Nella ricostruzione ci sono punti che non tornano
Gli ultimi fatti dallo Yemen hanno destato un profondo scalpore, a partire dall’abbattimento sopra Marib di un caccia saudita F-15 e poi anche di un drone Wing Loong II, in ricognizione sull’area per individuarne l’equipaggio catturato dai combattenti di Ansarallah.
Tuttavia, pur gettando nuova onta sulla già non sana reputazione dell’aviazione militare saudita, non descrive dinamiche che non siano già note.
Il dominio di Riyad e del Consiglio Presidenziale di Guida, il governo di Aden sui cieli yemeniti è più apparente che reale, ancor più considerando che le lacune nell’addestramento e nella selezione del personale hanno dato vita a una costosa e sontuosa “armata da parata”, ma non a forze militari davvero capaci di fare la differenza sul campo.
Non possiamo invece dire lo stesso per Ansarallah e il Consiglio Politico Supremo, il governo di Sana’a, che, non da oggi, dimostra un’imbattibile capacità nel combinare la guerriglia alle armi ultratecnologiche, missili per primi, oltre a doti diplomatiche sopraffine.
Le mediazioni coi capi tribali sono state vittoriose: 5.400 kmq sono stati guadagnati, insieme a un enorme bottino di guerra, non solo combattendo ma anche in modo più indolore.
Il consenso popolare è dalla loro parte, e questo è da sempre uno dei primi ingredienti di una guerriglia vincente, laddove le forze di Aden si reggono su un appoggio di maniera, una sopportazione dettata soprattutto dalle convenienze.
Ai 350mila uomini di Ansarallah, le pur variegate forze di Aden non possono contrapporre una forza analoga: lo scandalo delle buste paga militari gonfiate, con solo il 20% dei combattenti realmente sul campo (immaginiamoci il giro di corruzione che hanno caratterizzato, in tutti questi anni, la vita del Consiglio Presidenziale di Guida e della sua assistenza economica e militare da parte di Riyad e Abu Dhabi), e dei depositi con armi e mezzi abbandonati senza letteralmente essere stati mai usati, la dice lunga.
In queste situazioni, come dicevano già Carl Von Clausewitz e Sir Londsdale A. Hale, la “nebbia di guerra” è inevitabile e molti dati possono risultare quantomeno tendenziosi.
Tuttavia, nelle dinamiche di questi giorni non deve sfuggire la faida tra Arabia Saudita ed EAU, decise a boicottarsi a vicenda anche in una delle loro fasi storiche peggiori.
Abbiamo già raccontato di come, sabotandosi tra loro negli anni e ancor più nei mesi scorsi, Riyad ed Adu Dhabi abbiano finito indirettamente con l’avvantaggiare proprio Ansar Allah.
Si sono strappate l’un l’altra l’influenza sul Consiglio Presidenziale di Guida, ciascuna con le proprie forze locali e reti clientelari, alimentando pure tutta quell’enorme corruzione che ne ha fatto un “governo da parata” quanto la “armata” con cui, in teoria, avrebbe dovuto riconquistare pure Sana’a (!!!).
Non sorprende, allora, che gli EAU abbiano deciso di cogliere l’occasione della crisi scoppiata a luglio tra Riyad ed Ansarallah per un infliggere ulteriore e indiretto regolamento di conti al vicino saudita e, nel mentre, guadagnarsi pure la non ostilità del temuto rivale nord yemenita.
I contatti sono iniziati ad agosto, con gli EAU che dapprima hanno proposto ad Ansar Allah supporto e integrazione nel quadro regionale in cambio di un’uscita dall’Asse della Resistenza: l’offerta non ha incontrato il consenso degli interpellati, che hanno prevedibilmente allargato le trattative anche all’Iran.
Alla fine, l’accordo che ha preso forma è stato di ben altra natura: gli EAU, oltre a venir risparmiati da eventuali lanci, si sarebbero impegnati a non ostacolare e a finanziare le operazioni militari di Ansarallah. Per Teheran, tutte buone notizie.
Non a caso, lo scorso 12 settembre, in occasione del 18° Summit BRICS+ a New Delhi, dove anche l’India ha compiuto un analogo scarto, distanziandosi dalle vecchie frequentazioni per “riabbracciare” Pechino e Teheran, il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il Principe ereditario emiratino Khalid bin Mohammed bin Zayed al Nahyan hanno cordialmente discusso delle questioni regionali e internazionali, dichiarando, poi, con soddisfazione la comune intenzione di voltare le spalle al passato per costruire insieme un nuovo e migliore futuro.
Per quanto non manchi la “nebbia di guerra”, un riposizionamento di Abu Dhabi non appare insensato, tanto più considerando come sono state rapidamente abbandonate ad Ansarallah, con scarsa o episodica resistenza, posizioni dapprima presidiate dalle forze filo-emiratine, ad esempio a Mokha, dove operava la Resistenza Nazionale di Tareq Saleh, o addirittura l’isola di Perim, dove gli EAU avevano addirittura una loro base militare.





