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Lebensraum della rete intertribale delle élite progressiste – Parte 6

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rete intertribale delle élite progressiste

La frattura geopolitica: Trump, Xi e Putin – Sinistra al servizio della finanza – L’ottusità reazionaria del kombinat burocratico europeo

segue da https://www.nuovogiornalenazionale.com/lebensraum-della-rete-intertribale-delle-elite-progressiste-parte-5/

Le élite scollegate dalla realtà

Come abbiamo visto, nel 2025 la City impiegava nella finanza 675 mila persone, 150 mila in più rispetto al 2016.

Chiara Azzarini (Domino 7/2026)[i] li definisce così: “Una bolla di uomini bianchi, oltre i 40 anni di età media, istruiti privatamente ed esclusivamente nell’«Oxbridge» (Oxford più Cambridge), che si autoalimentano reclutando per preferenze più che per merito, e che trova risibile anche solo l’accento dell’Essex, contea a nord-est di Londra”.

Questa spocchia “ha impedito – scrive Chiara Azzarini – ai notabili di Londra, che preferiscono trovare sponde transnazionali nei propri simili in giro per il mondo (finanziario) che a casa, di captare le pulsioni emergenti dabbasso, opponendo una resistenza psicologica collettiva, tutt’oggi pervicace, a quella che non era né dieci anni fa né oggi una crisi di valori o di democrazia, bensì una profondissima frattura geopolitica”. [ii]

Frattura geopolitica che oggi è visibile in molti risultati elettorali in Europa, che evidenziano uno spostamento verso le destre sovraniste e nel fenomeno Maga degli Stati Uniti.

Per le élite di Londra, il popolo elettore è giudicato sprovveduto e ignorante, ma i riflessi sulla politica interna inglese sono disastrosi per questa élite.

“La classe operaia – scrive Chiara Azzarini – dopo quarant’anni di deindustrializzazione, da depressa si è fatta ribelle e intercettata dalla politica di Reform UK. Parallelamente le comunità rurali che sfamano il regno si ritrovano in ginocchio a causa della siccità e delle pesanti alluvioni”. [iii]

Le sinistre socialista, comunista, socialdemocratica e i verdi in Europa, vendutisi alla finanza globalista, sono diventati i rappresentanti delle élite progressiste, dirigono l’Unione Europea strumento della finanza e sono, pertanto, abbandonati dalla loro originaria base sociale che guarda alle destre sovraniste.

In questi ultimi quarant’anni una parte significativa della sinistra europea si è progressivamente integrata nelle élite istituzionali, finanziarie e professionali del capitalismo globalizzato, producendo una trasformazione della propria base sociale.

Il punto interessante è proprio questo rovesciamento storico dal lavoro alla nuova élite progressista.

Ed è qui che nasce il paradosso politico europeo in quanto il vecchio conflitto di classe si è rovesciato.

La sinistra è nata per rappresentare chi aveva poco capitale e poco potere istituzionale. Oggi la sinistra rappresenta gruppi che possiedono molto capitale culturale e forte accesso alle istituzioni, pur non possedendo necessariamente capitale economico.

È la distinzione fondamentale è: non necessariamente una sinistra diventata ricca, ma una sinistra diventata istituzionalmente élitaria.

La destra europea ha intercettato una parte di questa frattura e il suo messaggio diventa: voi eravate il popolo della sinistra. La sinistra oggi rappresenta Bruxelles, le grandi città, le università, le ONG e le élite cosmopolite. Noi rappresentiamo il territorio, la nazione, il lavoro e i confini.

È uno dei motivi per cui il voto operaio non è più automaticamente socialista.

In questo quadro, l’Unione Europea è il risultato di una coalizione di interessi: finanza, grandi imprese, burocrazia sovranazionale, governi nazionali, tecnocrazia, capitale industriale, interessi geopolitici, ma la finanza ha un peso enorme.

La finanza non ha bisogno che tutti siano conservatori; può convivere benissimo con mercato globale, diritti individuali, multiculturalismo, mobilità del capitale, governance sovranazionale.

Ed è precisamente questa combinazione che rende possibile parlare di élite progressista.

Ne deriva che la sinistra europea ha conquistato molte delle istituzioni che un tempo contestava, ma nel processo ha progressivamente perso parte delle classi sociali che originariamente rappresentava; ha venduto l’anima.

La vecchia geografia di classe europea si è spezzata, ma la frattura geopolitica della quale scrive Chiara Azzarini trova la sua collocazione nelle politiche di Usa, Russai e Cina.

La frattura geopolitica: Trump, Xi e Putin

La politica di Trump che alimenta la disgregazione del Regno Unito è, unita a quelle di Xi e di Putin, la chiusura del ciclo del neo colonialismo finanziario globalista e l’affermazione del primato della politica e degli Stati.

Trump, Xi e Putin non perseguono lo stesso progetto, ma convergono nel mettere in discussione il primato delle reti finanziarie globali e delle strutture sovranazionali. Il punto comune è la subordinazione della finanza alla politica.

Il globalismo finanziario tende a funzionare secondo una logica mercati, credito, rating, vincoli finanziari, governi. La tendenza sovranista, invece, cerca di ristabilire la sequenza Stato, politica industriale, moneta, sicurezza, finanza. In questo senso, Trump, Xi e Putin rappresentano tre modalità diverse di politicizzazione del capitale.

Trump e la possibile disgregazione del Regno Unito

La politica trumpiana può indebolire il Regno Unito in vari modi.

Riduzione della special relationship: se Washington considera Londra non più un alleato privilegiato, ma un attore che prolunga il conflitto ucraino, che ostacola un’intesa USA-Russia, conserva una strategia autonoma nel teatro europeo e cerca di vincolare gli Stati Uniti alla sicurezza europea. Allora la relazione speciale perde il suo carattere automatico.

Pressione sui centri finanziari britannici: una politica americana più protezionista e industriale può ridurre il ruolo della City come centro di intermediazione globale. Questo soprattutto se: il capitale viene riportato negli Stati Uniti; le transazioni strategiche vengono sottoposte a controllo nazionale; il dollaro viene utilizzato come strumento politico diretto; Wall Street assorbe funzioni precedentemente svolte a Londra.

Sostegno indiretto alla ridefinizione territoriale britannica. La questione scozzese, nordirlandese e gallese potrebbe diventare più destabilizzante se Washington: privilegiasse rapporti bilaterali con Scozia o Irlanda; sostenesse una diversa architettura atlantica; considerasse il Regno Unito non più indispensabile come intermediario europeo.

Non significa necessariamente che Trump voglia formalmente “smembrare” il Regno Unito, ma che la sua politica può rimuovere le protezioni geopolitiche che ne hanno sostenuto la centralità.

Xi: superamento dell’universalismo occidentale.

Xi non mira a sostituire la finanza con una politica democratica nazionale, ma a costruire un ordine nel quale: lo Stato controlla il capitale; la produzione prevale sulla rendita; le infrastrutture prevalgono sulla speculazione; la sovranità tecnologica prevale sull’interdipendenza incontrollata; le istituzioni internazionali vengono utilizzate, ma non subite. La Cina non rifiuta il globalismo economico in sé: rifiuta il globalismo governato da centri occidentali.

Putin: la reazione dello Stato-continente.

La Russia di Putin rappresenta la risposta più radicale alla subordinazione finanziaria: recupero del controllo sulle risorse naturali; rifiuto del modello oligarchico anni Novanta; autonomia militare; uso geopolitico dell’energia; sistemi di pagamento alternativi; rafforzamento dei rapporti con Cina, India, Iran e mondo non occidentale.

La guerra in Ucraina, però, ha avuto un effetto ambivalente: ha indebolito l’integrazione Russia-Europa, ma ha anche spinto Mosca verso una maggiore dipendenza economica e tecnologica dalla Cina. Quindi Putin contribuisce alla crisi del vecchio ordine, ma non necessariamente a un ordine multipolare equilibrato.

Il paradosso britannico

Il Regno Unito ha costruito la propria potenza su tre pilastri: Impero, Finanza, Relazione privilegiata con gli Stati Uniti.  L’impero formale è già scomparso; la finanza viene riportata sotto controllo politico nazionale; Washington non riconosce più Londra come intermediario indispensabile.

Se vengono meno contemporaneamente i tre pilastri allora la City resta potente, ma il Regno Unito rischia di perdere la sua funzione geopolitica complessiva. La City potrebbe sopravvivere come grande piazza finanziaria anche a un Regno Unito più debole, ma subirebbe una trasformazione radicale da centro imperiale-finanziario a centro finanziario senza impero.

Il ciclo storico che si chiude

Il passaggio globalismo sconfitto e Stati sovrani restaurati, tuttavia, non è automatico; è piuttosto crisi del globalismo unipolare e conflitto tra diversi capitalismi statali e finanziari.

Anche gli Stati Uniti di Trump rimangono: fortemente finanziarizzati; dipendenti da Wall Street; legati a grandi piattaforme tecnologiche; inseriti nei mercati globali; condizionati dal debito pubblico e dal dollaro.

La Cina resta integrata nel commercio mondiale e possiede grandi gruppi finanziari. La Russia dipende ancora da esportazioni di materie prime. Nessuno dei tre ha abolito il capitalismo finanziario.

Il globalismo aveva tentato di sostituire la politica con la governance dei flussi. Trump, Xi e Putin stanno riportando al centro territorio, produzione, sicurezza, frontiere, energia e Stato. Non è ancora il superamento del capitalismo finanziario: è la sua politicizzazione e nazionalizzazione strategica.

Possiamo dire che la convergenza conflittuale tra Trump, Xi e Putin segnala la crisi del ciclo del neo-colonialismo finanziario globalista, non la scomparsa della finanza, ma la sua ri-subordinazione agli interessi strategici degli Stati. In questo processo il Regno Unito rischia di perdere la funzione storica di intermediario tra capitale globale, potenza americana e continente europeo. La disgregazione della sua centralità geopolitica — eventualmente accompagnata da tensioni territoriali interne — sarebbe uno dei simboli della chiusura del ciclo imperiale-finanziario britannico.

In questo quadro dinamico l’UE esce stritolata

Se assumiamo il quadro fin qui esposto come riferimento, l’UE si trova presa fra due pressioni contrapposte e viene posta di fronte alla sua contraddizione strutturale.

Da un lato opera la crisi del globalismo. L’UE è stata costruita in larga misura attorno a: libera circolazione dei capitali; integrazione commerciale; regole sovranazionali; indipendenza delle banche centrali; disciplina fiscale; integrazione finanziaria; transizione energetica coordinata; progressiva riduzione del peso della sovranità nazionale, ma il mondo sta andando nella direzione opposta.

Trump persegue l’America First, Xi lo Stato strategico cinese e Putin la sovranità strategica russa.

Quindi l’Europa rischia di rimanere l’unico grande spazio geopolitico che continua a ragionare secondo il paradigma precedente, mentre i principali concorrenti tornano alla politica di potenza.

Dall’altro lato opera la rivolta della società produttiva e della base sociale tradizionale della sinistra europea, che si sta spostando. Le istituzioni europee diventano più progressiste mentre una parte dell’elettorato europeo diventa più conservatrice o sovranista.

Inoltre l’Europa rischia contemporaneamente di perdere autonomia economica verso la Cina e autonomia strategica verso gli Stati Uniti.

Gli USA dicono: spendete di più per la vostra difesa, producete di più, comprate più americano, assumetevi maggiori costi, mentre la Cina afferma: noi produciamo a scala continentale, controlliamo filiere industriali e tecnologie strategiche.

L’Europa è un mercato, ha regole, standard e capitale, ma è senza sufficiente capacità produttiva e militare e non equivale a potenza geopolitica.

Il pericolo non è necessariamente la dissoluzione immediata dell’Unione; è qualcosa di più sottile: l’UE potrebbe diventare troppo grande per essere ignorata e troppo debole per essere autonoma.

La costruzione europea aveva cercato di superare lo Stato nazionale, ma il nuovo mondo che sta emergendo sembra premiare nuovamente: Stato, territorio, industria, energia, esercito, tecnologia, controllo delle filiere.

Quindi l’UE rischia di trovarsi davanti a una scelta difficilissima in quanto più Europa significa spesso più centralizzazione sovranazionale, ma più potenza europea potrebbe richiedere, paradossalmente, il recupero delle capacità industriali e strategiche degli Stati membri.

L’Unione Europea rischia di essere stritolata tra la crisi del globalismo finanziario dall’alto e la crisi della rappresentanza sociale dal basso. Da un lato, il ritorno degli Stati Uniti, della Cina e della Russia alla politica di potenza mette in discussione il paradigma postnazionale europeo; dall’altro, la perdita della base operaia e produttiva mette in discussione la legittimità politica delle élite progressiste che governano gran parte delle istituzioni europee.

E quindi il vero conflitto europeo potrebbe non essere più semplicemente destra contro sinistra, ma: élite transnazionale contro società produttiva; governance contro sovranità; finanza contro produzione; globalizzazione contro radicamento territoriale.

Se questa frattura continuerà ad approfondirsi, l’UE sarà costretta a trasformarsi: o recupererà una vera capacità produttiva, energetica e strategica, oppure rischierà di diventare un grande spazio regolatorio inserito dentro strategie decise altrove.

L’ottusità reazionaria del kombinat europeo

L’Unione Europea, sotto la direzione politica della Ursula von der Leyen, sembra reagire ai cambiamenti del mondo attraverso categorie ormai superate. Continua a considerare la Russia come il nemico strategico centrale, anche quando il baricentro della competizione mondiale si sposta verso il confronto USA–Cina; interpreta ogni apertura negoziale come una concessione all’avversario e ogni compromesso come una sconfitta morale; confonde la fedeltà ideologica alla linea atlantica con una vera strategia europea; finanzia la prosecuzione della guerra in Ucraina senza aver costruito una capacità industriale, energetica e militare autonoma adeguata; pretende di esercitare potenza geopolitica attraverso regolamenti, sanzioni, dichiarazioni e strumenti finanziari, mentre la potenza reale richiede energia, industria, materie prime, tecnologia, logistica e capacità produttiva.

Il blocco dirigente che si presenta come progressista, europeista e modernizzatore, ma è, nella sostanza, reazionario rispetto alla trasformazione del mondo. È reazionario chi difende un ordine internazionale ormai tramontato, anche quando si presenta come progressista.

Il kombinat europeo difende: il vecchio ordine unipolare americano, mentre emerge il multipolarismo; la finanziarizzazione dell’economia, mentre tornano centrali industria e produzione; la dipendenza energetica e tecnologica, mentre le potenze reali perseguono sovranità strategica; l’ideologia della superiorità normativa europea, mentre Cina, Stati Uniti, India e altre potenze misurano la forza in capacità concrete; una guerra permanente per procura, mentre parte del mondo cerca nuovi equilibri diplomatici e commerciali.

La contraddizione fondamentale

Il paradosso è che l’UE si proclama difensore dell’ordine liberale, ma rischia di diventare il soggetto che più rigidamente si oppone alla sua trasformazione. Gli Stati Uniti possono cambiare linea, negoziare con la Russia, concentrare risorse sulla Cina o rivedere le proprie priorità. L’Europa, invece, appare prigioniera delle proprie dichiarazioni precedenti, delle proprie sanzioni, dei propri apparati burocratici e degli interessi convergenti del complesso finanziario-industriale e politico-atlantico. Washington può correggere la rotta. Bruxelles sembra incapace persino di ammettere che la rotta sia cambiata.

L’ottusità colpevole e reazionaria del kombinat europeo guidato da Ursula von der Leyen consiste nel voler governare il XXI secolo con gli strumenti ideologici, economici e geopolitici del Novecento. Mentre il mondo si riorganizza attorno alla competizione industriale, tecnologica, energetica e militare tra grandi potenze, Bruxelles resta imprigionata nella difesa rituale di un ordine unipolare ormai tramontato. L’Europa non è soltanto incapace di guidare il cambiamento: rischia di diventare il principale ostacolo alla propria sopravvivenza strategica.

segue

[i] Chiara Azzarini, Domino 7/2026

[ii] Chiara Azzarini, Domino 7/2026

[iii] Chiara Azzarini, Domino 7/2026

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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