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Quando la guerra arriva sull’aereo italiano

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aereo militare italiano

F-2000 italiano colpito nella base aerea di Ta’if, in Arabia Saudita

Ci sono notizie che leggo e passo oltre.
E ce ne sono altre che mi fanno fermare.

Questa mattina mi sono fermato.

Un F-2000 italiano è stato colpito nella base aerea di Ta’if, in Arabia Saudita.

Leggo ancora una volta la notizia.

Un aereo italiano.

Non un aereo americano, non un aereo saudita, non un’immagine lontana della guerra.

Italiano.

Fortunatamente nessun militare italiano è rimasto coinvolto. Il caccia si trovava in un’area decentrata della base e, secondo la Difesa, non ci sono altri danni a mezzi o infrastrutture utilizzati dal nostro personale.

Ma proprio questa fortuna rende ancora più importante non fermarsi alla rassicurazione.

Perché un aereo militare non viene colpito per caso.

Significa che la guerra, con la sua capacità di propagarsi, ha raggiunto un luogo nel quale sono presenti uomini e mezzi italiani.

E allora mi domando: quanto è ancora lontano il conflitto da noi quando un nostro Eurofighter viene colpito in una base del Medio Oriente?

La domanda non significa che l’Italia sia entrata automaticamente in guerra.

Questo sarebbe un salto logico che i fatti, oggi, non consentono.
Ma significa qualcosa di altrettanto importante: lo spazio della nostra sicurezza si è ristretto.

Da settimane il Medio Oriente sta diventando una specie di sistema unico di vasi comunicanti.

Iran.

Yemen.

Houthi.

Arabia Saudita.

Mar Rosso.

Bab el-Mandeb.

Stretto di Hormuz.

Basi militari.

Navi.

Droni.

Missili.

E adesso anche un caccia italiano.

Gli attacchi Houthi contro obiettivi sauditi si sono intensificati negli ultimi giorni, mentre il conflitto regionale coinvolge sempre più direttamente le rotte energetiche e commerciali.

E qui c’è la cosa che più mi stupisce.

La distanza geografica non coincide più con la distanza strategica.

Un missile lanciato a migliaia di chilometri può avere conseguenze sul prezzo dell’energia in Italia.

Un drone può costringere una nave a cambiare rotta.

Una base militare saudita può diventare un luogo nel quale viene danneggiato un velivolo italiano.

Una crisi apparentemente lontana può dunque diventare improvvisamente italiana.

Non perché qualcuno abbia deciso di portare la guerra in Italia.

Ma perché il mondo è diventato terribilmente interconnesso.

E allora comprendo anche la frase di Crosetto: nessun militare italiano coinvolto.

È certamente la notizia più importante nell’immediato.

Ma non può essere l’unica.

Il ministro ha infatti chiesto una nuova valutazione dell’evoluzione del quadro regionale, delle condizioni del personale e delle possibili opzioni operative.

Ed è proprio questo il punto.

Non dobbiamo avere paura.

Dobbiamo comprendere.

Comprendere perché siamo lì.

Comprendere quale sia oggi la natura della nostra presenza.

Comprendere quali siano i rischi reali.

Comprendere se le condizioni che avevano determinato quella presenza siano ancora le stesse.

E comprendere soprattutto una cosa: quando una guerra cambia natura, anche una missione può dover essere rivalutata.

Non significa ritirarsi.

Non significa avanzare.

Non significa scegliere una parte.

Significa esercitare quella cosa che nella politica internazionale considero indispensabile: la lucidità.

Perché la guerra ha una caratteristica terribile.

Comincia spesso con parole lontane: escalation, deterrenza, rappresaglia, sicurezza, risposta, obiettivo strategico.

Poi improvvisamente quelle parole diventano metallo bruciato.

Un aereo colpito.

Un uomo dentro una base.

Una famiglia che aspetta una telefonata.

Ed è allora che la geopolitica smette di essere una materia da osservare sulla carta geografica.

Diventa vita.

Questa vicenda mi lascia dunque una domanda, forse più importante della notizia stessa: stiamo ancora osservando una serie di conflitti separati oppure stiamo assistendo alla formazione di un unico grande teatro strategico dal Medio Oriente al Mar Rosso, dal Golfo Persico al Mediterraneo?

Non ho la presunzione di dare oggi una risposta definitiva.

Ma una cosa la vedo.

E mi sorprende.

La guerra è diventata più vicina senza che ce ne accorgessimo.

E quando finalmente ce ne accorgiamo, scopriamo che porta già i colori della nostra bandiera.

Io non voglio essere profeta di sventura.

Voglio essere, ancora una volta, un uomo che osserva.

Perché davanti alla guerra la paura può paralizzare.

La comprensione, invece, può ancora renderci liberi.

E oggi, davanti a quell’F-2000 italiano colpito a Ta’if, sento soprattutto il bisogno di comprendere.

La conseguenza concreta, per ora, è soprattutto una nuova valutazione della sicurezza del contingente italiano e della natura della missione; la Difesa ha già disposto ulteriori valutazioni operative.

Il punto più delicato è però distinguere il fatto accertato un F-2000 italiano è stato colpito dall’interpretazione strategica: questo episodio, da solo, non dimostra che l’Italia sia diventata un obiettivo autonomo del conflitto.

Dimostra, però, che le forze italiane presenti nella regione sono esposte alle conseguenze della sua escalation.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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