Stanno incorporando l’Arabia Saudita nel proprio ecosistema strategico
È stato dato il via libera da parte del Dipartimento di Stato americano per autorizzare la procedura per la cessione all’Arabia Saudita di 48 F-35, per un valore stimato di 24,3 miliardi di dollari.
La vendita dovrà ancora completare l’iter previsto dal Congresso e comprende, oltre agli aerei, 49 motori, sistemi di comunicazione, ricambi e supporto. Ma la vera notizia non è la vendita.
Washington non sta semplicemente vendendo a Riyadh un sistema d’arma, sta decidendo quanto profondamente l’Arabia Saudita possa essere integrata nell’ecosistema tecnologico, industriale e militare americano.
Un F-35 non è soltanto un caccia è una piattaforma che implica addestramento, manutenzione, aggiornamenti, software, intelligence, comunicazioni, interoperabilità e una catena logistica che crea una relazione di lungo periodo con il Paese che lo produce.
I 24,3 miliardi rappresentano quindi il valore della possibile commessa, ma non esauriscono il valore strategico della relazione che quella commessa può costruire.
Il tempismo rende tutto ancora più significativo. Riyadh sta cercando di trasformare Vision 2030 da programma di diversificazione economica in una più ampia piattaforma di potenza nazionale, energia, minerali critici, terre rare, uranio, nucleare, tecnologia, intelligenza artificiale, infrastrutture e difesa.
La recente proiezione internazionale delle risorse di uranio saudite e il crescente interesse per il nucleare mostrano un Paese che non vuole più essere definito soltanto dalla propria capacità petrolifera.
L’F-35 si inserisce dentro questa trasformazione come componente della profondità militare di un modello che sta progressivamente ampliando le proprie basi economiche e tecnologiche.
La sequenza, dunque, comincia a diventare leggibile, risorse del sottosuolo, energia, nucleare, tecnologia, infrastrutture, industria della difesa e alleanza americana. Non sono più dossier separati ma parti di una stessa architettura di potere.
E Israele?
Parlare della fine del “monopolio militare” israeliano sarebbe però troppo semplicistico. Washington continua formalmente a considerare la Qualitative Military Edge israeliana un principio fondamentale della propria politica regionale.
Ma un dato cambierebbe comunque, Israele è oggi l’unico Paese del Medio Oriente a operare F-35; se la vendita saudita fosse finalizzata, Riyadh diventerebbe il primo Paese arabo a entrare in questa dimensione tecnologica.
La questione non riguarda quindi soltanto quanti aerei possiederà l’Arabia Saudita ma la distribuzione dell’accesso alla tecnologia militare americana più avanzata e, di conseguenza, la nuova geometria della sicurezza regionale.
Israele potrebbe conservare la propria superiorità qualitativa, ma l’esclusività dell’accesso all’F-35 nel Medio Oriente verrebbe meno.
E poi c’è la Turchia. Ankara è stata esclusa dal programma F-35 dopo l’acquisto degli S-400 russi, ma nel luglio scorso Donald Trump aveva lasciato aperta la possibilità di un suo rientro nel programma.
Se oggi Riyadh si avvicina all’F-35 mentre Ankara continua a negoziare il proprio rapporto con Washington, emerge una nuova geografia dell’accesso alla tecnologia militare americana.
È una geografia nella quale gli Stati Uniti possono utilizzare l’accesso alla tecnologia come strumento di politica estera, integrando, condizionando, creando interoperabilità e costruendo dipendenze industriali di lungo periodo.
La questione diventa quindi molto più ampia dell’aereo stesso. Washington deve contemporaneamente gestire un’altra variabile, la relazione crescente tra Riyadh e Pechino.
Le preoccupazioni americane riguardano proprio la possibilità che la presenza cinese nelle telecomunicazioni, nelle infrastrutture e nella cooperazione militare saudita possa entrare in contatto con tecnologie sensibili legate all’F-35.
La scelta americana di procedere con la possibile vendita significa dunque anche accettare questa complessità e tentare di mantenere Riyadh
dentro l’orbita strategica statunitense.
È questo forse il passaggio più importante. Gli Stati Uniti non stanno semplicemente armando l’Arabia Saudita, stanno cercando di ancorarla a una rete americana di sicurezza, tecnologia e industria proprio mentre il Regno sta costruendo una nuova identità geopolitica. E in questa rete l’F-35 è soltanto il punto più visibile.
Sotto ci sono i semiconduttori, il software, l’intelligence, il cloud, le infrastrutture, l’energia, il nucleare e l’industria della difesa. Sopra c’è una potenza regionale che sta cercando di passare dalla centralità del petrolio alla centralità delle infrastrutture e delle tecnologie strategiche.
Per questo la domanda geopolitica non è semplicemente chi avrà gli F-35 e chi sarà integrato nell’architettura tecnologica e militare del nuovo Medio Oriente.
Washington sta cercando di fare dell’Arabia Saudita non soltanto un alleato energetico, ma un nodo strategico della propria presenza nella regione. La vera posta in gioco non sono solo i 24 miliardi, ma la costruzione della nuova architettura americana del potere nel Medioriente.
In pochi giorni un nuovo tassello visibile della trasformazione costruita da Riyadh negli ultimi anni. Vision 2030 fu annunciata ufficialmente il 25 aprile 2016 dal principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, e non soltanto come un piano per ridurre la dipendenza dal petrolio.
Ma un progetto di trasformare le risorse saudite in industria, tecnologia, energia, infrastrutture, capacità militare e autonomia strategica.
Oggi quel progetto incontra la strategia americana, Washington porta tecnologia, sicurezza e industria; Riyadh porta capitale, risorse e una posizione geografica decisiva.
Gli F-35 non inaugurano la nuova Arabia Saudita, arrivano mentre quella trasformazione è già in corso.
Vision 2030 non è più soltanto una visione del futuro saudita. È un progetto concreto di potenza che, anno dopo anno, sta prendendo forma.
E oggi quella visione comincia a cambiare anche la geografia del potere in Medio Oriente.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


