Mentre in Iran le donne rischiano la vita per toglierselo, in Francia lo indossano per protesta come simbolo di femminismo
Francia. In arrivo legge per vietare il velo islamico negli spazi pubblici. Ma le femministe invece di esultare iniziano a indossarlo.
Donne non musulmane che si coprono la testa davanti al telefonino sui social con lo slogan: “Tous voilés”, tutti velati. “Vogliono vietarcelo? Saremo ancora di più a portarlo”.
Chissà cosa faranno queste stordite quando scopriranno che l’infibulazione è vietata dalle leggi occidentali? Meglio non pensarci.
Sono le stesse femministe che vedono il patriarcato nella schiuma da barba, nella pubblicità del rasoio, nella porta tenuta aperta per cavalleria, nel “signorina” del cameriere.
Pronte a fasciarsi la testa per la libertà, sulle centinaia di milioni di donne obbligate a sottomettersi al velo non pronunciano neanche una parola.
A Teheran non riescono a crederci. Lì per non subire il velo sono morte delle ragazze, mentre in Francia lo indossano per sentirsi libere. Altro che il mondo al contrario.
Si può essere contrari alla legge, si può votare contro.
Ma tra votare contro e mettersi il foulard per protesta corre la distanza che passa tra difendere la libertà di stampa e abbonarsi alla Pravda.
Perché quel pezzo di stoffa non è un cappello.
In Iran le ragazze lo tolgono e vengono arrestate, picchiate, cacciate dall’università, qualche volta sepolte.
A Kabul lo impongono a colpi di frusta. Nelle banlieue lo impone la sorella maggiore alla minore, con lo sguardo severo del fratello sulla porta.
Il femminismo occidentale ha impiegato un secolo per togliere alle donne il velo da vedova, il velo da chiesa, il velo della sposa che non aveva scelto lo sposo.
Ora se lo rimette da solo e lo chiama emancipazione.
E la cosa più bella la dicono le musulmane. Sui social francesi le ragazze velate per davvero guardano le solidali bianche con imbarazzo. Una bionda con il foulard in testa per 2 ore non sarà mai una di loro.
Lo chiamano “privilegio bianco”, il privilegio di giocare alla sottomissione e poi tornare a casa a capo scoperto.
Le femministe sono state smentite dalle donne che pretendevano di difendere.
Non se ne sono accorte. O, più probabilmente, non vogliono accorgersene, perché capiscono benissimo e scelgono.
Scelgono il nemico che non risponde. Il padre italiano, il capo, la pubblicità del rasoio. Gente che al massimo protesta con un tweet.
Il padre pakistano no, perché nella loro gerarchia il sesso viene dopo la razza e chi tocca una minoranza passa da femminista a colonizzatrice in un pomeriggio.
Non è cecità, è codardia con il marketing.
E l’Italia?
Lo stesso film, con le stesse comparse. Qualcuno ricorda una manifestazione femminista contro l’Islam che sottomette le donne? Una sola, una piazza, uno striscione?
Per Saman Abbas, la ragazza pakistana uccisa dalla famiglia a Novellara perché aveva rifiutato un matrimonio combinato, Non una di meno c’era, con lo striscione.
Ma nella lotta l’Islam non compare. Per loro l’ha uccisa il patriarcato, quello familiare, come se il padre di Novellara fosse il fidanzato di Senago.
Nelle nostre città, nelle feste religiose, le donne musulmane pregano dietro le transenne, separate dagli uomini come bestiame in un recinto, sotto gli occhi dei vigili urbani. Nessun corteo.
Nelle scuole ci sono bambine di 6 anni mandate in classe con il velo e in qualche caso coperte completamente, che vedono le compagne dalla fessura. Nessun corteo.
Poi c’è la scusa pronta: “l’ha scelto lei”.
Ma la bambina di 6 anni ha scelto?
La ragazza a cui il velo lo mette la sorella, con il fratello che sorveglia sulla porta, ha scelto?
Saman aveva scelto. Infatti è morta.
La parola libertà è stata riempita di sottomissione senza che nessuno abbia dovuto mentire.
Dall’altra parte c’è chi ha capito tutto prima di loro.
L’islam politico parla da anni la lingua dei diritti: “il mio corpo, la mia scelta” rovesciato, il velo come libertà, il divieto come discriminazione.
Non chiede alle femministe di convertirsi, chiede solo di essere difeso da loro.
A Teheran una ragazza si toglie il velo e non sa se torna a casa.
A Parigi una ragazza se lo mette e conta i like.
In una periferia italiana una terza ragazza guarda le altre due e capisce che nessuno verrà a liberarla.
Il velo islamico per il PD non è un problema.
Nella foto le sue esponenti: Boldrini, Mogherini e Serracchiani. E se qualcuno pretende di imporlo come obbligatorio, si può sempre non andare.





