Breve analisi del discorso della Presidente von der Leyen
Ursula von der Leyen tira fuori le unghie, si scusi la metafora al femminile, nell’esporre lo stato dell’Unione davanti alla plenaria del Parlamento europeo.
Il nucleo del discorso è che l’Unione europea è la garanzia della sovranità dei cittadini europei.
Non esistono le scorciatoie nazionali, vanno respinte le minacce esterne e interne al processo d’integrazione.
In linguaggio militaresco: o si avanza o si soccombe.
La Presidente della Commissione elenca con chiarezza i nemici del processo: i partiti nazionalisti-sovranisti, la disinformazione della Russia, il cattivo funzionamento dell’alleanza transatlantica, la competizione commerciale della Cina.
Se le varie forze si saldano fra loro, per l’Unione è inevitabile il declino fino all’implosione.
Se gli stati membri e le istituzioni rinsaldano il patto originario – siamo alla viglia del settantesimo anniversario dei Trattati di Roma – ce la possiamo fare e ripresentare al mondo il modello di valori e principi che vorremmo universali.
I rischi sono molteplici.
Non lo dice, né poteva nella sua posizione, ma Ursula pensa alle elezioni imminenti nei principali stati membri, dove le forze sovraniste sono accreditate di successo dai sondaggi.
Quanto grande sarà il loro successo e quanto coerente sarà il loro comportamento concreto rispetto alle promesse da campagna elettorale, è tutto da vedere.
È probabile ed auspicabile che il magistero europeo specie per i candidati con dimestichezza con il Parlamento europeo, attenui certe prese di posizione.
Ma è appunto una speranza, come una speranza è quella verso la saggezza degli elettori. Che non si lascino incantare dalle facili promesse, ad esempio dallo slogan della remigrazione.
Sulle migrazioni la Presidente apre a controlli rigorosi e all’attenuazione ancorché provvisoria di certe regole e di certi automatismi. Il nuovo pacchetto sulle migrazioni e l’asilo dovrebbero dispiegare i suoi frutti.
L’Unione è salda nei principi, flessibile nell’applicazione. Il caso Ceuta è indicativo: Ursula rammenta che Ceuta è Spagna, è il confine esterno dell’Unione.
Lo stesso valga per Lampedusa ed altri avamposti in Grecia e altrove.
Lo squilibrio commerciale con la Cina è macroscopico, cresce al ritmo di un miliardo al giorno. Ce ne siamo accorti in ritardo – afferma la Presidente – dobbiamo reagire tempestivamente.
Ora che è aperta la partita dell’Intelligenza Artificiale, il tasso di vigilanza deve essere massimo. Cosa in concreto possa fare l’Unione, è anche qui un capitolo aperto.
La sicurezza e la difesa sono imprescindibili. Il superare gli orgogli nazionali dietro l’orgoglio della bandiera è essenziale. Ammonisce gli stati membri recalcitranti sul completamento del mercato unico, sulla unità bancaria, sui dossier fiscali.
Impedire il consenso è motivo di sconcerto per i cittadini e di ritardo nella competizione globale.
Manca nelle dichiarazioni della Presidente lo sguardo prospettico ai rapporti intraeuropei. La Russia è e resta un Paese europeo dalle dimensioni così importanti da non poter essere relegata ad avversario permanente.
Considerati i rapporti di forza, la via d’uscita è diplomatica o non è. Le continue provocazioni da Mosca verso i partner NATO servono a tastare la solidità dell’Alleanza, per incunearsi maliziosamente nelle frizioni fra le due sponde dell’Atlantico.
Critica, Ursula, la riserva di alcune delegazioni su misure più incisive a carico dei coloni in Cisgiordania ed in generale un contegno blando nella crisi mediorientale.
Conclude con la difesa d’ufficio della Commissione in quanto istituzione -motore dell’integrazione. Una maggiore assertività della Commissione può rilanciare il processo, specie ora che siamo alla vigilia di scadenze elettorali.
Un freno, quello della Commissione, alle derive sovraniste che escano dalle urne?





