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Democratici USA o agenti cinesi?

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Democratici USA o agenti cinesi?

Molto della politica attuale della cosiddetta sinistra è in salsa cinese

I Clinton hanno aperto le porte alla Cina perché erano “cinesi”?

Interrogativo legittimo alla luce di una vasta documentazione e anche delle vicende geopolitiche attuali che, a ben guardare dagli effetti, sono il risultato di una politica delle amministrazioni democratiche che hanno spinto la Russia verso la Cina e favorito la delocalizzazione della produzione europea verso il Dragone.

Per dare una risposta alla domanda è necessario, anzitutto, leggersi alcuni testi, il primo dei quali è quello di Roger Faligot, un noto giornalista investigativo e saggista francese, il cui titolo è: “I servizi segreti cinesi. Tutta la verità sull’intelligence più potente al mondo”.

Roger Faligot

 

A seguire è interessante leggere gli articoli su Chimerica (China&America), l’evento avvenuto 22 anni fa, l’11 dicembre 2001, quando la Cina venne accolta a pieno titolo nel Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio.

Partiamo da Faligot

I rapporti tra i Dem e la Cina, stando al libro del giornalista francese, sono antichi e acclarati. Nel 1996 il Partito democratico americano “avrebbe ricevuto – secondo quanto scrive Roger Faligot – una somma pari a 4,5 milioni di dollari per il comitato di rielezione di Clinton, provenienti dal gruppo sino-indonesiano Lippo e da quelli sino-thailandesi Charoeun Popkhand e San Kin Yip, con base a Macao.

Tra i fondi figurerebbero circa 300.000 dollari forniti direttamente, su richiesta del capo dell’informazione dell’EPL-2, il generale Ji Shende, assistente di Xiong Guankai”.

In nota al testo di Faligot si legge: “Nel settembre 2007, il «Wall Street Journal» ha rivelato che Norman Hsu, cittadino di Hong Kong legato a queste stesse reti di contatti e condannato per frode, aveva contribuito alla campagna della senatrice democratica che lo obbligava a consegnare, sotto forma di donazione, 85 mila dollari”.

L’agente dell’Epl-2 negli Usa, scrive Faligot, è Johnny Chung, un impiegato “del gruppo sino indonesiano Lippo, partner finanziario e commerciale di molte imprese della Cina popolare” e “integrato nella segreteria di Stato al commercio e poi consigliere di Ron Brown (Segretario al Commercio USA) per la Cina”.

Ron Brown, per la cronaca, è morto nell’aprile del 1966 in uno strano incidente aereo in Croazia.

Johnny Chung (nome completo Johnny Chien Chuen Chung), nato a Taiwan nel 1955 e naturalizzato americano, è una delle figure centrali dello scandalo Chinagate (o 1996 United States campaign finance controversy) di cui parla Roger Faligot nel suo libro.

Johnny Chung era un uomo d’affari californiano (proprietario di un’azienda di “blastfaxing”, invio massivo di fax). Tra il 1994 e il 1996 donò circa 366.000 dollari al Democratic National Committee (DNC) a sostegno della rielezione di Bill Clinton. Gran parte di questi fondi fu poi restituita.

Secondo le sue dichiarazioni agli investigatori americani (e riportate da Faligot), una parte significativa del denaro proveniva dall’intelligence militare cinese.

Faligot lo colloca all’interno delle operazioni di influenza e di finanziamento illegale legate al 2° Dipartimento dell’Esercito Popolare di Liberazione (l’intelligence militare, allora chiamata 2PLA).

Chung fu presentato al generale Ji Shengde (all’epoca capo del 2° Dipartimento, figlio del veterano diplomatico Ji Pengfei) dalla tenente colonnello Liu Chaoying, dirigente di China Aerospace e figlia dell’ammiraglio Liu Huaqing (importante figura militare e politica cinese).

Ji Shengde gli avrebbe consegnato 300.000 dollari dicendogli sostanzialmente: «Ci piace molto il vostro presidente. Vorremmo vederlo rieletto. Ti do 300.000 dollari, puoi darli al presidente e al Partito Democratico».

Chung usò parte di quel denaro per le donazioni elettorali. Collaborò con le autorità americane, testimoniò davanti al Congresso e fu condannato per frode bancaria, evasione fiscale e reati minori legati alle leggi elettorali (ricevette una pena con sospensione e lavoro di pubblica utilità).

La Cina e Liu Chaoying negarono tutto. Ji Shengde fu in seguito rimosso dal suo incarico (anche per altri motivi di corruzione).

Nel libro di Faligot, Johnny Chung rappresenta un esempio classico di come i servizi cinesi (in questo caso l’intelligence militare) usassero intermediari sino-americani e “princelings” (figli di alti dirigenti) per tentare di influenzare la politica americana attraverso finanziamenti e contatti.

Faligot scrive anche di John Huang (Huang Jiannan), uomo d’affari sino-americano, coinvolto nello scandalo Chinagate durante l’amministrazione Clinton, come esempio di come i servizi cinesi (e la lobby pro-Pechino) abbiano operato a lungo termine, puntando su élite e contatti politici.

Huang aveva stretto rapporti con Bill Clinton già quando era governatore dell’Arkansas. Successivamente lavorò al Dipartimento del Commercio USA e contribuì alle finanze del Partito Democratico. Secondo Faligot, questa vicinanza facilitò trasferimenti di tecnologia e influenza a favore degli interessi cinesi.

Nel gennaio del 1994, “con il via libera dello stesso Brown – scrive Faligot -, Huang gode di un accesso illimitato ai documenti confidenziali dell’informazione economica e tecnologica” e quando “Clinton viene eletto presidente, Huang è invitato alla Casa Bianca.

Nello stesso periodo, il gruppo China resources (Huaren Jituan) con sede a Hong kong, diventerà azionaria di Lippo al 50%. Questo gruppo effettuerà donazioni al partito democratico in vista della rielezione di Clinton nel 1996.

L’affare si complica se si considera che China Resources serve anche da copertura all’EPL-2 diretta dal generale Ji Shengde”.

Lo scandalo Chinagate

Durante la campagna elettorale del 1996, ci furono accuse di finanziamenti illegali provenienti dalla Cina al Partito Democratico degli Stati Uniti, un episodio noto come “Chinagate”. Si parlò di tentativi da parte di agenti cinesi di influenzare le elezioni presidenziali attraverso donazioni illegali.

Questo scandalo ha portato all’arresto di alcune persone e ha sollevato domande sulla trasparenza e l’integrità del processo di finanziamento elettorale.

Lo scandalo emerse durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 1996, con accuse che la Cina avesse cercato di influenzare la politica interna americana attraverso donazioni illecite al Partito Democratico.

Tra i protagonisti vi furono, come s’è visto, John Huang, che divenne raccoglitore di fondi per il DNC, e Charlie Trie, un amico d’infanzia di Clinton accusato di aver cercato di influenzare l’amministrazione con donazioni illegali.

L’indagine rivelò che erano state fatte donazioni da fonti straniere, cosa che è vietata dalla legge elettorale statunitense. Diciassette persone furono arrestate per frode o per aver convogliato fondi stranieri nelle elezioni.

Il Chinagate (ufficialmente 1996 United States campaign finance controversy) è lo scandalo legato al finanziamento della campagna elettorale americana del 1996, in cui emersero donazioni illegali provenienti da fonti straniere (soprattutto cinesi e asiatiche) al Partito Democratico e alla campagna di rielezione di Bill Clinton e Al Gore.

Il nome “Chinagate” sottolinea il presunto tentativo della Repubblica Popolare Cinese di influenzare la politica interna americana.

Secondo le indagini del Congresso americano (in particolare il rapporto del Senate Committee on Governmental Affairs del 1998), la Cina elaborò un “China Plan” dopo che il Congresso USA aveva spinto Clinton a concedere un visto al presidente taiwanese Lee Teng-hui nel 1995.

Pechino, che aveva scarsa influenza sul Congresso (dominato da una forte lobby pro-Taiwan), decise di intensificare i contatti con politici, media e opinione pubblica americana, anche attraverso canali finanziari.

John Huang, ex dipendente del gruppo indonesiano Lippo (legato a James Riady), nominato vice-assistente segretario al Dipartimento del Commercio aveva accesso a informazioni classificate e incontrò più volte funzionari dell’ambasciata cinese.

Come fundraiser del DNC raccolse circa 3,4 milioni di dollari, di cui quasi la metà dovette essere restituita perché di origine sospetta o illegale. Si dichiarò colpevole di aver cospirato per rimborsare donazioni con fondi corporativi stranieri.

Johnny Chung donò circa 366.000 dollari al DNC e testimoniò di aver ricevuto 300.000 dollari dal generale Ji Shengde (capo dell’intelligence militare cinese, 2° Dipartimento dell’EPL) tramite, come ho già scritto, la tenente colonnello Liu Chaoying (dirigente aerospaziale e figlia dell’ammiraglio Liu Huaqing).

Ji gli avrebbe detto di voler favorire la rielezione di Clinton. Chung si dichiarò colpevole di frode bancaria, evasione fiscale e reati elettorali minori.

Yah-Lin “Charlie” Trie, amico di Clinton dai tempi di Little Rock. Canalizzò centinaia di migliaia di dollari (in parte da Ng Lap Seng, imprenditore di Macao) verso il DNC e il fondo legale di Clinton. Tentò anche di far arrivare circa 450.000 dollari al fondo di difesa legale del presidente. Fu condannato a libertà vigilata.

Maria Hsia organizzò il famoso fundraiser al tempio buddista Hsi Lai (California) a cui partecipò Al Gore. Furono raccolte donazioni illegali (monaci e monache usati come “prestanome”). Hsia fu condannata. Gore sostenne di non sapere che fosse un evento di raccolta fondi, ma documenti interni lo contraddicevano.

Altri nomi ricorrenti: James Riady (Lippo Group), Pauline Kanchanalak, Ted Sioeng e Ng Lap Seng.

Il DNC restituì circa 2,8 milioni di dollari in donazioni illegali o improprie. Una parte rilevante era stata raccolta o intermediata da Huang e Trie.

Lo scandalo si intrecciò con accuse di trasferimenti di tecnologia sensibile (in particolare satelliti e missili). L’amministrazione Clinton negò qualsiasi collegamento.

Roger Faligot, nel suo saggio sui servizi segreti cinesi, colloca il Chinagate proprio in questo contesto: esempio di operazioni di influenza a lungo termine basate su intermediari, élite sino-americane e contatti politici, tipiche dei metodi cinesi di intelligence e di “united front”.

L’amore di Biden per i cinesi

L’amore dei democratici per la Cina, sempre a base di lauti compensi, riguarda anche la famiglia di Joe Biden.

Gli affari di Hunter Biden (figlio graziato dal padre presidente) con la Cina sono stati al centro di numerose controversie e indagini, con vari dettagli emersi nel corso degli anni.

Hunter Biden ha avuto rapporti d’affari con CEFC China Energy, una compagnia energetica cinese. Nel 2017, secondo documenti e messaggi di testo, Hunter Biden e i suoi associati hanno ricevuto un prestito di 5 milioni di dollari senza interessi dalla CEFC, basato sulla “fiducia” nei confronti della famiglia Biden.

Hunter Biden è stato anche co-fondatore del fondo di investimento BHR Partners, che ha legami con la Bank of China. Ha mantenuto una quota del 10% in questa società, che ha facilitato transazioni significative come la cessione dell’80% di una miniera di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo alla China Molybdenum.

Durante un viaggio ufficiale in Cina nel 2013, quando Joe Biden era vicepresidente, Hunter Biden ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping e altri funzionari cinesi, stabilendo connessioni che hanno portato a opportunità d’affari. Questo incontro è stato documentato in fotografie che sono state successivamente declassificate.

Le attività di Hunter Biden in Cina sono state criticate per potenziali conflitti di interesse, soprattutto considerando che suo padre, Joe Biden, ha avuto un ruolo significativo nella politica estera americana verso la Cina durante il suo mandato come vicepresidente.

In sintesi, gli affari di Hunter Biden con la Cina sono stati complessi e controversi, coinvolgendo grandi somme di denaro e sollevando domande su possibili conflitti di interesse, anche se le accuse dirette contro Joe Biden non hanno portato a prove concrete di illecito.

Per concludere, la politica dei democratici, diretta dal Clan Clinton, in stretto rapporto con la tecno-finanza, ha garantito lauti guadagni per quest’ultima disastrando gli apparati industriali dell’Occidente, disarmandolo, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista industriale.

Chimerica, porte aperte al Dragone

Chimera

Chimerica è un neologismo (fusione di China e America) coniato nel 2006/2007 dallo storico Niall Ferguson e dall’economista Moritz Schularick per descrivere la relazione economica simbiotica tra Cina e Stati Uniti. [i]

https://www.almendron.com/tribuna/wp-content/uploads/2015/06/Chimerica_and_the_Global_Asset_Market_Boom.pdf

https://www.hbs.edu/ris/Publication%20Files/10-037_0fdf7d5e-ce9e-45d8-9429-84f8047db65b.pdf

Chimerica si riferisce a un “ordine economico mondiale” in cui la Cina perseguiva uno sviluppo guidato dalle esportazioni, con alti tassi di risparmio e accumulo di riserve valutarie (soprattutto in titoli del Tesoro USA e altri asset americani).

Gli Stati Uniti consumavano e si indebitavano in misura eccessiva, beneficiando di tassi di interesse artificialmente bassi grazie ai capitali cinesi.

Insieme, queste due economie rappresentavano circa il 13% della superficie terrestre, un quarto della popolazione mondiale, circa un terzo del PIL globale e oltre la metà della crescita economica mondiale in certi periodi, specialmente negli anni 2000.

Il termine allude anche alla “chimera” mitologica, sottolineando il carattere ibrido e potenzialmente instabile di questa unione.

La Cina esportava massicciamente negli USA (e non solo), accumulava surplus commerciali e reinvestiva i dollari in titoli americani. Questo teneva bassi i tassi di interesse americani, favorendo il boom del credito, dei mutui e dei consumi negli Stati Uniti.

Gli USA, a loro volta, fungevano da “consumatore di ultima istanza” per la produzione cinese. Questa dinamica ha contribuito alla crescita globale, ma anche agli squilibri che hanno preceduto la crisi finanziaria del 2007/2009.

Ferguson e Schularick stessi, già nel 2009-2011, hanno parlato della “fine di Chimerica”: la crisi finanziaria ha messo in luce le fragilità del modello (sovraindebitamento americano, dipendenza cinese dalle esportazioni, distorsioni nei tassi di cambio).

Negli anni successivi tensioni commerciali, guerre tariffarie, rivalità geopolitiche e tentativi di “disaccoppiamento” (o decoupling/derisking) hanno ulteriormente indebolito questa simbiosi.

Clinton artefice del globalismo

“Se credete in un futuro di più grande apertura e libertà per il popolo della Cina… se credete in un futuro di più grande prosperità per il popolo americano, voi dovrete certamente essere a favore di questo accordo” diceva Bill Clinton per convincere il Congresso a sostenerlo.

Di fatto Clinton apriva la fase del globalismo e della delocalizzazione che ha indebolito gli Usa e l’Europa e che ha riempito di soldi solo la tecno-finanza.

La frase riguarda un passaggio del discorso pronunciato da Bill Clinton il 9 marzo 2000 presso la Johns Hopkins University (School of Advanced International Studies) a Baltimora.

Clinton stava facendo campagna per far approvare dal Congresso americano la Permanent Normal Trade Relations (PNTR) con la Cina.

Questo provvedimento era il passo necessario affinché gli Stati Uniti potessero beneficiare pienamente degli impegni commerciali che la Cina aveva preso nel negoziato bilaterale del novembre 1999 in vista del suo ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). La Cina sarebbe entrata ufficialmente nel WTO nel dicembre 2001.

Senza la PNTR, gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a rinnovare ogni anno lo status commerciale della Cina (sotto le regole Jackson-Vanik) e le aziende americane non avrebbero avuto accesso alle aperture di mercato che Pechino aveva concesso agli altri membri del WTO.

Clinton presentava la Permanent Normal Trade Relations come un’opportunità storica per una maggiore apertura economica e una maggiore libertà politica e diritti umani in Cina; maggiori esportazioni americane e più prosperità e posti di lavoro negli USA; integrazione della Cina nell’ordine internazionale liberale e maggiore stabilità.

Quella di Clinton era il culmine della politica di engagement (coinvolgimento) con la Cina, iniziata con Nixon e proseguita da tutti i presidenti successivi.

L’idea dominante a Washington, e in gran parte dell’establishment economico e intellettuale occidentale, era che l’integrazione commerciale e la crescita della classe media cinese avrebbero inevitabilmente portato a una liberalizzazione politica (“cambiamento attraverso il commercio”).

Molte delle previsioni di Clinton non si sono realizzate. La Cina è diventata la seconda economia mondiale e una potenza tecnologica e militare, ma non ha seguito una traiettoria di maggiore apertura politica e libertà. Al contrario, sotto Xi Jinping il controllo del Partito Comunista si è rafforzato.

Gli Stati Uniti hanno registrato un forte aumento del deficit commerciale con la Cina e perdite di posti di lavoro nel manifatturiero (il cosiddetto “China shock” documentato da studi econometrici di Autor, Dorn, Hanson e altri).

L’integrazione economica non ha prodotto la convergenza politica auspicata; al contrario, ha alimentato una rivalità strategica sempre più aspra.

La politica di Clinton, se la vogliamo guardare dagli effetti, è quella di un presidente USA che ha fatto gli interessi del Dragone e ha fatto di tutto per favorire l’emergere della Cina come grande potenza a discapito della stessa America, della Russia e dell’Europa.

L’Europa, a guida tedesca, ha fatto lo stesso percorso dei Dem USA e oggi ne paga le conseguenze.

Durante i suoi governi la Germania ha adottato una linea di engagement economico prioritario con la Cina (“cambiamento attraverso il commercio”).

Le aziende tedesche – in particolare automotive (Volkswagen, BMW, Mercedes), chimica (BASF) e meccanica – hanno investito enormemente in Cina. Lo stock di investimenti diretti tedeschi in Cina è arrivato a decine di miliardi di euro (intorno agli 80 – 90 miliardi negli anni recenti, con una quota preponderante maturata o consolidata in quel periodo).

Volkswagen ha costruito una presenza enorme tramite joint venture, arrivando a vendere e produrre milioni di auto in Cina, che per anni ha rappresentato fino a un terzo del suo business globale.

Molte imprese hanno localizzato produzione, R&S e catene di fornitura in Cina, sia per servire il mercato locale in crescita, sia per sfruttare costi più bassi e scale produttive.

Il governo Merkel ha sostenuto attivamente questa strategia: visite frequenti, partnership istituzionali, spinta all’accordo di investimento UE – Cina (CAI).

Non si è trattato al tempo di chiudere stabilimenti tedeschi per aprirne in Cina, ma di espansione e localizzazione che ha legato profondamente l’industria tedesca al mercato e alle supply chain cinesi.

Al fine di garantire questa politica, in Europa si è messo il campo il Green Deal, che ha messo in ginocchio l’industria locale.

Il Green Deal ha generato un enorme mercato di investimenti “verdi”, bond verdi, fondi ESG, tassonomia UE, ecc…

Grandi asset manager, banche e fondi (inclusi player globali) hanno sostenuto e beneficiato della regolamentazione che canalizza capitali verso certi settori, favorendo grandi capitali a discapito di PMI o settori tradizionali.

Standard ambientali e energetici più stringenti in Europa, senza meccanismi equivalenti altrove, hanno spinto industrie energy-intensive (acciaio, chimica, cemento, auto, ecc.) a delocalizzare verso paesi con regole meno restrittive (Asia, ecc.).

La Merkel e il rapporto con Obama

Non possiamo dimenticare che pochi mesi dopo la fine del suo mandato alla Casa Bianca, Obama, a maggio 2017, è andato a Berlino e ha partecipato a un evento pubblico insieme ad Angela Merkel, davanti alla Porta di Brandeburgo, sul tema della democrazia e dell’impegno civico.

È stato un incontro amichevole e pubblico dove Obama ha lodato Merkel come una delle sue partner preferite durante la presidenza e ha difeso la sua politica sui rifugiati.

Che la Merkel abbia avuto un rapporto di migliore collaborazione con i Dem Usa è cosa acclarata. Cancelliera dal 2005 al 2021, la Merkel ha avuto rapporti abbastanza buoni e cordiali all’inizio con George W. Bush (repubblicano, 2005 – 2009), che la considerava “rinfrescante” e collaborativa. Ottimi i rapporti con Barak Obama (democratico, 2009 – 2017).

Con lui la Merkel ha avuto il rapporto personale più stretto e amichevole. Si stimavano molto, collaborarono su crisi economiche, Iran, Ucraina, clima. Obama la definiva una delle sue partner preferite; Merkel lo chiamava “partner e amico”.

Non buoni i rapporti con Donald Trump (repubblicano, 2017 – 2021): difficili e tesi. Rapporti più distesi e di recupero dopo gli anni Trump con Joe Biden (democratico, 2021).

La Merkel, pertanto, si può ben dire che abbia incarnato la politica Dem in Europa.

I risultati si vedono.

Ecco i link diretti ai PDF disponibili online (versione working paper o copie archiviate pubblicamente):

  1. Articolo del 2007 “‘Chimerica’ and the Global Asset Market Boom” Niall Ferguson e Moritz Schularick International Finance, 2007 PDF diretto:
    https://www.almendron.com/tribuna/wp-content/uploads/2015/06/Chimerica_and_the_Global_Asset_Market_Boom.pdf
  2. Working paper del 2009 (poi pubblicato nel 2011) “The End of Chimerica”
    Niall Ferguson e Moritz Schularick Harvard Business School Working Paper No. 10-037, novembre 2009 PDF ufficiale HBS:
    https://www.hbs.edu/ris/Publication%20Files/10-037_0fdf7d5e-ce9e-45d8-9429-84f8047db65b.pdfVersione alternativa (pagina SSRN, dove di solito si può scaricare il PDF):
    https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=1502756

——————————————————————————

[i]Articoli principali di Ferguson e Schularick – Ferguson, Niall e Moritz Schularick
“‘Chimerica’ and the Global Asset Market Boom”
International Finance, vol. 10, n. 3, dicembre 2007, pp. 215–239.
DOI: 10.1111/j.1468-2362.2007.00210.x – È l’articolo in cui coniarono ufficialmente il termine “Chimerica”. – Ferguson, Niall e Moritz Schularick – “The End of Chimerica”  – Harvard Business School Working Paper No. 10-037, novembre 2009. – Versione pubblicata: International Finance, vol. 14, n. 1, 2011, pp. 1–26. – DOI: 10.1111/j.1468-2362.2010.01274.x – Libro correlato (solo di Niall Ferguson): Ferguson, Niall
The Ascent of Money: A Financial History of the World, Penguin Press / Allen Lane, 2008 (varie edizioni successive, tra cui quella del 10° anniversario con aggiornamenti su Chimerica).

In questo libro (e nella relativa serie documentaristica) Ferguson dedica ampio spazio al concetto di Chimerica.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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