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Il Re del mondo: l’uomo

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Al centro di un implesso

La “storia”, che tale diciamo, sarebbe lunga quanto il corso della specie a cui apparterremmo, e che diciamo “umana”. Ma sappiamo ormai tutti che non è affatto così.
Siamo una specie frutto dell’evoluzione, che ha finito con il porre se stessa, o meglio l'”uomo” in sé e per sé al di sopra di ogni altra “cosa” o “ente” e al centro dell’intero universo percepito e concepito. E questo è tutto ciò a cui diamo il nome di “antropocentrismo”.

Sovrano sarebbe ed è quindi ogni uomo: l’individuo che, indistruttibile e indistruttibilmente, incarna lo “spirito” e il “corpo” di sé stesso, secondo “ciò che” ne deriva dal suddetto e siffatto principio antropocentrico.

E, tuttavia, si tratta di un “principio” non originario, legato cioè alla “natura” dell’inizio e di ogni inizio che, semplicemente, è.

E, pertanto, un principio che non costituisce un vero e proprio inizio, soltanto un modo, attraverso il linguaggio di dare noi uomini un nome alle cose e, pertanto, assegnare a ognuna di esse, compreso ognuno di noi, un “significato” o “valore”.

Allora dire che “in principio fu il caos” significa percepire lo spazio originario non come una “meraviglia” – così come invece nel linguaggio originario dei “nostri più antichi progenitori” – ma come una “caduta” in un gorgo o vortice o maelstrom, indistinto e senza fondo.

L’esperienza duplice dell’inizio suggerisce entrambi gli approcci, che diciamo esistenziali, ma mediante la nostra esperienza e il racconto dei “nostri più antichi progenitori” tendiamo a “misurare” o “credere” che la meraviglia preceda la paura, la realtà preceda il racconto, l’esperienza preceda l’illusione e, in entrambi i casi, sappiamo che la scienza precede la fede, così come il presente precede il futuro.

Ma alcuni, memori della “caduta”, pensarono (e pensano) di costruire un mondo diverso, così che n(a)cque l’idea scientifica che, in principio e non all’inizio, l’intero universo fosse circoscritto dalle acque, ascendenti e discendenti; salvo poi ri-scoprire, nel racconto di Gilgamesh che molti autori ancora oggi ritengono, invece, al principio di codesta “nuova via”, che non esiste alcun passaggio ascensionale nel profondo del “gurges mirabilis” e, in definitiva, trattasi soltanto di un’idea; che, così, trascende la realtà, nel senso della “metafisica moderna”, e finisce con il descrivere e pensare di attuare, nel senso del termine latino actualitas, un “immaginario collettivo”.

Fuori e oltre la realtà viceversa “meravigliosa” e “taumaturgica” dell'”eterno presente”.

Un immaginario “collettivo” e non più individuale, che rappresenta, quindi, un <insieme>, sia pure fittizio. E, cioè, composto pur sempre di elementi, numeri e individui, distinti e separati, ognuno, in sé e per sé, correlato a una specifica “identità”, il proprio e distinto “io” in sé e per sé “sovrano”.

Ma il cammino della scienza non si arresta e, così, di seguito, il cammino della fede e dell’inganno che ogni uomo, come dice Socrate a Simmia nel racconto che precede l’immediata propria fine, fa a sé stesso, sia nel bene che nel male.

Consapevole che si tratti di una favola, e che questa favola, quale che sia, serva in qualche modo a salvarli dal pozzo senza fondo della vita nel quale può ac-cadere di precipitare.

Così che quella stessa favola serva o possa servire a ri-proporre quella magia o meraviglia dell’inizio, che, secondo i “sacri testi”, abbia preceduto la caduta, che potrebbe, però, essa stessa essere stata dettata dal fato.

Siamo al centro di un implesso, per ognuno di noi, “umano troppo umano”, irrisolvibile! Ma: sono pur sempre io!

All’interno di uno spazio condiviso e condivisibile, che all’inizio è “naturale” e, in seguito, anche “artificiale”, fino al punto in cui il “Re del mondo”, lo stesso “Re” ha immaginato e pensato di costruire “un mondo” che possa divenire del tutto, o almeno quasi del tutto, artificiale.

Un mondo diverso in cui, evitando di cadere e di essere “schiavo” del proprio de-stino, ognuno faccia definitivamente ciò che vuole: “fai ciò che vuoi, questa è l’unica legge”.

In conclusione, non resta che una domanda, ma per me retorica: non vi sembra che sia sempre la stessa storia o diversamente sempre la stessa favola?

Nel frattempo, il tempo passa.

Autore

  • Angelo Giubileo

    Angelo GiubileoAngelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.

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