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La policrisi dell’ordine internazionale

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Nell’ultima puntata della nuova edizione di Zenit, il fondatore di Agenzia Nova Fabio Squillante e il conduttore di Urania News Paolo Bozzacchi, fanno il punto sulle crisi internazionali con l’ex ambasciatore e Sherpa G7 Luigi Mattiolo

A cura di Agenzia Nova

L’architettura di sicurezza costruita negli ultimi anni tra Israele e alcuni Paesi arabi del Golfo può sopravvivere alla crisi aperta dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e alla successiva guerra nella Striscia di Gaza.

Lo ha detto l’ex ambasciatore e Sherpa G7, Luigi Mattiolo, parlando con il fondatore di Agenzia Nova, Fabio Squillante e il conduttore di Urania News, Paolo Bozzacchi nella puntata di Zenit dal titolo “La policrisi dell’ordine internazionale”.

Mattiolo ha richiamato in particolare gli Accordi di Abramo, il processo promosso dagli Stati Uniti che dal 2020 ha portato Israele a normalizzare le relazioni con Emirati Arabi Uniti e Bahrein e successivamente ad avviare analoghi percorsi con Marocco e Sudan.

Nonostante la guerra a Gaza e il forte deterioramento dell’immagine di Israele nel mondo arabo, ha osservato l’ex ambasciatore, “nessuno dei firmatari degli accordi di Abramo li ha denunciati”.

Gli accordi hanno creato negli ultimi anni rapporti diplomatici, economici e di sicurezza prima inesistenti o mantenuti prevalentemente dietro le quinte. Secondo Mattiolo, a mantenere in piedi questa convergenza contribuiscono anche minacce e interessi comuni.

Tra questi ha citato la Fratellanza musulmana, movimento islamista sunnita transnazionale guardato con forte sospetto da diverse monarchie del Golfo e considerato dagli Emirati Arabi Uniti un’organizzazione terroristica.

Per Abu Dhabi e altri governi della regione, la crescita di movimenti politici legati alla Fratellanza rappresenta da anni una possibile minaccia agli equilibri interni e alla stabilità delle monarchie.

“Questa architettura di sicurezza che vedrà da un lato Israele e dall’altro i Paesi del Golfo potrà sopravvivere a questa crisi”, ha affermato Mattiolo.

Resta però aperto, a suo giudizio, l’interrogativo sulla natura del nuovo equilibrio regionale: “Quello che non so è se questo assetto contribuirà alla pacificazione o sarà una forma di confrontazione fra due comunità”.

La questione è diventata ancora più attuale con la nuova escalation tra Arabia Saudita e Houthi. Il movimento politico e militare yemenita anche noto come Ansar Allah (“I partifiani di Dio), radicato nel nord del Paese e allineato all’Iran, controlla Sana’a e vaste aree dello Yemen e dispone di missili e droni con cui negli ultimi anni ha colpito obiettivi sauditi e minacciato la navigazione nel Mar Rosso.

Nelle ultime settimane gli Houthi hanno ampliato il proprio controllo lungo la costa yemenita e intorno allo strategico stretto di Bab el Mandeb, mentre sono ripresi gli attacchi contro l’Arabia Saudita e i raid della coalizione guidata da Riad.

Interpellato sull’ipotesi che Israele possa intervenire in sostegno dell’Arabia Saudita contro gli Houthi, Mattiolo ha osservato che lo Stato ebraico “ne avrebbe sicuramente le capacità”, ma che si tratterebbe di “una decisione politica particolarmente complicata”, soprattutto nell’attuale fase politica israeliana.

Guardando oltre l’emergenza immediata, secondo Mattiolo una convergenza fra Israele e Arabia Saudita risponderebbe agli interessi strategici di entrambi e potrebbe modificare profondamente gli equilibri mediorientali.

“Una convergenza fra Israele e l’Arabia Saudita sarebbe anche negli auspici”, ha affermato l’ex ambasciatore, indicando proprio un futuro rapporto tra Riad e lo Stato ebraico come una delle possibili chiavi per affrontare anche “il destino della causa palestinese” e la questione dei luoghi santi.

“In un ordine internazionale sempre più segnato dai rapporti di forza, Paesi di media dimensione come l’Italia rischiano di vedere ridotta la propria capacità di incidere se non agiscono attraverso un’Unione europea più integrata e più ampia. La legge del più forte sembra prevalere sulla forza della legge”, ha affermato Mattiolo, osservando che questa trasformazione pone problemi particolarmente rilevanti “a un Paese come l’Italia e alle medie potenze”.

Riprendendo un’espressione del primo ministro canadese, l’ex ambasciatore ha aggiunto: “Se noi medie potenze non siamo seduti al tavolo, rischiamo di essere parte del menu”.

Secondo Mattiolo, per l’Italia la risposta non può essere né una politica estera fondata esclusivamente sugli interessi nazionali né, all’opposto, soltanto sui principi.

“Sarebbe un errore agire solo per interessi, ma anche un’illusione agire solo sulla base di valori”, ha spiegato. Roma deve quindi partire dai Paesi con cui condivide entrambi, innanzitutto i partner dell’Unione europea.

In un sistema internazionale nel quale “la dimensione conta”, ha proseguito Mattiolo, diventano centrali sia una maggiore integrazione fra gli Stati membri sia l’allargamento dell’Unione ai Balcani occidentali, vale a dire Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord e Serbia.

“Processi come quello di una maggiore integrazione comunitaria e processi come un allargamento dell’Unione europea ai Balcani occidentali sono una componente fondamentale di questa strategia”, ha affermato.

Per l’ex ambasciatore, il rafforzamento dell’Europa non implica tuttavia un allontanamento dagli Stati Uniti. Il legame transatlantico e la NATO restano, a suo giudizio, essenziali per la sicurezza del continente, mentre l’Italia deve continuare a mantenere capacità di dialogo anche con i Paesi del Mediterraneo allargato e del Golfo.

La priorità, ha sottolineato Mattiolo, è evitare che in un sistema sempre più competitivo le singole potenze europee si trovino a negoziare separatamente con attori dotati di un peso economico, militare e demografico molto maggiore.

“La Germania, nonostante la crisi del modello industriale costruito negli ultimi decenni, manterrà un ruolo centrale negli equilibri dell’Unione europea e sarà uno dei principali pilastri della futura architettura di difesa del continente. Berlino può ancora contare moltissimo”, ha affermato Mattiolo, ricordando che la Germania resta la prima economia dell’Unione europea ed è profondamente integrata nelle catene produttive di Paesi come Italia, Francia e Spagna.

Una dipendenza reciproca emersa chiaramente durante la pandemia, quando il fermo degli stabilimenti nell’Europa meridionale provocò difficoltà anche alle fabbriche tedesche per la mancanza di componenti.

La Germania attraversa tuttavia una fase di profonda trasformazione economica e politica. Il modello fondato sull’energia russa a basso costo e sulle forti esportazioni verso la Cina è entrato in crisi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, mentre l’industria automobilistica tedesca deve fare i conti con costi elevati e con una crescente concorrenza dei produttori cinesi.

Volkswagen e altri grandi gruppi tedeschi hanno avviato pesanti programmi di ristrutturazione, mentre sul piano politico l’avanzata di Alternative fur Deutschland (AfD), vincitrice delle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt, ha ulteriormente aumentato la pressione sui partiti tradizionali.

“La Germania avrà, soprattutto in una prospettiva italiana, un ruolo gigantesco”, ha detto Mattiolo. Una delle questioni centrali sarà, secondo l’ex ambasciatore, riuscire a conciliare “gli obiettivi climatici con l’esigenza di impedire la desertificazione industriale del nostro continente”, preservando allo stesso tempo la competitività della manifattura europea.

A questo si aggiunge la crescente dimensione militare. Berlino sta aumentando rapidamente la spesa per la difesa e gli investimenti nelle capacità industriali e militari, in una fase nella quale la sicurezza europea è tornata al centro delle priorità tedesche. I

l progetto di bilancio per il 2027 prevede circa 109 miliardi di euro per la difesa, mentre il governo ha ulteriormente ampliato i programmi di cooperazione industriale e approvvigionamento militare.

Per capacità economica e industriale e per la propria posizione geografica verso l’Est europeo, la Germania “sarà al centro della futura struttura e dei futuri assetti della difesa europea”, ha affermato Mattiolo.

L’ex ambasciatore ha tuttavia invitato a non immaginare una semplice conversione delle fabbriche automobilistiche alla produzione bellica. “Non credo molto al fatto che l’operaio Volkswagen, che faceva testate di motori termici fino a ieri, si possa mettere a fare cannoni”, ha osservato.

Quella stessa struttura industriale, ha però aggiunto, “ha già dimostrato di avere grandi capacità di flessibilità”, e per questo “sicuramente la Germania sarà al centro di tutto questo”.

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