Home Politica estera Le relazioni tra Stati sono spesso un confronto non ad armi pari

Le relazioni tra Stati sono spesso un confronto non ad armi pari

0
Le relazioni tra Stati

Quando una dipendenza si trasforma in leva politica

Nello sport, e soprattutto nella boxe, nessuno considererebbe leale un incontro tra atleti appartenenti a categorie di peso completamente diverse.

Si possono confrontare forza, tecnica, preparazione e resistenza, ma all’interno di regole comuni e con arbitri riconosciuti da entrambi. Altrimenti non sarebbe un incontro: sarebbe una sopraffazione.

Lo stesso dovrebbe valere nei rapporti tra Stati, tra governi e tra presidenti.
Non è necessario avere le stesse idee, la stessa religione o la medesima storia.

È però indispensabile attribuire alle parole fondamentali:
– accordo, confine, impegno, reciprocità, diritto;
– un significato almeno compatibile.

Un cannibale e un vegetariano possono anche sedersi alla stessa tavola, ma non discuteranno del menu partendo dalla medesima concezione di ciò che sia commestibile.

Ciascuno vedrà nell’altro qualcosa di incomprensibile e forse persino un nemico.

Il problema nasce quando crediamo di esserci capiti soltanto perché abbiamo pronunciato le stesse parole.

Io dico “cuori” e penso che tu abbia capito cuori; tu stai pensando a picche e mi rispondi secondo il tuo codice. Usciamo entrambi dalla stanza convinti di avere concluso un accordo, ma ciascuno ha firmato nella propria testa un documento diverso.

È ciò che accade molto spesso quando le democrazie europee trattano con regimi autoritari.

Non perché ogni accordo tra sistemi diversi sia impossibile, ma perché le regole, i limiti e persino il valore della parola data non sono necessariamente gli stessi.

In una democrazia un governo è sottoposto al Parlamento, alla magistratura, alla stampa, all’opposizione, alle elezioni e all’opinione pubblica.

Deve spiegare le proprie decisioni e rispondere delle conseguenze.
Un regime autoritario, invece, può decidere improvvisamente di aprire una frontiera, chiudere un gasdotto, arrestare uno straniero o sospendere una collaborazione senza doverne rendere conto a nessuno.

E qui arriviamo al rapporto tra la Spagna democratica di Pedro Sánchez e il Marocco di Mohammed VI.

Il Marocco non è una democrazia paragonabile alla Spagna.
È una monarchia nella quale il re mantiene poteri politici, religiosi, militari e strategici decisivi.

Sánchez deve confrontarsi con Parlamento, giornali, opposizioni ed elettori; Mohammed VI non è sottoposto allo stesso sistema di controlli.

Il loro rapporto, quindi, può trasformarsi facilmente da collaborazione in pressione: tu mi concedi ciò che chiedo e io controllo la frontiera; tu non me lo concedi e io allento il controllo, lasciando che il problema ricada su Ceuta, sulla Spagna e, indirettamente, sullììEuropa.

Non è soltanto un sospetto nato oggi.

Nel 2021, dopo che la Spagna aveva accolto per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario e avversario del Marocco nella questione del Sahara Occidentale, le autorità marocchine allentarono i controlli e migliaia di persone entrarono a Ceuta.

Il Parlamento europeo condannò esplicitamente l’utilizzo del controllo delle frontiere e persino dei minori come mezzo di pressione politica contro Madrid.

Il messaggio era perfettamente comprensibile: se la Spagna non tiene conto degli interessi marocchini, il Marocco può smettere di proteggerne la frontiera.

Questo non è un accordo ad armi pari. È una dipendenza trasformata in leva politica.

Le persone che tentano di attraversare il confine cessano di essere considerate esseri umani e diventano materiale da spostare sulla scacchiera.

E il Marocco non è un caso isolato.

L’Europa è circondata, soprattutto lungo i suoi confini meridionali e orientali, da governi che hanno imparato a usare le nostre necessità, le nostre divisioni e persino i nostri principi umanitari contro di noi.

Lo ha fatto la Bielorussia di Lukashenko, regime autoritario geograficamente europeo e vicinissimo all’Unione. Nel 2021 attirò persone provenienti dal Medio Oriente e ne facilitò l’arrivo alle frontiere di Polonia, Lituania e Lettonia.

Lo scopo era esercitare pressione sull’Europa dopo le sanzioni contro Minsk. L’Unione ha definito questo metodo “strumentalizzazione della migrazione”.

Lo ha fatto Erdoğan, minacciando ripetutamente di “aprire le porte” e lasciare partire verso l’Europa milioni di profughi presenti in Turchia. Uno studio del Parlamento europeo ha contato otto minacce di questo genere già prima della crisi del marzo 2020.

Il profugo diventa così una leva da utilizzare per ottenere denaro, sostegno politico o concessioni diplomatiche.

Lo ha fatto la Russia di Putin con il gas. Prima ha contribuito a costruire la dipendenza energetica europea, poi ha trasformato quella dipendenza in un’arma: se contrastate Mosca, il rubinetto può essere chiuso e il prezzo economico lo pagheranno famiglie e imprese europee. La Commissione europea ha parlato apertamente di “ricatto energetico”.

Lo fa l’Iran attraverso la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi”: cittadini occidentali o con doppia nazionalità arrestati e trasformati in strumenti di negoziazione per ottenere liberazioni, denaro o concessioni politiche.

Cambiano gli strumenti – migranti, profughi, gas, prigionieri, rotte commerciali – ma il meccanismo rimane identico: si individua una vulnerabilità della democrazia e la si trasforma in ricatto.

Le democrazie pensano di stipulare accordi fondati sulla reciprocità.
I regimi autoritari considerano spesso quegli stessi accordi validi finché producono il risultato desiderato.

La democrazia dice: “Rispettiamo ciò che abbiamo firmato”.

Il regime risponde: “Lo rispetterò finché mi sarà conveniente; se non mi concederai altro, ti creerò un problema”.

Ecco perché la cultura politica e geopolitica non è un ornamento per intellettuali.

È il terreno comune senza il quale la diplomazia diventa una pericolosa fabbrica di equivoci.

Non è necessario pensare allo stesso modo. È però indispensabile comprendere chi abbiamo davanti, quali limiti possiede e quale significato attribuisce alla parola “accordo”.

Altrimenti la democrazia si presenta al tavolo convinta di incontrare un interlocutore.

E scopre troppo tardi di essersi seduta davanti a qualcuno che non stava cercando un’intesa, ma il prezzo della sua obbedienza.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui