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Ceuta: migranti come arma geopolitica

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Ceuta: migranti

Tra rivendicazioni di sovranità e controllo del Mediterraneo

La crisi migratoria che a fine luglio ha travolto Ceuta rappresenta forse uno degli episodi più gravi ed emblematici delle tensioni tra Spagna e Marocco.

In poche ore, stando alle stime governative e del Dipartimento di Sicurezza Nazionale spagnolo, tra le 49.000 e le 60.000 persone, in gran parte marocchine, insieme a migliaia di minori, hanno attraversato il confine dell’enclave spagnola nel Nord Africa, nuotando od aggirando a piedi gli speroni di El Tarajal e Benzú.

Il bilancio umanitario è stato pesante, con quasi 60 morti per annegamento e strutture d’accoglienza al collasso in una città di circa 83-85.000 abitanti.

Ma, al contrario di quanto diffuso da voci avventate o malfidate, questo fatto non costituisce un incidente isolato, e neppure una “invasione” senza precedenti, con numeri e violenza mai visti prima.

S’inserisce invece in una lunga storia d’uso strumentale delle migrazioni, rivendicazioni territoriali e riallineamenti geopolitici che coinvolgono a vari livelli Sahara Occidentale, Marocco, Algeria, Spagna, Stati Uniti, Israele ed Unione Europea.

Il precedente più diretto è stato infatti la crisi del maggio 2021, quando tra 8.000 e 12.000 migranti, insieme a circa 1.500 – 2.000 minori, entrarono in poche ore a Ceuta dopo che le autorità marocchine allentarono deliberatamente i controlli di frontiera.

Il motivo dichiarato fu l’accoglienza in Spagna, per cure contro il COVID, di Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario e presidente della Repubblica Araba Democratica Saharawi, sostenuto dall’Algeria ed avversato dal Marocco.

Rabat richiamò l’ambasciatore e usò i migranti come leva, con Madrid che subito schierò esercito e polizia. In migliaia furono respinti rapidamente grazie agli accordi bilaterali, con la crisi che rientrò sotto la pressione della diplomazia europea.

Nel 2026 lo schema s’è ripetuto in scala maggiore, con precedenti e regolari allentamenti ed un aumento progressivo degli arrivi, oltre 2.800 da gennaio a metà luglio, che hanno preparato il terreno.

Un fattore chiave è stato pure la sentenza del Tribunale Supremo del 29 giugno 2026, resa nota a luglio: le “devoluciones en caliente” (i respingimenti immediati) si applicano solo a chi supera elementi di contenimento terrestri (le recinzioni), e non a chi arriva a nuoto.

La disposizione aggiuntiva decima della Ley de Extranjería per il resto non copre le entrate marittime, che richiedono procedure individuali e possibilità di asilo.

A questo s’aggiunge poi la regolarizzazione straordinaria spagnola (Real Decreto 316/2026 di aprile): potenzialmente centinaia di migliaia di irregolari presenti prima del 2026 possono ottenere permessi temporanei.

Criticata dall’opposizione e da parte dell’UE per il rischio d’alimentare un “effetto richiamo”, è stata prontamente interpretata da alcuni osservatori e politici locali come segnale d’incoraggiamento ai flussi.

Il vaso è infine traboccato con la proposta di legge sbloccata lo scorso 23 luglio in Commissione Giustizia, l’Expediente 122/000072, sull’estensione della cittadinanza spagnola a tutti gli abitanti del Sahara Occidentale nati prima del 1976, con ulteriori facilitazioni nel diritto di trasmissione ai figli diretti in primo grado di consanguinidad con un termine di cinque anni per la registrazione e nella riduzione a due anni del tempo di residenza legale richiesti in Spagna, e la visita del premier Pedro Sánchez ad Algeri, storica avversaria di Rabat, per ricucire i rapporti diplomatici, economici ed energetici in crisi dal 2022.

Il 30 – 31 luglio 2026 l’afflusso è esploso. Le autorità marocchine hanno di fatto aperto e facilitato il passaggio, trasportando su camion molti propri concittadini, tra cui detenuti graziati in occasione della Festa del Trono (30 luglio), letteralmente fino all’enclave spagnola.

La Spagna ha immediatamente mobilitato esercito e Guardia Civil, col premier Sánchez e il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska sono subito andati a Ceuta.

In poche ore è iniziato un ritorno massiccio e coordinato, con oltre 25.000 persone rimpatriate già al primo giorno, molte volontariamente dopo aver constatato l’assenza di prospettive, altre respinte, ad un ritmo dichiarato di centinaia al minuto.

Il governo spagnolo ha attribuito l’evento all’operato di organizzazioni criminali e alle recenti sentenze, ma analisti ed autorità locali di Ceuta hanno apertamente puntato l’indice sulla “permissività” di Rabat e le sue pressioni geopolitiche.

L’opposizione del PP e soprattutto di Vox ha mosso forti critiche alla debolezza del governo guidato dal PSOE, mentre in UE l’episodio ha rinnovato le solite pressioni politiche legate a fattori migratori.

In Italia, dopo poche ore, il governo ha addirittura deciso per la temporanea ed unilaterale sospensione di Schengen, spinto da evidenti pressioni elettorali interne: FDI e Futuro Nazionale si contendono gli elettori, e le politiche non sono più tanto lontane.

La crisi è poi rientrata rapidamente grazie agli stessi meccanismi del 2021, fondati sul coordinamento bilaterale tra Spagna e Marocco e il ritorno dei migranti. Resta però chiaro il messaggio sullo sfondo: Rabat detiene una leva potente, e sa soprattutto come usarla.

A pesare sulle pressioni marocchine, lo status di Ceuta, oltre a Melilla ed altri minori possedimenti iberici sulle coste nordafricane, come Penon de Velez de la Gomera o ancora le Isole Chafarinas. Formalmente, non sarebbero colonie.

Ceuta fu conquistata dal Portogallo nel 1415 e passò alla Spagna con l’Unione Iberica del 1580, rimanendo spagnola dopo l’indipendenza portoghese, riconosciuta dal Trattato di Lisbona del 1668.

Melilla fu invece occupata dagli spagnoli nel 1497 durante la Reconquista, già allora col non nascosto obiettivo di meglio presidiare i traffici mediterranei attraverso Gibilterra: le Americhe erano state infatti scoperte da poco.

L’una e l’altra preesistevano dunque allo Stato marocchino moderno, indipendente dal 1956, e non facevano parte del precedente Protettorato francese sul Marocco, regno in ogni caso già esistente.

La Spagna le ha integrate pienamente, conferendo loro il grado di città autonome dal 1995, con statuti propri, rappresentanza nelle Cortes, euro ed appartenenza all’UE.

Non fanno però parte del territorio doganale comune e nemmeno, per ragioni di controllo migratorio, dello spazio Schengen. A differenza del Sahara Occidentale, poi, l’ONU non le ha mai incluse nella lista dei territori non autonomi e da decolonizzare, ma anche questo non costituisce comunque un valido argomento, inviolabile nel tempo.

Infatti, anche l’Eritrea, lungamente assoggettata dal Negus e dal DERG etiopici col favore degli Alleati e degli stessi italiani sconfitti nel Secondo Dopoguerra, fino al 1991 non era parte di quella lista: si trattava di una violazione dello stesso diritto internazionale, consumatasi con la precedente forzatura della Risoluzione 390/1952 che aveva assegnato l’Eritrea all’Etiopia secondo convenienze politiche proprie dell’era dei due blocchi, con una Federazione con Addis Abeba (1952 – 1962) presto sciolta da quest’ultima per una totale annessione grazie al beneplacito degli alleati e della comunità internazionale d’allora.

Il Marocco rivendica dal 1956 Ceuta, Melilla e gli altri territori spagnoli sulle sue coste nel quadro dell’irredentismo del “Grande Marocco”, sostenendo che siano parte del suo territorio storico e che la presenza spagnola gli precluda una piena sovranità; Madrid a sua volta ribatte con titoli storici di conquista, occupazione secolare, trattati, volontà della popolazione a maggioranza spagnola, e principi d’integrità territoriale.

La rivendicazione rimane simbolica, utile al sentimento patriottico di entrambi e marocchino in particolare, e viene periodicamente riattivata.

L’importanza strategica resta tuttavia enorme: Ceuta domina l’ingresso orientale dello Stretto di Gibilterra, uno dei passaggi marittimi più trafficati al mondo tra petrolio, merci e trasporti militari.

Controllare o destabilizzare enclave come Ceuta o Melilla significa perciò influenzare la sicurezza europea, le rotte migratorie e la proiezione di potenza europea nel Mediterraneo occidentale.

Usare i propri connazionali come leva per sostenere le rivendicazioni in materia di sovranità territoriale non rappresenta una pratica nuova per il Marocco, e a guardar bene neppure per molti altri paesi.

Un precedente significativo è dato dalla Marcia Verde del novembre 1975: mentre Francisco Franco agonizzava, Re Hassan II organizzò l’avanzata di circa 350.000 civili marocchini nel Sahara Spagnolo, accompagnati dall’esercito.

La Spagna, debole e prossima ad un’incerta transizione politica, firmò gli Accordi di Madrid del novembre 1975, cedendo di fatto l’amministrazione a Marocco e Mauritania; ma senza formalmente trasferire la sovranità, in violazione delle risoluzioni ONU che prevedevano un referendum di autodeterminazione.

Il Polisario, sostenuto dall’Algeria, portò avanti una lunga guerriglia fino al 1991, quando venne stabilito un cessate il fuoco monitorato dall’ONU nel quadro dell’operazione MINURSO.

Il referendum non s’è mai tenuto, mentre episodi di guerriglia hanno continuato a manifestarsi soprattutto nelle aree ai confini algerini e mauritani.

Questo modello di pressione demografica, diplomatica e militare non convenzionale è stato riutilizzato coi migranti a Ceuta e Melilla, come nell’eclatante episodio del 2021.

Altri episodi minori di “assalti” alle recinzioni si sono ripetuti negli anni, spesso correlandosi a particolari tensioni diplomatiche.

Nel frattempo, negli ultimi anni la Spagna ha vissuto vari eventi che hanno alimentato narrazioni di vulnerabilità e ritorsioni indirette da poteri stranieri. Il blackout del 28 aprile 2025 hanno lasciato Spagna e Portogallo al buio per ore, fino a 16 ore in alcune zone, con interruzioni di trasporti, telecomunicazioni e servizi.

Indagini governative e del Senato, controllato dall’opposizione, hanno puntato l’indice su errori di pianificazione di Red Eléctrica, insufficiente capacità di controllo della tensione e fallimenti degli impianti convenzionali, escludendo cause cibernetiche ufficiali; ma il dibattito politico è stato aspro e, nei suoi esiti, non ha convinto tutti.

Ancora, nel gennaio 2026 un incidente ferroviario ad alta velocità ad Adamuz, in Andalusia, ha causato almeno 45 morti, con un deragliamento e relativa collisione ufficialmente legati ad un giunto difettoso.

L’evento ha aumentato la pressione sul governo Sánchez, già indebolito da scandali di corruzione e molestie all’interno del PSOE. Proprio in quel periodo, infatti, inchieste giudiziarie e polemiche politiche stavano colpendo soprattutto figure socialiste, come l’ex premier Zapatero.

Alcuni analisti collegano questi eventi e la loro gestione a tensioni con USA ed Israele per le posizioni spagnole sul Medio Oriente (il riconoscimento dello Stato di Palestina, il declassamento delle relazioni diplomatiche con Israele, le critiche a quest’ultimo sulla guerra a Gaza) oltre alla linea più indipendente rispetto agli altri alleati europei, ad esempio sul rialzo del tetto di spesa per la NATO richiesto dall’amministrazione Trump.

Anche se ufficialmente non esistono prove pubbliche di “ritorsioni” dirette, come sabotaggi od operazioni clandestine, le ipotesi continuano a circolare nel dibattito interno, e non solo.

La fragilità infrastrutturale e le tensioni interne al governo sono in ogni caso aspetti visibili e su cui potrebbe non essere difficile fare gioco: non a caso il governo Sánchez ha seguito negli anni, tolte le asprezze con Washington e Tel Aviv, una linea piuttosto accomodante coi suoi partner, a cominciare dallo stesso Marocco.

Oggi che i fatti di Ceuta continuano a destare grande sensazione in Europa, molti guardano al Marocco che con USA ed Israele ha stretto una solida alleanza triangolare.

Nel 2020 Rabat ha infatti sottoscritto gli Accordi di Abramo, normalizzando i suoi rapporti con Israele, in ogni caso già buoni in precedenza, ed ottenuto in cambio dalla prima amministrazione Trump il pronto riconoscimento USA della sua sovranità sul Sahara Occidentale: un baratto strategico.

I rapporti si sono da allora sempre più approfonditi in commercio, tecnologia, informatica, cibernetica e difesa, con Israele che al Marocco fornisce tecnologie avanzate ricevendo proiezione regionale e stabilità, si pensi ad esempio al recente piano di lavoro congiunto, siglato tra i due paesi lo scorso gennaio.

Lo spyware Pegasus, sviluppato dall’azienda israeliana NSO, è stato usato da Rabat almeno dal 2017, secondo inchieste e testimonianze emerse dai servizi marocchini, al fine di spiare giornalisti, attivisti e politici francesi e spagnoli, tra cui telefoni degli stessi Sánchez e Marlaska.

L’acquisto era avvenuto tramite intermediari emiratini: oltre al Marocco, gli EAU rappresentano in effetti partner storici di Israele, da ben prima dei famosi Accordi di Abramo. Lo scandalo Pegasus ha generato tensioni, ma non ha comunque interrotto la cooperazione tra Marocco e Paesi UE.

Un altro caso che nell’UE ha proiettato il Marocco al centro delle polemiche è stato poi lo scandalo Qatargate, in cui ugualmente la mano israeliana era fortemente avvertibile.

Oggi, mentre i suoi rapporti con gli USA, con lo status di maggiore alleato non-NATO, aiuti e cooperazione antiterrorismo, e con altri grandi attori regionali come EAU ed Arabia Saudita appaiono più solidi che mai, con l’Algeria restano congelati a causa del Sahara Occidentale.

L’impressione suscitata da quanto avvenuto a Ceuta alimenta allora rinnovate ipotesi di complotto, relative ad un nuovo capitolo nella guerra ibrida del triangolo Israele – USA – Marocco alla Spagna, anche alla luce di certi avvertimenti emersi solo pochi mesi fa.

Il Sahara Occidentale risulta così il vero cuore della contesa. Il Piano di Autonomia marocchino, introdotto nel 2007 e poi aggiornato, prevede un autogoverno sotto la sovranità di Rabat. Nel 2022 la Spagna, con una lettera di Sánchez a Mohammed VI, l’ha riconosciuto come “base più seria, realistica e credibile”, rompendo la tradizionale neutralità ed entrando in crisi con l’Algeria.

USA e Israele lo sostengono apertamente, e la risoluzione ONU 2797 dell’ottobre 2025 l’ha indicato come un’ottima base negoziale, beneficiando dell’astensione positiva di Cina e Russia e distanziandosi dalla precedente linea del referendum puro.

Consistente anche l’approvazione da parte dei partner subsahariani, a cominciare dai paesi dell’AES, che in modo documentato imputano all’Algeria e al suo sostegno al Polisario molte ragioni della presenza di forze armate e terroriste nei loro territori, con gravi ed insospettabili collusioni francesi ed ucraine.

Colloqui sponsorizzati dagli USA, anche a Madrid, hanno cercato di far avanzare il piano, con ripetute pressioni sull’Algeria e il Polisario; Algeri ha risposto alternando il silenzio ai passi di piombo.

Che il Sahara Occidentale, insieme al Sahara e all’Africa Subsahariana nel loro complesso, giochino un ruolo ruolo essenziale, se ne ha prova anche dalla partita relativa agli interessi energetici. Due grandi gasdotti rivali mirano infatti a trasportare il gas in Europa.

Il primo è il Gasdotto Trans-Sahariano (TSGP, Trans-Saharian Gas Pipeline, attraverso Nigeria, Niger, Algeria, lungo circa 4100 km e con una portata fino a 30 miliardi di mc l’anno), con l’Algeria che lo scorso giugno ha avviato i lavori sulla propria sezione, collegandosi a strutture già esistenti come il Transmed verso l’Italia e il Medgaz verso la Spagna: Algeri lo sponsorizza e sarebbe il più breve, ma è maggiormente esposto all’instabilità nel Sahel.

L’altro è il Gasdotto Atlantico Nigeria-Marocco (AAGP, African Atlantic Gas Pipeline, lungo la costa atlantica per oltre 6800 km, passando davanti a 13 paesi, con analoga capacità di 30 miliardi di mc l’anno e costi stimati in circa 25-27 miliardi).

La CEDEAO l’ha formalmente approvato lo scorso luglio, col progetto di collegarsi al Gasdotto Maghreb-Europa (GME) e quindi alla Spagna.

Il suo completamento, con le prime forniture di gas, stando ai piani avverrebbe per il 2031: si tratta del progetto sponsorizzato dal Marocco e dai suoi alleati occidentali.

La storia geopolitica regionale è segnata anche da altri corridoi, come i già nominati Transmed e Medgaz, oltre al Galsi (Gasdotto Algeria – Sardegna – Italia, vecchio progetto mai realizzato, ma oggi al centro di nuove proposte di rilancio) e allo storico GME (Gazoduc Maghreb – Europa, tramite Algeria, Spagna, Italia).

Anche Algeri in tempi recenti ha usato spesso un blocco o una diminuzione delle consegne di gas dal Medgaz e dal GME per esercitare pressioni sui suoi interlocutori regionali: l’ha ad esempio fatto in più occasioni con la Spagna per il suo riavvicinamento al Marocco, agendo sul Medgaz, e soprattutto col Marocco, chiudendole nel 2021 il GME.

Da allora quest’ultimo viene usato a flusso inverso per consegnare gas al Marocco dalla Spagna, divenuta suo secondo paese fornitore con 10 bcm l’anno.

Le pressioni migratorie di Rabat su Ceuta e di Algeri sul Medgaz si possono dunque leggere anche in questa ottica, relativa al ruolo di Madrid nei dossier diplomatici regionali.

Non a caso la recente visita di Sánchez ad Algeri del 20 giugno, per chiudere con la stagione di dissapori sorta dal 2021 e riavviare la cooperazione, in particolare in campo energetico, ha presto trovato risposta proprio nella reazione migratoria di Rabat su Ceuta del 30 – 31 luglio scorsi.

Nella partita sul Sahara Occidentale, il suo retroterra saheliano e subsahariano, e tutti gli interessi che ne derivano, le implicazioni per realtà come Ceuta, Melilla ed altri antichi simboli della presenza coloniale spagnola, sono indirette ma comunque significative: un rafforzamento della posizione marocchina sul Sahara aumenta infatti la leva di Rabat su quelle enclave.

Una Spagna più debole od isolata su Medio Oriente e Sahara Occidentale rischia di subire maggiori pressioni migratorie, mentre l’UE continuare a rimanere divisa tra attestati di solidarietà, provvedimenti per il controllo alle frontiere e cronicizzata dipendenza dai partner esterni per la gestione dei flussi.

Ecco che allora Ceuta finisce per apparire ben più di una semplice crisi umanitaria o di confine, presentandosi invece come uno snodo in cui s’intrecciano una storia coloniale incompleta, l’uso strumentale della demografia, le alleanze post-Accordi di Abramo e la competizione per il controllo del Mediterraneo occidentale e del Maghreb.

La rapidità con cui la crisi 2026 è rientrata, con 48.000 persone ormai già rientrate in Marocco, conferma che Rabat e Madrid sanno gestire il loro “termostato” migratorio; ma ogni nuova crisi ci ricorda comunque quanto fragili siano quegli equilibri e alti i costi umani e politici.

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