Proteste in tutto il Paese
Tra le molte richieste inoltrate da Riyad, una è stata rivolta anche alla Siria, affinché fornisca combattenti da impiegare nello Yemen.
Damasco ha però declinato, esattamente come già aveva fatto a giugno quando le era stato chiesto d’intervenire contro Hezbollah.
Il Paese non ha oggettivamente forze spendibili, ed è impegnato a stabilizzarsi all’interno; o almeno così era dacché la situazione per al-Sharaa (o al-Jolani che dir si voglia: ma ormai preferisce che lo si chiami al-Sharaa, anche perché al-Jolani ricorderebbe troppo le alture del Golan, prese da Israele senza che abbia fatto e potesse fare granché) negli ultimi tempi si sta facendo sempre più cupa.
Il governo siriano ovviamente non impedirà che singoli combattenti partano autonomamente, ma non si prenderà ufficialmente alcuna responsabilità in tal senso: viste le proteste in corso, sarebbe un suicidio politico.
In pochi giorni la benzina, già cresciuta dell’86% da febbraio, è di nuovo aumentata del 30%, mentre il gasolio, da allora addirittura più che raddoppiato, è salito del 40%.
Gli affitti sono cresciuti del 66%, le bollette del 60% e il costo del pane (pagnotta di formato minore rispetto al passato) di otto volte, da 500 a 4.000 lire.
Non c’è allora da sorprendersi che la popolazione abbia cominciato a protestare sempre di più, da Hama ad Idlib, da Raqqa ad Aleppo, fino alla capitale Damasco.
In 48 ore, negli scorsi giorni, si sono visti gli slogan mutare molto rapidamente: dapprima s’invocava il calo dei prezzi, poi le dimissioni del ministro dell’Energia, infine di al-Sharaa.
Non manca neppure chi chiede apertamente un ritorno di Assad, mentre unità di polizia stradale, schierate a disperdere i manifestanti che bloccavano le strade, si sono unite a loro.
Per il governo, o regime, a seconda delle preferenze dei lettori, siriano non pare tirare una bella aria.
Qualcuno, argutamente, potrebbe aggiungere che in occasione delle proteste del 2012 la copertura mediatica fu delle più solerti e soprattutto “partigiane”, com’era stato anche in Libia, mentre in questo caso nessuno ne parla; ma, detto tra noi, sarebbe come sorprendersi che l’acqua è bagnata.
Tra l’altro, neppure altre notizie ci giungono da quel fronte (ché ormai tale è, e a dirla tutta neanche da oggi), come ad esempio che Israele, dinanzi alla malaparata, abbia varcato il confine siriano a sud di Deraa, mentre gli USA hanno effettuato bombardamenti a Jabal al-Amur, nella steppa centrale, ufficialmente su obiettivi legati all’ISIS.
È noto che tra l’ISIS e il governo siriano, guidato dalla coalizione di Hayat Tahrir al-Sham (l’ex al-Nusra, più altro) non corra proprio buon sangue, e che ad ogni modo nel quadro delle proteste popolari siano avvenuti scontri tra i combattenti dello Stato Islamico e i residenti locali, prevalentemente curdi.
Certo, sono tutte proteste che finché possibile il governo tenta di regalare allo sfondo, enfatizzando i benefici che giungeranno dalla recente revoca delle sanzioni.
Non a caso molto spazio è stato dato al concerto di una cantante siriana, Assala Nasri, tornata ad esibirsi a Damasco per la prima volta dopo 16 anni.
Ma per quanto tempo ancora il gioco potrà durare, stante la pregressa instabilità e il blocco di Hormuz e Bab el-Mandeb?
I più, comprensibilmente, vogliono una risposta al carovita adesso, non promesse vincolate ad un incerto futuro.
Infatti, mentre tanta attenzione viene data a Damasco al concerto, a Idlib, la città in cui al-Sharaa aveva regnato indisturbato per otto anni prima di prendersi il Paese, letteralmente il suo santuario, le proteste fervono e s’intensificano, con molti a chiedere addirittura la sua esecuzione.
Molto ancora ci sarebbe da dire, ho scritto un po’ di getto: ma forse, per farsi una prima idea, qualcuno potrà trovarlo soddisfacente.





