedeschi».
Incalzato da ulteriori sollecitazioni, il generale rifiutò di precisare la data di proclamazione. Gli effetti dell’armistizio, non di meno, decorrevano dal giorno e ora della firma. Per loro sicurezza gli angloamericani trattennero Castellano a Cassibile.
Il 5 settembre consentirono il rientro a Roma del maggiore Marchesi e del pilota Vassallo, ai quali Castellano affidò un messaggio per Ambrosio. Vi ipotizzò che la resa sarebbe stata ufficializzata tra il 10 e il 15 settembre, più probabilmente il 12. Ma era solo una sua ipotesi.
Che fare?
Lo stesso giorno della resa, dopo un pesantissimo bombardamento aeronavale, gli angloamericani iniziarono a sbarcare in Calabria tra Villa San Giovanni e Reggio, lasciando intendere che da lì sarebbero avanzati verso nord.
In realtà, quell’attacco fu un diversivo rispetto allo sbarco sulla costa salernitana, operazione a sua volta minore in confronto alla già avviata preparazione del gigantesco sbarco in Normandia, programmato per la tarda primavera del 1944 agli ordini di Eisenhower.
Consapevole di aver fatto cadere gli italiani nella trappola, questi presenziò alla firma resa ma non ne sottoscrisse lo strumento. D’altra parte Castellano era lontanissimo dall’essere suo pari grado. Sta di fatto che lo “sporco affare” – come lo stesso generale statunitense definì, sotto il profilo della lealtà, l’inganno sullo sbarco e sulla data dell’annuncio della resa, destinato, se troppo ravvicinato, a mettere in grave difficoltà la Corona e il governo – rientrava anch’esso nella logica del conflitto.
Del resto, era stata l’Italia mussoliniana, sulla scia di Giappone e Germania, a dichiarare guerra agli Stati Uniti, l’11 dicembre 1941, senza alcuna probabilità di successo e contro gli interessi della vasta e influente comunità italoamericana, a lungo plaudente al regime fascista e inorgoglita da sue tante imprese, come la “crociera atlantica” di Italo Balbo.
Rimane senza risposta la domanda se gli Alleati abbiano davvero fatto il proprio interesse mettendo l’Italia in gravissima crisi e precipitandone le forze armate nello sfacelo o se non si sarebbero avvantaggiati anch’essi se le avessero consentito di “sganciarsi” dalla Germania in modo più ordinato e con maggiore forza d’animo, evitando il precipitoso trasferimento dei Reali e del governo da Roma a Brindisi e lo sbandamento dell’8 – 12 settembre, per di più seguito dal prelevamento di Mussolini al Gran Sasso da parte dei tedeschi e da quanto ne derivò con l’istituzione della Repubblica sociale italiana e la guerra civile nelle regioni occupate dai tedeschi.
L’annuncio della resa dell’Italia per bocca di Eisenhower da Radio Algeri alle 17:30 (18:30 di Roma) dell’8 settembre precipitò gli eventi. Di ora in ora la situazione divenne più critica e confusa. Il generale Paolo Puntoni, primo aiutante di campo del sovrano confidò al “Diario” che «soltanto la gravità del momento» lo spingeva a «non abbandonare il Re nei confronti del quale non tutti agiscono lealmente».
A giudizio del governo, condiviso da Vittorio Emanuele III, non rimase che lasciare Roma per un lembo d’Italia non ancora raggiunto dagli Alleati e libero di tedeschi, sorte alla quale era fatalmente destinata la capitale, sotto assedio dei germanici e poi costretta alla capitolazione, anche su consiglio del maresciallo Enrico Caviglia, che il 10 ne assunse il controllo «in rappresentanza del governo».
«Le forze attaccanti – disse a Bonomi il maresciallo Badoglio, “triste e accasciato” – sono prevalenti per numero e soprattutto per armamento. Una resistenza sarebbe vana: prolungherebbe di poco l’agonia della città e recherebbe inutili danni.»
Come aveva insegnato Carl von Clausewitz, la ritirata nel proprio territorio non è una fuga: fa parte delle regole della guerra. Lo avevano più volte fatto Federico II di Prussia, che non era un pavido, e Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, nella fase più drammatica della guerra per la successione sul trono di Spagna.
In rovina, lo Stato fu salvo
Lo scenario prospettato nelle conversazioni tra Castellano e gli angloamericani risultò del tutto diverso da quanto auspicato. Mentre il primo colloquiava con gli Alleati «su un’infinità di questioni» (propaganda, guerriglia, politica, impiego della flotta), Badoglio mirava a scongiurare che filtrasse qualunque indizio che la resa era già stata sottoscritta.
I tedeschi, che dal 6 agosto chiedevano al ministro degli Esteri Raffaele Guariglia informazioni sulla sorte di Mussolini, il 24 agosto sospettarono che gli italiani avessero avviato trattative a Lisbona. A loro volta gli italiani ritennero che i tedeschi avessero ordito un complotto con i fascisti per rovesciare Badoglio, se non tramite la Wehrmacht, per mezzo delle SS, che costituivano uno “Stato nello Stato” e prendevano ordini direttamente da Hitler (28 agosto).
In quei frangenti Badoglio ordinò l’arresto del maresciallo Ugo Cavallero, senatore del regno, rilasciato per intervento del re ma nuovamente arrestato e destinato a tragica fine quando cadde nelle mani di Kesselring, e di Ettore Muti (Medaglia d’Oro al Valor Militare), ucciso in circostanze oscure mentre era tradotto in carcere.
Il 19 agosto a Lisbona Smith aveva spiegato “con cura” a Castellano che il loro “colloquio” aveva per tema la capitolazione militare, non un accordo per la partecipazione dell’Italia nella guerra con gli alleati, né, meno ancora, un’intesa “politica”.
Aggiunse che il re avrebbe potuto sottrarsi alla possibile cattura trasferendosi «su una nave da guerra italiana» (e quindi su territorio nazionale) e che sarebbe stato necessario «un governo militare alleato su parte del territorio italiano».
Il 30, poco prima che il generale volasse a Termini Imerese per iniziare il triduo preparatorio alla resa, Badoglio gli disse che dopo la firma della stessa a Roma sarebbero rimasti il re, la regina, il principe ereditario, il governo e il corpo diplomatico e gli chiese di «sapere l’epoca pressapoco [della proclamazione dell’armistizio, NdA] allo scopo di prepararsi».
Molti passaggi cruciali della crisi furono affrontati tra timori, rassegnazione e con l’obiettivo di eludere il peggio: la cattura da parte dei tedeschi.
Le delusioni dei vinti
Dopo la sottoscrizione della resa Badoglio non ebbe risposta a nessuno dei suoi lancinanti interrogativi. Rimase nella convinzione che tra la firma e il suo annuncio sarebbero trascorsi almeno dieci giorni, se non le due settimane ripetutamente sollecitate da Castellano da Lisbona.
Aveva comunque netta la percezione che «la tempesta deve ancora abbattersi su di noi». Il 7 settembre lo scrisse a Pietro Prosio, un amico astigiano, in una lettera inviatagli con vistosi timbri su ceralacca, giunta a destinazione quando l’Italia già era divisa in due e pubblicata dal figlio Rodolfo, alto magistrato (Bastogi, 1998).
Il 31 agosto Smith aveva proposto a Castellano che Vittorio Emanuele III si trasferisse a Palermo su una nave italiana. Gli Alleati avrebbero evacuato la capitale della Sicilia. Lì poteva essere stabilita «una certa misura di sovranità italiana».
Però, poiché l’isola era ormai sotto pieno controllo angloamericano, all’opinione pubblica e all’estero sarebbe risultato che il re si rifugiava sotto diretto controllo del vincitore.
Alternando toni ruvidi a quelli concilianti, Smith aggiunse che gli Alleati avrebbero comunque ignorato la pretesa italiana di considerare Roma “città aperta”: riconoscimento che, forti della loro superiorità aerea, non concessero mai.
Benché cattolico, egli anzi avvertì che la Città Eterna (ove era arduo distinguere i confini di Roma da quelli della Città del Vaticano) sarebbe stata bombardata “a seconda della situazione”.
Badoglio predispose pertanto il trasferimento dei Reali in Sardegna. Scartato l’aereo per la riluttanza della regina a volare, ipotizzò il viaggio in nave da Civitavecchia sennonché il porto fu repentinamente occupato dai tedeschi, che ormai dilagavano da padroni.
“Sic stantibus rebus” il maresciallo percepì che gli angloamericani non sarebbero affatto giunti “in forze” sulla linea Livorno-Rimini dove, sia con la Dichiarazione di Québec del 18 agosto sia nei colloqui successivi, avevano lasciato intendere di voler approdare. Ebbe sentore invece che lo sbarco principale stava per avvenire – come poi accadde – sulla costa salernitana.
Perciò, non dette peso alla solitamente sopravvalutata “missione” di Maxwell Taylor che la sera del 7 settembre si presentò a Roma con il colonnello William Gardiner per verificare la fattibilità di un aviolancio di paracadutisti: una quota irrilevante rispetto alle forze tedesche attestate intorno alla città.
Per giorni gli italiani avevano dato credito alle intenzioni ventilate dagli Alleati; e questi a loro volta, forse su suggestione di ambienti antifascisti, sovrastimavano la reattività degli italiani contro i germanici.
Mentre incombeva l’annuncio della resa, militari di lunga esperienza come Badoglio e i suoi stretti collaboratori ebbero chiaro che gli alleati sarebbero sbarcati molto a sud della capitale, esposta non a una semplice rappresaglia ma all’offensiva dei tedeschi, decisi a impadronirsene e a proseguire verso sud per fermarne l’avanzata, come avvenne.
In assenza di ormai improbabili massicci aiuti “sul campo”, un combattimento nella capitale si sarebbe risolto in un episodio eroico ma condannato al fallimento.
Impegnare una grande battaglia richiede di disporre di seconde e terze linee sulle quale retrocedere e attestarsi a difesa per settimane.
Per alcune ore il groviglio dei rapporti tra l’Italia e gli Alleati fu sul punto di sfuggire di mano a chi in Roma non conosceva i piani né dell’ex nemico né dell’ex alleato. Le intese raggiunte furono sul punto di essere sconfessate dal più debole, gli italiani, con i rischi conseguenti.
Alle 2 mattutine dell’8 settembre, dicono i Documenti Diplomatici italiani, Badoglio scrisse ad Eisenhower che «dati cambiamenti e precipitare situazione esistenza forze tedesche in zona di Roma non è più possibile accettare l’armistizio immediato».
Alle 11:30 il comandante delle forze angloamericane rispose da Algeri (in realtà era a Biserta) che avrebbe svergognato l’Italia agli occhi del modo pubblicando «full records of this affair». Aggiunse lapidario: «Today is X day, and I expect you to do your part.» Se Badoglio si fosse tirato indietro – intimò – sarebbe stata la fine per il governo e per l’Italia stessa. Era pronto a ordinare il già predisposto bombardamento di Roma. Lo Stato fu sull’orlo della catastrofe.
Alle 18:25 il segretario generale agli Esteri Prunas informò il ministro Raffaele Guariglia: la radio di New York aveva comunicato che l’Italia aveva firmato l’armistizio e che tutte le truppe italiane avevano deposto le armi.
In quei minuti era in corso un consulto (erroneamente narrato come “Consiglio della Corona”, istituto mai esistito) tra Badoglio, Ambrosio, Guariglia, il generale Carboni, i ministri militari, il duca d’Acquarone, Paolo Puntoni, il maggiore Marchesi, reduce da Cassibile e bene informato sull’orientamento degli Alleati, presente il sovrano. Carboni propose di sconfessare la resa e di continuare la guerra a fianco della Germania.
Ottenne qualche consenso. Fu il maggiore Marchesi a ricondurre alla ragione. Riferì che gli Alleati avevano fotografato e filmato la firma della resa e quindi l’Italia avrebbe perso ogni credibilità. Il re decise che pertanto andava annunciata. Alle 19:30 Badoglio comunicò ad Eisenhower che «la proclamazione avrebbe avuto luogo come richiesto anche senza il vostro messaggio [intimidatorio, N.d.A.], essendo per noi sufficiente l’impegno preso».
Un’ora dopo l’Eiar emanò l’annuncio dell'”armistizio”: la registrazione di Badoglio su disco, ripetuta più volte. Alle 20:20 il maresciallo indirizzò a Hitler una lunga nota sui motivi della resa.
La concluse scrivendo: «Non si può esigere da un popolo di continuare a combattere quando qualsiasi legittima speranza, non dico di vittoria, ma financo di difesa si è esaurita. L’Italia ad evitare la sua totale rovina è pertanto obbligata a rivolgere al nemico una richiesta di armistizio».
Da tempo in sospetto ma ancora sino a poche ore prima verbalmente rassicurati che l’Italia avrebbe continuato a battersi al loro fianco, i germanici in Italia vennero colti di sorpresa e, in attesa di direttive a Berlino, non furono in grado di assumere immediatamente la linea condotta, dagli alti comandi al singolo combattente.
La maggior parte degli italiani intese l’annuncio della resa, spacciata per “armistizio”, come fine della guerra: un’interpretazione tragicamente lontana dalla realtà.





