Un confronto che ha quattro protagonisti: la Cina, i servi della Cina, Putin e Trump
Guerra ibrida e senza confini. Sánchez fa il cinese e mette a rischio il controllo dello Stretto di Gibilterra. Salta il tunnel sotterraneo Spagna – Marocco
Il mondo è martoriato da guerre per procura, strumenti di un confronto globale il cui fine è ridefinire gli equilibri di potenza nel pianeta.
I due teatri più evidenti delle guerre per procura sono l’Europa (con la guerra tra Russia e Ucraina) e il Medio Oriente (con il confronto tra Iran e USA – Israele), ma la guerra è diventata asimmetrica, ibrida, senza confini.

Sono stati due militari cinesi, i colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui, a definire, nel 1996, Osama Bin Laden l’interprete più efficace di un nuovo tipo di guerra, prima degli attacchi agli USA.
I due commissari politici dell’esercito cinese hanno pubblicato quest’opera rinverdendo una tradizione del loro Paese nella trattazione delle tecniche militari che vanta tra i capostipiti il celeberrimo “L’arte della guerra” di Sun Tzu.
L’opera, caposaldo negli studi contemporanei di strategia e storia militare, analizza i nuovi scenari bellici mondiali, spiegando il terrorismo e le sue tecniche, la guerra condotta attraverso le manipolazioni dei media, le azioni di piraterie sul web, le turbative dei mercati azionari, la diffusione di virus informatici e altre armi non tradizionali.
Anche i migranti, come vedremo, sono parte integrante della guerra senza limiti.
La Cina è in modo più o meno visibile, dietro le quinte dei due teatri e, più in generale, della guerra senza limiti.
La Cina sa, fin dai tempi di Sun Tzu, che vincere senza combattere non è semplicemente un modo alternativo di raggiungere l’obiettivo, in questo caso senza spendere risorse preziose: è una comprensione fondamentalmente diversa del terreno del conflitto.

“Perciò – scrive Sun Tzu, nel testo l’arte della guerra – ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità. Sottomettere l’esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità”.
“In passato – aggiunge Sun Tzu -, i generali esperti si rendevano invincibili e attendevano che il nemico commettesse degli errori. L’invincibilità dipende da noi. La vulnerabilità del nemico dipende dai suoi sbagli”.
Forse è utile cominciare a considerare che il Dragone, con la sua millenaria cultura, ha la pazienza necessaria per aspettare che il nemico si renda vulnerabile per i suoi sbagli (e ne sta facendo molti), anche se Pechino, nel frattempo, non rimane passivo, e attua una guerra ibrida che comprende anche l’acquisizione ai propri interessi delle leadership del nemico.
Ne è un esempio quanto ho scritto ieri, a proposito dei Clinton. Articolo al quale rimando chi volesse approfondire.
Pedro Sánchez fa il cinese
In questo quadro, per arrivare subito alla cronaca che ci introduce al complesso gioco della guerra senza limiti, si inserisce anche la posizione di Pedro Sánchez, il quale da Saragozza a Ferrol, passando per Barcellona ha fatto della Spagna la base privilegiata in Europa per gli investimenti strategici cinesi, tra gigafactory, auto e terminal portuali.
Madrid, in cambio, apre crepe nel fronte di Bruxelles contro gli squilibri commerciali del Dragone.
La Spagna e la Cina rafforzano i rapporti bilaterali portandoli “al più alto livello degli ultimi 53 anni”, ha dichiarato il premier Pedro Sánchez lo scorso aprile, dopo l’incontro con il presidente Xi Jinping a Pechino.
Tra i principali risultati della visita l’istituzione di un dialogo strategico permanente e un meccanismo stabile per consolidare la cooperazione politica tra i due Paesi al più alto livello.
Sul piano economico, Madrid e Pechino hanno siglato accordi per facilitare l’accesso dei prodotti spagnoli al mercato cinese, promuovere investimenti e sviluppare progetti nei settori di trasporti e infrastrutture, con l’obiettivo di ridurre lo squilibrio commerciale.
“Vogliamo una relazione economica molto più stretta, più sana e più equilibrata”, ha affermato Sánchez, aggiungendo che “se vogliamo che l’economia globalizzata continui a esistere, deve funzionare per tutti con catene di approvvigionamento giuste, che creino impiego e ricchezza in tutte le regioni della Cina e anche in tutte le regioni della Spagna”.
Nel corso della visita, Sánchez ha incontrato investitori cinesi, puntando su collaborazioni in settori strategici come auto elettrica, batterie, energie rinnovabili, droni e intelligenza artificiale.
Sánchez ha inoltre invitato il Dragone a considerare l’Europa “un partner chiave” per nuovi progetti industriali, ribadendo il ruolo della Spagna come ponte nei rapporti tra l’UE e Pechino, che rappresentano oltre un terzo del prodotto interno lordo mondiale e circa il 30% del commercio globale.
Mentre l’Ue prova a muoversi con la consueta cautela sul dossier Cina, Madrid si dirige nella direzione opposta. Le grandi aziende cinesi in cerca di una base produttiva stabile all’interno del mercato europeo hanno individuato nella penisola iberica la destinazione più aperta ad accoglierle.
E qui arriviamo ad uno dei teatri non evidenti della guerra senza limiti.
Pedro Sánchez non solo fa il cinese, ma ha assunto una posizione di forte ed esplicita rottura sia con l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump sia con il governo di Israele.
La politica estera di Madrid si è distinta come una delle più critiche e autonome all’interno dell’Unione Europea.
Sul caso Iran (con Teheran alleato della Cina) Sánchez ha condannato con fermezza gli attacchi condotti dagli USA e da Israele. Il governo spagnolo ha negato l’autorizzazione all’uso delle basi militari statunitensi in Andalusia (come Rota e Morón) per operazioni belliche, rifiutandosi di cedere a quelle che ha definito “obbedienze cieche e servili”.
La Spagna è stata tra i primi paesi europei a spingere con decisione per il riconoscimento formale dello Stato palestinese e a criticare apertamente le operazioni militari israeliane a Gaza.
Pedro Sánchez apre le porte alla Cina e gli USA chiudono le porte alla Spagna
Come riferisce il quotidiano spagnolo ABC, “lo scorso aprile, i repubblicani al Congresso degli Stati Uniti hanno messo in dubbio la sovranità spagnola su Ceuta e Melilla, tre mesi prima che decine di migliaia di persone attraversassero il confine dal Marocco per raggiungere la prima di queste città, scatenando una delle più grandi crisi migratorie e territoriali mai subite dalla Spagna”.
“In una relazione approvata dalla Commissione per gli stanziamenti della Camera dei Rappresentanti, nella sezione dedicata alla diplomazia, i legislatori – scrive ABC – hanno affermato che Ceuta e Melilla sono città “amministrate dalla Spagna” ma ” situate in territorio marocchino”.
Il testo ha inoltre rilevato che entrambe sono oggetto di una “rivendicazione storica” da parte di Rabat e ha sostenuto gli sforzi del Segretario di Stato americano per promuovere il dialogo diplomatico tra Marocco e Spagna in merito al loro “futuro status”.
ABC fa notare che la formula scelta non è innocua. Il rapporto, infatti, non si è limitato a descrivere Ceuta e Melilla come città spagnole, quali sono da almeno cinque secoli, ma come “territori sotto amministrazione spagnola, un’espressione comunemente usata quando si cerca di separare l’effettivo esercizio del potere dalla sovranità ultima su un territorio. Né il rapporto si è limitato a menzionare la rivendicazione del Marocco su di esse; le ha esplicitamente collocate «in territorio marocchino» e ha aperto la strada a una discussione sul loro status futuro”.
Il documento è stato votato a maggioranza dalla commissione e il testo è stato formalmente presentato dal deputato repubblicano Mario Díaz-Balart a nome della Commissione per gli stanziamenti.
(I link consentono di verificare la documentazione).
Occhio per occhio, collo per collo… di bottiglia

Se fai il cinese e se fai l’anti israeliano mentre USA e Israele sono impegnati in una guerra su un teatro visibile con un alleato della Cina, devi aspettarti che, più prima che poi, qualcuno applichi il vecchio detto: occhio per occhi e dente per dente che, in questo caso è collo per collo, inteso come collo di bottiglia.
In gergo i colli di bottiglia si chiamano “choke points” e sono quegli stretti marittimi che, come si vede, quando per qualche motivo vengono chiusi o ‘ristretti’ creano grandi problemi alla circolazione delle merci.
La crisi di Ceuta è strettamente connessa con lo Stretto di Gibilterra, il quale è connesso con le crisi del Mar Rosso e di Hormuz.
Gli interessi geopolitici sono entrati in gioco e nel caso dell’exclave spagnola invitano a non dare nulla per scontato.

Lo Stretto di Gibilterra, largo circa 13 chilometri nel suo punto più stretto, è il passaggio obbligato tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo e uno dei colli di bottiglia più trafficati. Da qui ogni anno passano oltre 100 mila navi, fra traghetti, portacontainer mercantili, unità navali militari.
Per organizzare la circolazione è in vigore una separazione del traffico su due corsie a senso unico. Il controllo dei passaggi è condiviso fra le autorità che si affacciano sullo Stretto: Spagna, Marocco e Gibilterra, territorio d’Oltremare del Regno Unito.
Tre autorità che non sempre vanno d’accordo e che oggi più che mai sono in disaccordo.
Lo Stretto è già elemento di competizione fra i porti di Algeciras (Spagna) e Tangeri (Marocco), fra i più importanti del Mediterraneo. Entrambi hanno visto un’esplosione dei traffici soprattutto negli ultimi mesi, dato che le difficoltà su Bab el-Mandeb (Mar Rosso) e Hormuz hanno spinto molti armatori a riprogrammare le rotte.
In questa contesa anche i migranti possono essere usati come un’arma di pressione.
Tra Europa (Spagna) e Gibilterra le tensioni del passato sembrano archiviate dopo l’entrata in vigore (lo scorso 15 luglio) di un accordo che elimina le barriere tra il piccolo territorio inglese e quello spagnolo.
Lo stesso non si può dire per Spagna e Marocco che ancora si contendono i territori di Ceuta e Melilla.
Esatto, ed è una tessera fondamentale per comprendere la complessa scacchiera geopolitica del Mediterraneo e del Nord Africa.
Il Marocco negli Accordi di Abramo
Il Marocco ha normalizzato i rapporti diplomatici con Israele nel dicembre 2020 nell’ambito degli Accordi di Abramo, promossi durante la prima presidenza di Donald Trump. Questo passaggio ha intrecciato strettamente gli interessi di Rabat, Washington e Tel Aviv.
In cambio della normalizzazione con Israele, gli Stati Uniti sono diventati il primo paese occidentale a riconoscere ufficialmente la sovranità del Marocco sul territorio conteso del Sahara Occidentale, uno snodo diplomatico e strategico cruciale per Re Mohammed VI.
A differenza di altri accordi puramente diplomatici, l’intesa tra Marocco e Israele si è tradotta rapidamente in contratti militari, forniture di droni, sistemi di difesa e intese sul fronte della sicurezza e della cybersicurezza.
Questa forte triangolazione USA-Israele-Marocco mette la Spagna di Pedro Sánchez in una posizione delicata. Madrid, che confina direttamente con il Marocco e gestisce dossier caldi come l’immigrazione e le enclave di Ceuta e Melilla, si trova a dover bilanciare i rapporti con un vicino (il Marocco, appunto) sempre più armato e sostenuto da Washington e Tel Aviv.
Sanchez fa il cinese e il tunnel ne fa le spese
Con la crisi innestata dai 50 mila marocchini piombati come una valanga umana su Ceuta, il progetto del tunnel sotto lo Stretto di Gibilterra (o collegamento fisso Europa – Africa), uno dei più ambiziosi al mondo, rischia di finire in soffitta.

Nonostante il punto più stretto sia tra Tarifa e Tangeri (circa 14 km), lì la profondità del mare raggiunge i 900 metri.
Il tunnel verrebbe quindi realizzato più a ovest, tra Punta Paloma (Spagna) e Punta Malabata (Marocco): una tratta più lunga (circa 38-42 km, di cui 27-28 km sottomarini), ma con un fondale molto meno profondo (circa 300 metri).
Si tratterebbe un tunnel ferroviario (simile all’Eurotunnel sotto la Manica) destinato al trasporto di passeggeri e merci. Per il Marocco il tunnel rappresenterebbe il ponte definitivo per l’esportazione verso l’Europa; per l’Unione Europea, un hub logistico cruciale verso l’Africa nord-occidentale.
Un segnale a Sánchez, all’Europa e ai cinesi
La crisi tra Marocco e Spagna che, tra l’altro, mette in crisi i rapporti tra Spagna e Unione Europea e dà un’ulteriore spinta alla caduta del governo socialista di Pedro Sánchez, già travolto dagli scandali e senza maggioranza e sembra, data la tempistica, una risposta elle notizie emerse nei giorni scorsi relative al fatto che la Cina invierà in Iran almeno 400 sistemi missilistici anti-aereo trasportabili a spalla, i cosiddetti Manpads (acronimo che sta per man-portable air-defense systems).
Il punto di partenza è Hong Kong, quello di passaggio il Pakistan, la destinazione ultima la Repubblica islamica che da oltre cinque mesi è in guerra con gli Stati Uniti e Israele.
Il costo della partita è di 60 – 70 milioni di dollari, risultato del contratto firmato con Zhongqing Baoshang International Investment, una società con sede nell’ex colonia britannica che, secondo le fonti, agisce come intermediaria tra la parte iraniana e il fornitore Zhong Qing Bao Shang con sede a Pechino.
Le ultime indiscrezioni della Reuters mettono in luce come Teheran stia diversificando tecnologie e componenti dell’arsenale a sua disposizione contro gli USA e Israele.
Il ministero degli Esteri cinese ha, ovviamente, smentito all’agenzia stampa britannica dicendo siano “notizie completamente prive di fondamento”.
Come riferisce TGCOM24, la cooperazione tra Pechino e Teheran non riguarda solo l’energia e il commercio, ma si è estesa anche al settore della difesa.
I due Paesi sono legati dal Partenariato Strategico Globale, della durata di 25 anni, che prevede investimenti cinesi per 400 miliardi di dollari nella Repubblica islamica, e dall’adesione dell’Iran a organismi internazionali guidati da Cina come i BRICS e la SCO (Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) e la Belt and Road Initiative.
Per un certo periodo la Cina non ha offerto segnali di sostegno ufficiali e confermati e i carichi che hanno raggiunto l’Iran si sono mossi lungo canali in cui operano intermediari e alleati.
È così, ci fa sapere TGCOM24, che Teheran ha ottenuto il sistema satellitare della compagnia privata cinese BeiDou per sostituirlo al GPS americano. Una scelta non casuale, che ha anche risvolti anche militari.
Appoggiarsi a tecnologie satellitari cinesi ha consentito all’Iran di minimizzare i rischi di spegnimento della rete da Washington e, soprattutto, di colpire con maggiore precisione gli impianti petroliferi e le basi statunitensi nel Golfo con droni e missili.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche non sarebbero stati possibili senza il supporto tecnologico di alcune aziende private cinesi.
L’ambiguità di Pechino
La natura dual use di queste tecnologie a consentire a Pechino di mantenere un margine di ambiguità: si tratta infatti di componenti destinati formalmente ad applicazioni civili, ma potenzialmente impiegabili anche in ambito militare.
Non sorprende, quindi, che nei mesi scorsi, l’amministrazione Trump ha imposto sanzioni contro alcune società cinesi accusate di aver fornito immagini satellitari a Teheran.
Il governo di Pechino, infatti, insiste nel distinguere tra il coinvolgimento diretto dello Stato e quello di imprese, intermediari e reti commerciali private.
Una linea difensiva che, tuttavia, non cancella come componenti elettronici, precursori chimici, sistemi di navigazione satellitare e macchinari di origine cinese stiano sostenendo i programmi missilistici e dei droni di Teheran.
Il Medio Oriente diventa un laboratorio operativo per l’industria militare cinese. In cambio del sostegno politico ed economico cinese, l’Iran ha garantito per anni forniture energetiche a prezzi fortemente scontati rispetto alle quotazioni di mercato, che avvengono attraverso il sistema finanziario cinese.
La Repubblica islamica, dilaniata dalle sanzioni internazionali applicate per il suo programma nucleare, sopravvive economicamente grazie al petrolio: oggi Pechino acquista circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano, circa il 10% dell’approvvigionamento cinese di greggio mondiale.
Un affare che fa gola a Pechino, nonostante i limiti. Per aggirare le sanzioni, le spedizioni iraniane viaggiano su una flotta fantasma di petroliere con transponder (sistemi che trasmettono e ricevono dati sulla posizione, la rotta e la velocità delle imbarcazioni) spenti, così da rietichettare il petrolio proveniente da Malesia o Indonesia.
Nelle scorse settimane, secondo diverse indiscrezioni, il governo cinese avrebbe avviato contatti con gli Houthi, il movimento armato sciita che controlla gran parte dello Yemen, per garantire il passaggio delle proprie petroliere nel Mar Rosso meridionale senza il rischio di essere attaccate. Il Mar Rosso è l’altro collo di bottiglia dopo lo Stretto di Hormuz.
Conseguentemente: occhio per occhio o, meglio, collo per collo… di bottiglia.





