In una società che propone sempre più modelli di violenza
C’è un’età nella quale, secondo la legge italiana, si può accoltellare una professoressa senza essere penalmente imputabili.
Quattordici anni meno un giorno: il calendario, in questo Paese, ha talvolta una precisione che la giustizia non riesce a permettersi.
Il coltello, naturalmente, non conosce l’anagrafe. La lama non domanda l’anno di nascita della vittima.
Ma la legge lo domanda all’aggressore. E talvolta sembra preoccuparsi più della risposta che della ferita.
Sia chiaro: nessuno propone di spedire un tredicenne in un carcere per adulti.
La giustizia minorile deve conservare le proprie garanzie e i propri percorsi educativi. Ma da quando un percorso diverso deve essere un percorso senza responsabilità penale?
Bene: io fermamente credo che la soglia debba essere abbassata a dodici anni.
Non perché i dodicenni siano adulti, ma perché non sono più i bambini di trenta o quarant’anni fa. Vivono in un mondo nel quale la violenza è a portata di schermo, gli strumenti offensivi sono più accessibili e l’ingresso nella realtà degli adulti avviene spesso assai prima che si sia imparato a governarla.
Il ragazzo di allora imparava gradualmente a misurarsi con il mondo. Quello di oggi vi entra spesso senza intermediari, mentre la famiglia e la scuola hanno smarrito, in troppi casi, la capacità di accompagnarlo.
Abbiamo anticipato l’autonomia e posticipato la responsabilità. Il risultato è un adulto in miniatura con la responsabilità di un neonato.
Una formula educativa ingegnosa: maggiorenne nei privilegi, minorenne nelle conseguenze.
E i genitori?
Non si tratta di condannarli per il solo fatto che un figlio abbia commesso un delitto. Ma se vi sono state omissioni educative, negligenze di vigilanza, tolleranza consapevole e “amicale” di comportamenti pericolosi, queste devono essere accertate e valutate.
La potestà educativa non può essere un ornamento sentimentale della legge.
Lo dico per esperienza personale. Durante un viaggio d’istruzione, alcuni miei studenti rubarono merce per circa seicento euro.
Io e i miei colleghi affrontammo un percorso giudiziario per culpa in vigilando, conclusosi con l’archiviazione. E andò bene così, secondo la valutazione dell’autorità competente. Ma il procedimento ci fu.
Agli insegnanti si chiede dunque e con molta cogenza, di vigilare sui ragazzi affidatici. Ai genitori, che ne hanno la responsabilità permanente, perché mai non dovrebbe essere richiesto di rispondere delle proprie omissioni quando siano accertate?
Non del reato del figlio in quanto figlio. Della negligenza dell’adulto, quando l’educazione era ancora possibile e il dovere era ancora suo.
Aggiungete che scrivo da Napoli anche se il fenomeno si è disgraziatamente allargato quasi alla penisola intera. Qui la criminalità organizzata si serve di minori sotto la soglia dell’imputabilità per compiere reati anche gravissimi.
Si badi: non è una ragione per cancellare le garanzie dei ragazzi. È una ragione per impedire che la loro età diventi uno scudo per chi li utilizza.
In Inghilterra e Galles la responsabilità penale comincia a dieci anni; in Francia a tredici. Nel sistema federale americano esistono soglie e procedure specifiche per la giustizia minorile ma si parte addirittura dai dieci anni.
Non sono modelli da importare alla cieca, ma dimostrano che i quattordici anni nostrani non sono una legge di natura.
Dodici anni, dunque. Con garanzie, valutazione della capacità di discernimento, misure proporzionate e percorsi correttivi rigorosi. Non il carcere degli adulti, ma la fine di una zona nella quale il diritto rischia di apparire disarmato quando la vittima non lo è più.
Ma – de more – sono poco fiducioso.
In Italia il buonismo ha una straordinaria capacità di sopravvivenza. Cambia nome, cambia ministro, cambia profeti ma il messaggio, stantio, è lo stesso: inclusione, fragilità, disagio, ascolto.
Parole rispettabili, quando servono davvero. Ma talvolta son solo il paravento grazie al quale nessuno vuole pronunciare la parola proibita: responsabilità.
Chissà: si istituirà una commissione. Si ascolteranno gli esperti. Si produrrà un documento. Si parlerà di prevenzione. E la soglia dei quattordici anni resterà lì, come un monumento nazionale alla buona intenzione.
La professoressa accoltellata sarà ricevuta forse da Mattarella, perchè i guai non vengon mai da soli.
Il ragazzo sarà stato preso in carico.
Il dibattito sarà a lungo consumato in televisione.
E noi avremo nuovamente dimostrato di essere un Paese capace di discutere magnificamente di tutto, purché non si debba decidere nulla.
E, alla fine, vincerà il buonismo.
Non perché abbia ragione, ma perché in Italia, quando la realtà domanda una risposta, c’è sempre qualcuno disposto a spiegare che la risposta sarebbe “prematura”, frettolosa” scomposta” o “securitaria”.
E il calendario continuerà a fare giustizia al posto nostro.
Fino alla prossima lama.





