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USA e Iran, due strategie contrapposte

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USA e Iran, due strategie contrapposte

Tempo, il fattore decisivo

C’è una scena che torna in mente mentre si osserva quello che sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz.

Anno 2000, porto di Aden. Il USS Cole è fermo per un rifornimento. Il mare è calmo, la situazione sembra sotto controllo. Poi una piccola imbarcazione si avvicina. Due uomini a bordo. Nessun allarme immediato. Pochi istanti dopo, un’esplosione apre uno squarcio enorme nello scafo.

Diciassette marinai morti. Una nave da guerra quasi perduta.

All’epoca, molti non conoscevano nemmeno il nome del gruppo responsabile: Al Qaeda.
Oggi quella scena non è solo memoria. È un precedente operativo.

Secondo un’analisi del The New York Times, il rischio che qualcosa di simile – o più sofisticato – accada nello Stretto di Hormuz non è teorico. È incorporato nella situazione attuale.

Sul campo, il quadro è questo: l’Iran ha trasformato lo stretto in un punto di pressione, minacciando il traffico commerciale dichiarando un blocco navale. Gli Stati Uniti hanno risposto con un blocco navale limitato alle navi che commerciano con l’Iran e una presenza navale significativa nel Golfo di Oman e nel Mar Arabico, con cacciatorpediniere in pattugliamento e copertura aerea costante.

La tregua regge ma sta per scadere.

Le navi americane restano a distanza. Non troppo lontane da perdere il controllo dell’area, ma nemmeno abbastanza vicine da entrare in una zona dove il tempo di reazione si riduce drasticamente.

Perché è proprio il tempo il fattore decisivo.

Un missile antinave lanciato da terra, radente alla superficie del mare, può comparire all’improvviso sul radar. Una barca veloce, carica di esplosivo, può emergere dal traffico civile.
Uno sciame di droni marittimi può saturare le difese in pochi minuti.

E qui si torna alla lezione del Cole.
Non serve superiorità tecnologica per creare un problema serio. Serve un punto debole, e la capacità di colpirlo con decisione.

L’Iran non ha una marina in grado di affrontare direttamente quella americana e le sue navi principali sono state affondate. Ma ha costruito qualcosa di diverso: una rete di minacce distribuite. Piccole imbarcazioni veloci, mine, droni, missili mobili. Una strategia che punta a complicare, rallentare, logorare.

Non è una battaglia navale nel senso classico. È un ambiente ostile, dove ogni oggetto può diventare un vettore d’attacco.

Gli americani, da parte loro, non sono fermi. Dopo il 2000 hanno modificato profondamente le regole di ingaggio e le capacità difensive: più armi a corto raggio, sensori avanzati, elicotteri Seahawk armati, droni di sorveglianza che orbitano sopra le unità navali.

L’idea è intercettare la minaccia il più lontano possibile dalla nave.
Ma nessun sistema è progettato per essere perfetto.

Il problema, come sottolineano diversi analisti, è la saturazione. Se le minacce arrivano in numero sufficiente, qualcosa passa. È una legge quasi matematica, più che militare.

E gli esempi recenti non mancano. Nel Mar Nero, la flotta russa ha subito perdite rilevanti per effetto combinato di missili e droni navali. Navi colpite, ritirate forzate, riduzione della libertà operativa.

Questo tipo di guerra – economica nei mezzi, selettiva negli obiettivi – è esattamente quella che attori come l’Iran possono permettersi.

Nel frattempo, nello Stretto di Hormuz, le rotte commerciali restano sotto pressione. Ogni passaggio è una valutazione del rischio. Ogni movimento è osservato.
Non è ancora tornati a uno scontro diretto. Ma è una situazione che può evolvere rapidamente.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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