Home editoriali Tigrè, chiave geostrategica ed emergenza umanitaria

Tigrè, chiave geostrategica ed emergenza umanitaria

0
Tigrè, chiave geostrategica ed emergenza umanitaria

Situazione drammatica per la popolazione civile. In discussione l’accesso al Mare dell’Etiopia e gli equilibri del Corno d’Africa – La miopia dell’Unione Europea e dell’Occidente

Mentre la stampa del Minculpop di Bruxelles, asservita tramite budget pubblicitari, si occupa, come al solito, dell’Ucraina, come fosse l’ombelico del mondo, il mondo, incurante di Ursula von der Layen, prosegue per la sua strada, lasciando l’Unione Europea nella sua miopia suicida a fare i dispetti agli Stati Uniti d’America, proclamando il Canada membro associato.

Ieri ho proposto di occuparci della Corea del Nord e delle sue mani in Africa, assieme a Cina e Russia (https://www.nuovogiornalenazionale.com/mani-sullafrica-della-teocrazia-comunista-della-corea-del-nord/), oggi vorrei porre l’attenzione del lettore su un dramma umanitario e su una chiave strategica per il controllo di una delle catene di approvvigionamento più importanti del pianeta, fondamentale per l’economia europea, le cui leadership sono prigioniere delle esternazioni di Ursula, delle isterie dei Paesi baltici e dei sogni imperiali degli inglesi.

Stiamo guardando Eritrea, Etiopia, Somaliland e Tigrè, devastato per eliminare una forza politica, anche se quella stessa devastazione non ha eliminato il problema strategico che lo rende centrale.

Anzi, lo ha trasformato in un territorio impoverito, militarizzato, conteso e nuovamente utilizzabile come pedina da parte di potenze regionali.

Tutto questo per quale motivo?

Perché il Tigrè non è soltanto una vittima della guerra etiopica: è il territorio nel quale si sta combattendo, indirettamente, la ridefinizione geopolitica del Corno d’Africa.

Corno d'Africa

Per capire è necessario fare due passi nella storia recente.

La guerra del Tigrè, che nonostante gli accordi di pace, continua, è stata a tutti gli effetti una guerra civile etiope, poi internazionalizzata dall’intervento eritreo e dalle milizie regionali.

Nel periodo Novembre 2020 – Novembre 2022 il Governo federale etiope (Abiy Ahmed) ha combattuto contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF). Alleati del governo sono stati l’esercito dell’Eritrea e milizie della regione Amhara.

Il conflitto ha causato centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati interni e rifugiati e gravi e documentate violazioni dei diritti umani da entrambe le parti.

L’Accordo di Pretoria (novembre 2022) mediato dall’Unione Africana non ha di fatto interrotto il conflitto, in quanto persistono tensioni nel Tigrè occidentale e attriti residui con le forze eritree, con massacri tra la popolazione civile.

Oltre 750.000 – 900.000 persone rimangono sfollate interne, molte delle quali non possono rientrare nei territori del Tigrai occidentale tuttora occupati dalle milizie della vicina regione Amhara e dalle truppe eritree.

Il blocco o la drastica riduzione degli aiuti alimentari e del carburante, uniti alla distruzione dell’80 – 90% delle infrastrutture mediche durante il precedente conflitto, stanno portando il sistema sanitario locale al collasso.

Il deterioramento della situazione nel Tigré comporta il concreto rischio che il fragile accordo di pace di Pretoria del 2022 crolli del tutto, trascinando la regione e il Corno d’Africa in una nuova escalation armata.

Dopo mesi di tensioni latenti, gli scontri diretti tra le forze di difesa del Tigrai (TDF/TPLF) e l’esercito federale etiope (ENDF) si sono riaccesi in diverse aree di confine e nei distretti contesi.

Il governo centrale di Addis Abeba ha ripreso l’uso di raid aerei e droni militari (incluso un attacco nella zona di Macallè e attacchi nelle aree di confine con il Sudan), provocando vittime civili e lo stop temporaneo dei voli commerciali verso la regione.

A complicare il quadro c’è una grave crisi d’accesso al potere all’interno del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigrai (TPLF). Una faida interna tra l’amministrazione ad interim e una fazione d’opposizione radicale del TPLF ha destabilizzato le istituzioni locali, paralizzando ulteriormente il processo di riconciliazione e la gestione dei servizi essenziali per la popolazione.

Tensioni geopolitiche e il fattore Eritrea

La crisi nel Tigrai s’inserisce in un contesto geopolitico molto più ampio. Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed ha alzato la pressione per ottenere uno sbocco diretto sul Mar Rosso, inasprendo le relazioni con l’Eritrea.

Asmara, che non ha mai del tutto ritirato le sue forze dai confini tigrini, sta consolidando alleanze in funzione anti-Etiopia, alimentando il timore che il Tigrai diventi il terreno di scontro di una guerra per procura regionale.

La spinta del governo etiope (guidato dal Primo Ministro Abiy Ahmed) per ottenere uno sbocco sovrano o commerciale sul Mar Rosso e sull’Oceano Indiano è diventata il perno della sua politica estera e di sicurezza nazionale.

Questa ambizione viene perseguita attraverso una combinazione di leve di pressione strategica e un sistema articolato di alleanze regionali e internazionali.

L’Etiopia fa leva sul suo status di mercato demografico in forte crescita (oltre 120 milioni di abitanti) offrendo quote di partecipazione in aziende statali chiave (come Ethiopian Airlines o Ethio Telecom) o una percentuale sui proventi del commercio marittimo in cambio dell’affitto di porti e basi navali.

Addis Abeba ha avviato trattative o avanzato richieste dirette ai Paesi frontalieri come Gibuti, Kenya, Eritrea e Somalia per diversificare o ridefinire l’accesso al mare.

La forte presenza di forze armate etiopi ai confini e le velate minacce di un ricorso all’azione militare (soprattutto in riferimento al porto di Assab in Eritrea) sono utilizzate per spingere i Paesi vicini a sedersi al tavolo delle trattative.

Gli Alleati Strategici

Somaliland – È l’alleato chiave su questo fronte. Tramite un Memorandum d’Intesa (MoU), la regione separatista della Somalia ha offerto all’Etiopia l’uso commerciale e militare del porto di Berbera e una base navale in affitto per 50 anni, in cambio del potenziale riconoscimento formale della propria indipendenza da parte etiope e di quote azionarie statali. Il Somaliland è riconosciuto dagli Emirati Arabi Uniti e da Israele.

Emirati Arabi Uniti (EAU) –  Rappresentano il principali sponsor finanziario e geopolitico di Addis Abeba. Gli EAU possiedono grandi investimenti infrastrutturali nella regione (compresa la gestione del porto di Berbera tramite DP World) e sostengono l’espansione etiope per rafforzare la propria presenza nell’asse strategico Mar Rosso-Golfo di Aden.

Partner del blocco BRICS (Turchia, Russia, Cina, India) – L’ingresso dell’Etiopia nei BRICS garantisce ad Addis Abeba la sponda di attori globali interessati alla stabilità delle rotte commerciali nel Mar Rosso e pronti a fungere da mediatori o fornitori di equipaggiamento e capitali (come la Turchia, che ha promosso colloqui d’intesa con la Somalia).

Il Fronte Opposto

L’aggressiva campagna etiope ha portato alla creazione di una contro-alleanza difensiva per contenere Addis Abeba

Somalia (che considera l’accordo con il Somaliland una violazione della propria sovranità), l’Egitto (già in rotta con l’Etiopia per la diga GERD sul Nilo) e l’Eritrea hanno stipulato di intese di cooperazione militare e di difesa per fare blocco comune contro le rivendicazioni marittime etiopi.

Il Corno d’Africa, spazio strategico

Il punto centrale è che il Corno d’Africa non è semplicemente una regione di conflitti locali: è uno spazio strategico nel quale si sovrappongono accesso al Mar Rosso, controllo delle rotte commerciali, rivalità tra Stati, guerre per procura, competizione del Golfo e crisi di costruzione nazionale. E il Tigrè è diventato uno dei principali territori sacrificati dentro questo sistema.

La situazione aggiornata al 2026 mostra una dinamica particolarmente pericolosa: la guerra del Tigrè non ha realmente risolto il conflitto; lo ha trasformato da guerra interna etiope in una crisi regionale potenzialmente più ampia.

Corno d'Africa

I quattro nodi principali sono: Etiopia, Eritrea, Somaliland, Somalia. A questi vanno aggiunti Sudan, Gibuti, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Turchia e, indirettamente, Cina, Stati Uniti, Russia e Israele.

Il problema strutturale è questo: l’Etiopia è una grande potenza demografica e territoriale senza sbocco al mare; l’Eritrea controlla una parte decisiva della costa del Mar Rosso; Somaliland possiede una posizione portuale strategica sul Golfo di Aden; Somalia rivendica la sovranità su Somaliland.

Questa combinazione produce una tensione permanente tra: potenza continentale, necessità marittima, Stati costieri, sovranità territoriale, interventi esterni.

L’Etiopia è una grande potenza continentale intrappolata

Corno d'Africa Porti

L’Etiopia è il centro di gravità della regione, in quanto ha oltre 120 milioni di abitanti; una posizione dominante sull’altopiano etiopico; un esercito importante; una grande profondità strategica; una funzione storica di potenza regionale; ma nessun accesso sovrano diretto al mare dal 1993, quando l’Eritrea divenne indipendente.

L’Etiopia dipende pertanto oggi soprattutto da: Gibuti; corridoi terrestri verso il porto di Doraleh; collegamenti attraverso Somaliland; potenzialmente Sudan, se la situazione sudanese lo consentisse.

Il governo di Abiy Ahmed considera l’assenza di accesso marittimo una vulnerabilità strategica ed economica.

Non è soltanto una questione commerciale. Per Addis Abeba l’accesso al mare significa che una potenza continentale di dimensioni enormi dipende da Stati più piccoli per il proprio commercio estero, per il carburante, per le importazioni industriali e per la sicurezza logistica. Da qui la crescente insistenza sull’accesso al Mar Rosso.

L’Etiopia è contemporaneamente indebolita da: conflitto irrisolto nel Tigré; guerra contro Fano in Amhara; insurrezione e instabilità in Oromia; tensioni con Eritrea; controversie con Somalia; tensioni con Sudan; difficoltà nel consolidare il federalismo etnico. Quindi Addis Abeba vuole diventare una potenza marittima mentre non ha ancora stabilizzato il proprio spazio interno.

L’Eritrea è un piccolo Stato, ma ha enorme leva strategica

L’Eritrea è formalmente uno Stato piccolo, ma possiede una posizione geopolitica straordinaria, in quanto controlla: una lunga costa sul Mar Rosso; il porto di Massaua; il porto di Assab; l’accesso verso Bab el-Mandeb; una frontiera direttamente affacciata sull’altopiano etiopico.

Il presidente Isaias Afwerki ha costruito la sopravvivenza del regime su una logica di sicurezza permanente.

Per Asmara, il problema fondamentale è: un’Etiopia forte, unificata e dotata di accesso al mare potrebbe diventare una minaccia esistenziale per l’Eritrea. L’Eritrea non vuole necessariamente impedire ogni utilizzo dei porti da parte dell’Etiopia.

La sua linea rossa è piuttosto: nessuna perdita di sovranità; nessuna presenza militare etiope permanente; nessuna annessione di territori eritrei; nessuna trasformazione dell’Etiopia in potenza navale dominante sul Mar Rosso meridionale.

Le tensioni attuali sono quindi il prodotto di una asimmetria strutturale.

confronto geopolitico

 

Analisi del 2026 segnalano mobilitazioni militari, accuse reciproche e rischio concreto di una nuova guerra Etiopia–Eritrea.

Somaliland è il tassello marittimo che può cambiare la regione

Somalilad

Somaliland porto

Il Somaliland è una delle questioni più importanti e meno comprese, in quanto è uno Stato de facto, autonomo dal 1991, con proprie istituzioni, proprie forze armate, propria moneta, propria amministrazione, ma senza riconoscimento internazionale generalizzato.

Attualmente è riconosciuto da Israele.

La sua capitale è Hargeisa e il suo porto strategico è Berbera, che si trova sul Golfo di Aden, vicino alle rotte:

Mar Rosso, Bab el-Mandeb, Canale di Suez, Mediterraneo.

Il porto è stato sviluppato con il coinvolgimento di DP World e rappresenta una possibile alternativa al corridoio di Gibuti.

Per l’Etiopia, Somaliland offre una possibile via di accesso al mare che evita di dipendere interamente da Gibuti e che non passa necessariamente attraverso un accordo con Asmara.

Per questo il memorandum Etiopia – Somaliland del gennaio 2024 ha avuto un effetto destabilizzante enorme. Addis Abeba cercava un accesso marittimo; Hargeisa cercava riconoscimento internazionale; Mogadiscio lo ha interpretato come una violazione della propria sovranità.

Ovviamente la Somalia, che ritiene il Somaliland terre sua, si oppone ad ogni accordo che mini la sua sovranità. E questo avviene mentre l’Eritrea mostra ostilità verso l’espansione marittima etiope.

Questo significa che la questione portuale etiope non è più soltanto bilaterale con Eritrea: è diventata una questione di architettura regionale e, oggi, ancora di più, essendo coinvolti Emirati Arabi Uniti e Israele.

Il Somaliland è ora riconosciuto da Israele

Il riconoscimento israeliano del Somaliland modifica qualitativamente la questione, che non è più soltanto un problema del Corno d’Africa, ma diventa potenzialmente un’estensione della geometria strategica degli Accordi di Abramo verso il Mar Rosso e il Golfo di Aden.

Il 26 dicembre 2025, Israele ha riconosciuto formalmente il Somaliland come Stato sovrano indipendente, diventando il primo Stato membro dell’ONU a farlo. La dichiarazione è stata esplicitamente presentata da Netanyahu come un’iniziativa «nello spirito degli Accordi di Abramo». Il presidente del Somaliland ha dichiarato l’intenzione di aderire agli Accordi.

Questo crea una nuova configurazione: Israele, riconoscimento diplomatico, Somaliland, possibile adesione agli Accordi di Abramo. Non è una semplice apertura commerciale; è un riconoscimento che attribuisce a Hargeisa una legittimità internazionale che cercava da oltre trent’anni.

Gli Emirati Arabi Uniti sono già firmatari degli Accordi di Abramo e hanno sviluppato rapporti profondi con il Somaliland, soprattutto attraverso: DP World; il porto di Berbera; il corridoio Berbera – Etiopia; investimenti logistici e infrastrutturali; una presenza militare e di sicurezza storicamente associata all’area.

Gli Emirati non hanno bisogno, almeno inizialmente, di riconoscere formalmente il Somaliland per inserirlo nella propria architettura strategica. Possono farlo attraverso porti, infrastrutture, sicurezza, investimenti e accordi bilaterali.

La relazione UAE – Somaliland precede il riconoscimento israeliano e proprio questa relazione rende Berbera una piattaforma già predisposta per un collegamento tra Golfo, Israele e Mar Rosso.

La geometria emergente è: Accordi di Abramo dal Medio Oriente al Corno d’Africa.

Accordi di abramo

Questa è la novità geopolitica: Berbera potrebbe diventare il terminale africano di una rete strategica collegata agli Accordi di Abramo, anche se la sua piena formalizzazione diplomatica dipende da sviluppi successivi.

Perché Berbera è così importante per Israele

Berbera si trova sul lato meridionale del Golfo di Aden, relativamente vicina a: Yemen; Bab el-Mandeb; rotte del Mar Rosso; traffico verso Suez; coste eritree; corridoio commerciale etiopico.

Per Israele questo offre potenzialmente: sorveglianza marittima (possibilità di monitorare il traffico verso il Mar Rosso e le attività nel Golfo di Aden); contenimento degli Houthi (il porto e l’aeroporto di Berbera possono assumere rilevanza nel quadro della minaccia proveniente dallo Yemen, soprattutto dopo gli attacchi alle rotte commerciali); presenza avanzata (una posizione nel Somaliland sarebbe molto diversa da una presenza nel Mediterraneo orientale in quanto Israele si troverebbe sul fianco africano dell’accesso al Mar Rosso); collegamento con il sistema emiratino (gli Emirati dispongono già di una rete di porti e infrastrutture nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano.

Il Somaliland potrebbe diventare un punto di raccordo tra Abu Dhabi, Berbera, Mar Rosso, Israele).

L’INSS (Institute for National Security Studies) israeliano aveva già individuato nel Somaliland una possibile piattaforma per una cooperazione strategica israeliana con gli Emirati e altri partner occidentali.

Allo stato attuale dei fatti, sono documentati: riconoscimento israeliano; relazioni diplomatiche; visita del ministro degli Esteri israeliano a Hargeisa; interessi israeliani per una presenza strategica; investimenti e infrastrutture emiratine a Berbera.

Sono invece oggetto di possibilità future una vera base israeliana permanente, un accordo militare formale, l’utilizzo congiunto UAE – USA -Israele ed eventuali operazioni contro gli Houthi da Berbera.

Un’inchiesta di Le Monde del luglio 2026 ha riferito di lavori infrastrutturali e di una possibile trasformazione dell’area aeroportuale di Berbera in una struttura utilizzabile da Emirati, Stati Uniti e Israele. Tuttavia, sia Israele, sia il Somaliland hanno negato l’esistenza di un accordo militare formale.

In sintesi si può affermare che Berbera sta diventando una piattaforma strategica potenzialmente integrata nella rete israelo-emiratina-americana del Mar Rosso, ma il grado esatto di integrazione militare resta parzialmente non pubblico.

Il significato per Somalia ed Etiopia

Per Mogadiscio il riconoscimento israeliano è gravissimo perché rompe il principio internazionale dell’unità territoriale somala, crea un precedente per il riconoscimento di una regione separatista, può trasformare Somaliland in un attore internazionale autonomo e rafforza un territorio che la Somalia considera parte integrante del proprio Stato.

La Somalia ha definito il riconoscimento una violazione della propria sovranità, mentre l’Unione Africana ha ribadito il sostegno all’unità territoriale somala.

Per Addis Abeba, Somaliland è invece una possibile soluzione alla vulnerabilità marittima.

La sequenza Etiopia, corridoio Berbera, Somaliland riconosciuto da Israele, appoggio emiratino, possibile sostegno americano potrebbe consentire all’Etiopia di ridurre la dipendenza da Gibuti.

Il problema per l’Eritrea

Qui il riconoscimento israeliano assume una dimensione ancora più interessante. L’Eritrea controlla: Massaua; Assab; la costa occidentale del Mar Rosso. Israele aveva storicamente avuto rapporti con l’Eritrea, ma questi si sono deteriorati. Il riconoscimento del Somaliland apre ora una possibile alternativa strategica a Massaua e Assab.

Inoltre Israele, più UAE, più possibili partner occidentali creano un problema strategico all’Eritrea che è alleata della Cina e della Russia.

Negli ultimi anni l’Eritrea ha consolidato i legami con Mosca, posizionandosi tra i pochissimi Paesi africani a sostenere la Russia nei voti chiave alle Nazioni Unite.

La cooperazione è focalizzata sul piano militare (fornitura di armamenti e tecnologia) e logistico, con colloqui per l’uso strategico del porto di Massaua sul Mar Rosso.

Asmara aderisce inoltre alla Belt and Road Initiative (la Nuova Via della Seta). Pechino è il principale partner commerciale dell’Eritrea e investe massicciamente nel settore minerario (estrazione di potassio e rame) e nelle infrastrutture portuali.

Per controbilanciare l’influenza della vicina Etiopia, l’Eritrea ha stretto un’intesa di sicurezza a tre con Egitto e Somalia. Questo blocco condivide la preoccupazione per le mire geopolitiche etiopi e punta a mantenere il controllo strategico sull’accesso al Mar Rosso e allo stretto di Bab el-Mandeb.

Le relazioni con gli Stati Uniti e l’Unione Europea rimangono tese o congelate. A causa del regime autoritario interno, delle sanzioni passate e della violazione dei diritti umani, le potenze occidentali non contano l’Eritrea tra i propri alleati nel Corno d’Africa.

Perciò il riconoscimento di Somaliland può influenzare indirettamente anche il rapporto Eritrea – Etiopia – Tigrè.

Il Tigrè dentro questa nuova geometria

Il Tigrè si trova tra Eritrea, Etiopia settentrionale, Sudan, corridoi verso il Mar Rosso. Se Somaliland diventa una piattaforma strategica occidentale-israeliana-emiratina e se Eritrea ed Etiopia entrano nuovamente in conflitto, il Tigrè può diventare: una zona cuscinetto; un fronte di pressione contro Addis Abeba; un corridoio verso il Sudan; una piattaforma di destabilizzazione; una pedina nelle trattative sul controllo del Mar Rosso.

La tragedia è che il Tigrè rischia di essere nuovamente trattato non come popolazione da ricostruire, ma come territorio strategico da controllare.

La vera portata degli Accordi di Abramo

Gli Accordi di Abramo erano nati formalmente come processo di normalizzazione tra Israele e Stati arabi.

Ma il caso Somaliland suggerisce una possibile evoluzione da accordi di normalizzazione mediorientale a rete di partenariati strategici euroasiatici e afro-marittimi.

Non più soltanto: Israele – UAE – Bahrain – Marocco – Sudan, ma potenzialmente Israele – UAE – Somaliland – Berbera – Mar Rosso – Golfo di Aden – corridoi etiopici.

È una trasformazione molto significativa perché sposta il baricentro: dal conflitto arabo-israeliano alla sicurezza delle rotte, al contenimento dell’Iran, alla competizione portuale, alla proiezione africana.

Un inciso necessario. Il Sudan è un tassello decisivo e rischia di essere il punto più destabilizzante dell’intera architettura degli Accordi di Abramo nel Mar Rosso. La sua presenza non è soltanto diplomatica.

Il Sudan occupa una posizione geografica che collega direttamente Corno d’Africa, Mar Rosso, Egitto, Sahel, Golfo Persico e Africa centrale, ma c’è una contraddizione fondamentale: il Sudan è stato incluso nel processo degli Accordi di Abramo nel 2020, ma non è mai riuscito a trasformare la normalizzazione in un rapporto pienamente consolidato, perché il Paese è precipitato nella guerra civile del 2023.

Una nuova architettura geopolitica

Il riconoscimento israeliano del Somaliland può essere interpretato come la nascita di un nuovo avamposto della geometria degli Accordi di Abramo nel Corno d’Africa.

Gli Emirati costituiscono il collegamento infrastrutturale e finanziario, Israele quello diplomatico-strategico, Berbera quello logistico, il Mar Rosso quello marittimo, l’Etiopia quello continentale.

Il rischio è che questa architettura, invece di stabilizzare automaticamente la regione, accentui la competizione con Somalia, Eritrea, Turchia, Egitto, Iran e Cina, trasformando il Corno d’Africa in uno dei principali teatri della nuova competizione geopolitica mondiale.

Il Tigrè è il territorio sacrificato nella trasformazione regionale; è il punto nel quale tutte queste tensioni si sono concentrate.

Il Tigrè non è stato semplicemente vittima di una guerra civile, è stato anche il campo di battaglia nel quale Eritrea ed Etiopia hanno cercato di ridefinire i rapporti di forza del Corno d’Africa.

Il Tigrè, dopo essere stato distrutto per eliminare il TPLF, rischia di essere nuovamente utilizzato come piattaforma militare contro il governo federale.

La popolazione rimane intrappolata tra Addis Abeba; Asmara; TPLF; Amhara; Fano; esercito federale; interessi esterni.

La regione occidentale del Tigrè, spesso chiamata Wolkait/Western Tigray, è strategicamente decisiva in quanto collega il Tigrè al Sudan; controlla corridoi agricoli; ha valore simbolico per Amhara e Tigray; costituisce una fascia territoriale strategica; è uno dei principali punti irrisolti dell’accordo di Pretoria.

La competizione esterna: Mar Rosso, Golfo e potenze internazionali

Mar Rosso, Golfo e potenze internazionali

strategic centre

 

Il Corno d’Africa è diventato uno spazio di competizione tra: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Cina, Stati Uniti.

Il Corno d’Africa è dunque una regione nella quale la guerra interna diventa immediatamente una questione marittima internazionale.

Il Tigrè è “massacrato” geopoliticamente

La parola “massacrato” può essere utilizzata in senso politico e umano, perché il Tigrè è stato sottoposto a una devastazione straordinaria.

Il Tigrè non viene lasciato in pace perché la sua posizione geografica e la sua capacità politico-militare lo rendono troppo importante per essere neutralizzato definitivamente.

Il rischio attuale e la politica miope dell’Unione Europea e dell’Occidente

Il pericolo non è soltanto una nuova guerra Etiopia–Eritrea, ma che il conflitto possa trasformarsi da guerra regionale a crisi sistemica del Mar Rosso meridionale.

Le analisi del 2026 descrivono proprio il rischio che le tensioni tra Addis Abeba e Asmara, intrecciate con Tigrè, Sudan, Somaliland e attori esterni, producano un conflitto multilivello.

Dal punto di vista geopolitico, l’Occidente e l’Europa si trovano davanti a una contraddizione evidente.

Da una parte vogliono: stabilità del Mar Rosso; contenimento delle crisi; sicurezza energetica; sicurezza delle rotte; contrasto alla penetrazione cinese; limitazione dell’influenza russa; cooperazione con Etiopia e Somalia.

Dall’altra, una politica internazionale frammentata e spesso miope ha contribuito a: tollerare la distruzione del Tigrè; non risolvere il problema Eritrea–Etiopia; lasciare irrisolta la questione Somaliland; non costruire un sistema regionale di accesso ai porti; trattare i conflitti africani come questioni umanitarie separate, anziché come problemi strategici integrati.

Il risultato è che si cerca stabilità nel Mar Rosso senza risolvere i conflitti territoriali e politici che rendono instabile il Mar Rosso.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui