Home editoriali Uscire dalla sindrome di Cassibile

Uscire dalla sindrome di Cassibile

0
sindrome di Cassibile

Con Washington o con Londra?

In uno dei suoi pregevoli articoli, Elena Tempestini ha scritto che in una dinamica quale quella della guerra degli USA all’Iran “si inserisce un elemento nuovo e decisivo, per la prima volta dall’inizio della crisi, Londra e Parigi intervengono nello stesso spazio operativo in cui è già presente Washington.

Non come semplice supporto, ma con una propria iniziativa, una propria linea, una propria costruzione di coalizione. Non è una rottura, ma non è nemmeno una semplice continuità. È una differenziazione operativa che si manifesta sullo stesso terreno”.

Elena Tempestini ha colto nel segno, ma va precisato che non si tratta dell’occupazione di uno spazio operativo, ma di uno spazio strategico, perché stabilire chi comanda sullo Stretto di Hormuz, oggi, significa stabilire chi domina i mari, ossia lo “spazio mondo”.

Londra e Parigi insieme, ossia i rappresentanti dell’ex Impero britannico, con il suo corredo di teste coronate europee, in alleanza con la finanza ebraica che ha messo all’Eliseo il suo attuale inquilino, intendono occupare lo stesso spazio degli Stati Uniti.

La sfida è chi comanda i mari, ossia lo “spazio mondo”.

Chiarito questo aspetto, emerge un problema che riguarda l’Italia, la quale oltre che essere affetta dalla sindrome del Gattopardo lo è anche dalla sindrome di Cassibile.

Dopo la firma dell’armistizio di Cassibile, il 3 settembre (reso noto l’8 settembre) l’Italia, occupata dagli Alleati era diventata “occupata e alleata” degli Alleati.

La restante parte dell’Italia, occupata dai tedeschi, era diventata “occupata e alleata” dei precedenti alleati.

La divisione dell’Italia, non solo territoriale, ma politica e ideologica, ha prodotto una guerra civile e, soprattutto, grazie ai Savoia, ha ancora una volta dimostrato di essere sempre con Franza o con Spagna purché se magna.

Prima con Hitler, per spartirsi la vittoria, poi con gli Alleati, per evitare di subire la sconfitta.

Archiviati i Savoia, è arrivata la Repubblica con la sua Costituzione.

Scrive Francesco Cossiga: “La Costituzione italiana non è, a mio avviso, una delle migliori costituzioni dell’Europa del dopoguerra. Direi che è una Costituzione «immobilista». Un piccolo trattato di Yalta, io dico. Nel senso che fu il primo grande compromesso storico che ha evitato all’Italia la guerra civile”. [i]

Non quella tra partigiani e repubblichini, ma quella che avrebbero innescato coloro che della Svolta di Salerno non ne volevano sapere, i bordighiani del PCI, o coloro che hanno tentato di continuare la lotta partigiana intendendola come parte di una rivoluzione socialista.

Sono quelli che hanno aiutato e coperto gli Anni di Piombo.

“Un giorno – scrive Cossiga – Alberto Franceschini, uno dei primi leader della Brigate Rosse, mi raccontò che quando si dimise dal Partito comunista e andò da un mitico leader della Resistenza della sua città, Reggio Emilia, a dirgli che stava per passare alla lotta armata, questo vecchio capo partigiano, decorato al valore militare, gli diede una pistola e il suo mitra, un vecchio «Sten» inglese, e gli disse: «Compagno, riprendi da dove ci hanno fatto fermare»”. [ii]

Chi li ha fatti fermare? L’accordo tra De Gasperi e Togliatti, la Svolta di Salerno.

Per una guerra civile post bellica “i presupposti – scrive sempre Cossiga – c’erano tutti, ma De Gasperi e Togliatti fecero il capolavoro: io non ci sarò, ma spero che prima o poi l’iconografia nazionale li celebri insieme: in un francobollo, in un medaglione, in un monumento”. [iii]

Ora la questione si pone, direttamente nell’attualità, in quanto l’Italia di Alcide De Gasperi, con l’assenso di Palmiro Togliatti (svolta di Salerno), scelse come alleato privilegiato Washington e non Londra.

C’è una questione interna, che riguarda chi, in vari modi, ricalca oggi le orme di Franceschini e c’è una questione esterna, che riguarda il rapporto con l’Alleato con la A maiuscola, ossia gli Stati uniti d’America, che non può essere ancora una volta “tradito” (come tutti gli altri nel passato) per passare con gli Alleati Londra – Parigi che intendono occupare lo “spazio mondo” marino al posto degli USA.

I pizzini del Cremlino a nome e per conto, probabilmente, avevano come obiettivo una sorta di memento all’Italia di Cassibile per dire che non si cambiano alleanze disinvoltamente per poi tradirle disinvoltamente.

Tradotto: o si sta con gli USA o si sta con gli anglo francesi, i quali vogliono occupare lo “spazio mondo” di Washington, mettendo in crisi la proiezione imperiale degli Usa.

Va così che i leader dell’Unione europea hanno discusso, tra di loro, a Cipro, di misure di emergenza per fronteggiare la crisi economica scatenata dalla guerra e con i leader regionali mediorientali su diplomazia e garanzie per favorire la fine del conflitto con l’Iran.

La riunione dell’Unione europea si è rivelata, come al solito, propositrice di chiacchiere di facciata e di profonde divisioni nella sostanza.

In questa occasione l’Italia si è distinta per la messa in discussione di molti punti fondamentali della fallimentare strategia europea.

L’interruzione delle forniture energetiche conseguente alla guerra con l’Iran ha fatto impennare i prezzi dell’energia in tutta Europa, suscitando timori di carenze di scorte e danni economici sul lungo termine e ha spinto Giorgia Meloni a ipotizzare la necessità di uno scostamento dal Patto di stabilità.

Posizione in netto contrasto con quello della funzionaria Von der Leyen, la quale non fatto concessioni sui margini di spesa richiesti da diversi governi europei, escludendo l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità, poiché le attuali condizioni economiche non giustificherebbero una sospensione del rigore di bilancio.

La strategia di Bruxelles si concentra sull’ottimizzazione delle risorse già disponibili, per esempio i circa 95 miliardi di euro ancora inutilizzati del Next Generation EU per investire massicciamente in infrastrutture, reti energetiche e tecnologie per l’accumulo, puntando inoltre a una semplificazione normativa per accelerare i processi di autorizzazione. Follia ideologica di un burosauro ormai fuori dalla realtà.

Giorgia Meloni ha giudicato la risposta della Commissione troppo timida e inadeguata a sostenere le economie con spazi fiscali limitati. Il presidente del Consiglio italiano ha ribadito la necessità di scorporare le spese per la crisi energetica dal calcolo del deficit, sul modello di quanto già fatto per le spese di difesa, per evitare di accentuare le disparità tra gli Stati membri.

Il vertice di Nicosia ha riacceso, pertanto, la frattura tra il fronte dei Paesi “frugali” e quelli favorevoli a una maggiore flessibilità. Mentre la Spagna di Pedro Sanchez si è allineata alle posizioni italiane, il blocco rigorista composto da Germania e Paesi Bassi si è mostrato inamovibile.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il premier olandese Rob Jetten hanno respinto fermamente l’ipotesi di emissione di debito comune o di aumento della spesa, proponendo invece una riallocazione delle risorse e una riduzione complessiva del bilancio europeo per il periodo 2028-2034.

Poi, e qui si entra nel cuore del problema internazionale, la Von der Leyen ha dichiarato che si sta lavorando per rafforzare i legami economici, commerciali e politici con Giordania, Egitto, Siria e le monarchie del Golfo, e ha proposto di allargare questi partenariati al settore della difesa.

“Potremmo prendere in considerazione la possibilità di ampliare la portata di missioni come l’operazione Aspides, passando dalla semplice protezione a un sofisticato coordinamento marittimo congiunto. La minaccia della proliferazione di massa di droni e missili – ha detto la Von der Leyen – è purtroppo una realtà condivisa. Dovremmo istituire una cooperazione strutturale per aumentare la produzione nella difesa”.

I funzionari europei hanno avanzato l’idea di una forza multinazionale per scortare le navi commerciali e sminare lo Stretto di Hormuz, ma il piano è ancora in una fase iniziale e non è chiaro se verrà attuato.

Per il momento chiacchiere, ma l’idea di entrare nel gioco bellico c’è.

Nel vertice europeo, comunque sia, sono prevalsi i no.

Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, a margine del Consiglio europeo informale a Nicosia, ha affermato: “La proposta della Commissione europea di imporre alle grandi imprese un prelievo aggiuntivo per aumentare le risorse proprie non è qualcosa con cui possiamo essere d’accordo. Non esiste una base giuridica per questo nell’Unione europea, quindi non può essere proposta dalla Commissione. Inoltre, anche se lo fosse, la domanda sarebbe: perché stiamo riducendo il carico fiscale sulle imprese in Germania e in altri Paesi e allo stesso tempo introduciamo nuovi prelievi e nuovi oneri, basati sul fatturato o sugli utili?”

Il cancelliere ha ricordato il no tedesco a nuovo indebitamento, anche a livello europeo, in un momento in cui quasi tutti gli Stati membri stanno facendo grandi sforzi per consolidare le finanze pubbliche.

Inoltre, per Merz, “in una situazione in cui quasi tutti gli Stati membri stanno facendo grandi sforzi per consolidare le finanze pubbliche, un enorme aumento del bilancio dell’Ue non sarebbe realistico. Questo significa che dovremo effettuare tagli orizzontali in molti settori”.

Molto critica la posizione di Giorgia Meloni, la quale ha detto: “Sul fondo per la competitività ho posto la questione che i fondi chiaramente devono essere indirizzati all’innovazione tecnologica, ma noi dobbiamo accompagnare anche la trasformazione dell’industria tradizionale, dobbiamo accompagnare le nostre filiere storiche importanti, e non dobbiamo dimenticare il ruolo delle PMI” in quanto “un pezzo significantissimo dell’economia europea è legato alle PMI”.

Ergo, basta con l’ideologia nefasta del Green Deal, con le follie che stanno distruggendo l’Europa.

Sulla crisi energetica, ha aggiunto Giorgia Meloni, “mi sembra di non essere sola in seno al Consiglio. Io continuo a ritenere che, ad esempio, quando si parla di allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, questo può essere sensato. Ovviamente le due questioni che ho posto sono: quali sono i settori che vengono coinvolti, perché su questo abbiamo degli interessi che vanno considerati, come il settore degli autotrasportatori. E poi c’è la questione della capacità fiscale, che non è uguale negli Stati membri. Quindi se non si parte da un allentamento dei vincoli almeno per questi settori, ovviamente si parla di una misura che è buona per alcuni e non per altri. E noi di tutto abbiamo bisogno tranne che di creare disparità nell’Ue. Non sono la sola a chiedere queste misure, c’è un dibattito, ci sono Paesi che non sono d’accordo ma ho trovato consapevolezza della situazione”.

Più complessa la situazione sul fronte internazionale, anche se Giorgia Meloni pare abbia ben capito i messaggi provenienti da Usa e Russia e qui torniamo al problema iniziale di Londra e Parigi che vogliono occupare lo “spazio mondo” Usa.

“Non ho sentito Trump” ha detto Giorgia Meloni, affermando che comunque “con gli Usa i rapporti sono sempre solidi”.

“Non ho detto – ha aggiunto – che le spese militari non sono la priorità, ho detto che oggi abbiamo delle priorità molto importanti. Le spese per la difesa restano importanti, ma se abbiamo il problema dell’energia, capite che c’è una priorità che purtroppo viene prima. Bisogna adattare le proprie posizioni a un contesto che sta cambiando”.

Cambio di atteggiamento anche nei confronti di Putin? Nemmeno l’ombra.

“Per quello che riguarda Putin nel G20, io penso – ha detto Giorgia Meloni – che questo sia il momento in cui siamo noi a chiedere a Putin di fare qualche passo avanti e non noi a farlo nei suoi confronti. Perché noi e gli americani soprattutto in questi mesi abbiamo fatto diversi passi avanti verso la Russia e dall’altra parte non abbiamo visto altrettanti passi avanti e credo sia il momento di pretenderli”.

Quali passio in avanti si siano fatti è difficile da capire: sanzioni al 20° pacchetto, no al gas russo, 90 miliardi a Kiev e, per quanto riguarda l’Italia, un accordo per la produzione di droni con Zelensky, che è come dire, alimentiamo insieme il conflitto con Mosca.

L’Italia e l’Ucraina, infatti, intendono collaborare nello sviluppo di nuovi droni militari, mentre la Russia accusa quattro aziende italiane di collaborare alla produzione dei droni ucraini utilizzati nel conflitto.

Il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, ha incontrato il 15 aprile a Roma il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky.

“Ci siamo confrontati molto – ha detto Giorgia Meloni – anche su come rafforzare la nostra cooperazione in materia di difesa. L’Italia, in particolare, è molto interessata a sviluppare una produzione congiunta, soprattutto sulla materia dei droni, settore nel quale sappiamo bene che l’Ucraina, in questi anni, è diventata una nazione guida”.

Lo stesso giorno il ministero russo degli Affari Esteri ha invece pubblicato un post su X con l’elenco dei nomi e degli indirizzi di undici imprese ucraine con stabilimenti in Europa dove verrebbero prodotti droni impiegati per attacchi contro la Russia e di altre dieci società europee, israeliane e turche che fornirebbero a Kiev componenti per i velivoli radiocomandati ucraini.

“Il 26 marzo – si legge nel post – i leader di diversi Paesi europei hanno deciso di aumentare la produzione e la fornitura di droni all’Ucraina per utilizzarli in attacchi sul territorio russo. Queste azioni dei leader europei rischiano di trascinare i loro Paesi in una guerra con la Russia”.

E qui siamo di nuovo di fronte alla solita questione della sindrome di Cassibile. Da un lato si afferma di voler essere fermamente con gli Stati Uniti e dall’altro si finge di non capire che gli USA vogliono chiudere la guerra in Ucraina, non solo perché non vogliono più spendere soldi e armi, ma anche per il fatto che non considerano Mosca un nemico a differenza dell’Unione europea e dell’asse Londra – Parigi.

La questione, pertanto, è se si sta con la vecchia alleanza, quella voluta da De Gasperi con Washington o se si gioca a mettersi con l’asse Londra-Parigi che intende alimentare lo scontro con la Russia, mentre tenta anche di invadere lo “spazio mondo marittimo” degli Usa.

Stare con i piedi in troppe scarpe fa perdere la bussola.

Inoltre, la follia europea non è solo economica, ma bellicista.

La von der Leyen ha tolto dal cassetto la questione dei capitoli dei trattati che riguardano la solidarietà, compresa quella bellica.

“Il trattato – ha detto la von der Leyen – è molto chiaro sul «che cosa» e afferma con forza che esiste un obbligo per gli altri Stati membri di sostenere quello che si trova in difficoltà. Il trattato non è invece chiaro su «quando» e su «chi fa cosa». Ed è proprio questo il tema su cui stiamo lavorando intensamente. Gli Stati membri sanno esattamente come attivarlo. Ognuno conosce le proprie responsabilità e i propri doveri, si attiva una catena di intervento, e il sistema funziona in modo molto efficace”.

“C’è un secondo elemento – ha aggiunto la von der Leyen che abbiamo iniziato a discutere: cosa accade nel periodo precedente all’attivazione della clausola di difesa reciproca. Questo periodo è la «zona grigia» degli attacchi ibridi, degli attacchi informatici, della disinformazione e della manipolazione. È una fase molto importante, perché serve a creare consapevolezza tra gli Stati membri che qualcosa si sta sviluppando. Nel migliore dei casi, è un momento in cui si può lavorare per prevenire un’escalation verso un conflitto armato e per favorire la de-escalation”.

In presenza di guerre che sono dichiaratamente ibride da tutti quelli che se ne occupano professionalmente, il tirar fuori dal cassetto la “zona grigia” significa solamente dire, senza dirlo apertamente, che siamo in guerra con la Russia perché Mosca usa gli attacchi informatici, la manipolazione, la disinformazione.

Cosa facciamo, dichiariamo guerra alla Russia perché parla male dell’Unione europea e scatena i suoi giornalisti? C’è davvero un’escalation verso un conflitto armato? Siamo alla demenzialità più spinta o c’è qualcuno che ci pensa davvero?

Se la von der Leyen pensa che ci sia una possibile escalation verso un conflitto armato con la Russia da parte dei paesi europei, anche solo per averlo pensato, va cacciata, in compagnia di tutti quelli che stanno con i “Volonterosi” e con l’asse Londra Parigi.

Ecco perché la sindrome di Cassibile va superata, così come va attuata ogni azione tesa a chiudere il più alla svelta possibile una guerra persa come quella dell’Ucraina.

[i] Francesco Cossiga, la versione di K, Eri-Rai Rizzoli

[ii] Francesco Cossiga, la versione di K, Eri-Rai Rizzoli

[iii] Francesco Cossiga, la versione di K, Eri-Rai Rizzoli

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui