Per diventare un Paese maturo e democratico
Il 25 aprile dovrebbe essere finalmente il simbolo della liberazione dagli stereotipi che hanno accompagnato la cosiddetta “Storia Patria”, basati su narrazioni degli avvenimenti false, addomesticate a fini propagandistici che sarebbe ora di abbandonare per diventare, a tutti gli effetti, un Paese democratico, maturo, esente da contaminazioni ideologiche.
Vogliamo finalmente dirci che tutta la narrazione del Risorgimento è degna delle più scontate tecniche di propaganda di Hollywood?
Non è mai esistito un popolo italiano che ardeva per un’Italia unita e non è mai esistita una monarchia sabauda della quale il popolo italiano anelava di diventare suddito.
Garibaldi è sbarcato in Sicilia per un accordo tra Cavour, l’Inghilterra e i latifondisti siciliani (mafia annessa) e la conquista dell’isola è stata mediata dai Florio.
Abbiamo chiamato brigantaggio la lotta dei partigiani borbonici che si contrapponevano alla conquista dei Savoia per conto degli inglesi.
Abbiamo dimenticato che i piemontesi hanno depredato il Regno delle Due Sicilie e che l’industria del Nord è nata grazie al capitale cosiddetto giudaico massonico tedesco e svizzero.
Abbiamo dimenticato che le guerre d’indipendenza i Savoia le hanno fatte con Napoleone III che voleva uno Stato cuscinetto nei confronti dell’Austria e che il re Borbone Ferdinando è stato rimesso sul trono dalle truppe austriache pagate con un prestito dei Rotschild.
Queste pagine di “Storia Patria” le abbiamo mischiate in una ratatouille frullata chiamata Risorgimento perché così andava bene alla propaganda dei Savoia.
Gli italiani hanno cominciato a sentirsi tali solo dopo aver versato il loro sangue insieme nelle trincee della prima guerra mondiale, dove, però, chi comandava è passato con disinvoltura dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa, a dimostrazione del fatto che, come dice il broccardo popolare: con Franza o con Spagna, purché se magna.
L’Italia faceva parte della Triplice Alleanza (con Germania e Austria-Ungheria) stipulata nel 1882. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914), l’Italia era alleata di questi imperi, ma dichiarò la sua neutralità, per poi unirsi all’Intesa nel 1915 firmando il Patto di Londra.
La Triplice Alleanza (1882), formata da Italia, Germania e Austria – Ungheria era un patto difensivo. La Triplice Intesa era formata da Francia, Gran Bretagna e Russia. Nel 1914 l’Italia non entrò in guerra con gli alleati (Germania/Austria) dichiarando la natura difensiva non valida. Nel 1915, cambiò fronte passando alla Triplice Intesa.
Ci siamo raccontati che l’intervento fosse frutto di amor patrio quando è ormai noto che gli inglesi finanziarono Benito Mussolini, allora giornalista, per dare corpo ad una propaganda interventista a fianco dell’Intesa (vedi il “Nero di Londra” – Ed. Chiare Lettere, 2022- testo frutto delle ricerche d’archivio di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino).
Il lavoro di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino è il frutto della consultazione delle le carte dell’archivio personale (150 faldoni) di Sir Samuel Hoare, declassificate e conservate nella biblioteca dell’Università di Cambridge.
Nero di Londra descrive il sostegno economico a “The count” (Mussolini) fin dalla nascita del quotidiano “Il Popolo d’Italia” (1914) poi ai Fasci italiani di combattimento (fondati nel 1919) e i sostanziosi finanziamenti economici e logistici alla Marcia su Roma.
Tutti fondi che arrivarono a Mussolini e soci attraverso finanziamenti ai giornali in modo che non emergesse per nessun motivo il coinvolgimento diretto degli inglesi.
Già ne “Il golpe inglese” (Ed. Chiare Lettere, 2011), Fasanella e Cereghino scrivevano che “nella fase finale della prima guerra mondiale i servizi britannici foraggiano abbondantemente uomini di partito, direttori di giornali e giornalisti perché conducano una campagna di stampa a favore di Gran Bretagna e Francia, in funzione anti Germania ed Austria per evitare che il Governo italiano uscisse dalla guerra in corso e, come aveva fatto la Russia, firmasse un accordo separato con gli austrotedeschi, mettendo in grossa difficoltà l’Inghilterra che sarebbe rimasta da sola. E tra costoro c’è anche Benito Mussolini, ex esponente di punta del Partito Socialista, che percepisce 100 sterline alla settimana da Sir Hoare”.
L’informazione viene riportata anche nella nota 28, a pag. 29 dello storico britannico Christopher Andrew nel suo libro The Defence of The Realm: The Authorized Official History of MI5, Alfred A. Knopf, New York, 2009).
La storia del Duce uomo degli inglesi è stata ripresa anche da The Guardian con il titolo: “Mussolini era una spia dell’MI5”.
Il giornale inglese scriveva che Mussolini, con uno stipendio di 100 sterline a settimana – equivalenti a 6.000 di oggi – oltre che a far campagna dalle colonne del suo Popolo d’Italia, doveva assicurarsi che i protestanti pacifisti non riuscissero nel loro intento di fermare le fabbriche di Milano.
La rivelazione è parte del libro di Christopher Andrews Defence of the Realm, biografia autorizzata dell’MI5, pubblicato per celebrare i 100 anni del corpo.
«Al tempo – spiega al Peter Martland, lo storico di Cambridge che ha scoperto i documenti – l’alleato meno affidabile della Gran Bretagna era l’Italia. La Russia aveva appena lasciato il conflitto dopo la rivoluzione. Erano molti soldi per un uomo che faceva il giornalista, ma l’ultima cosa che il Regno Unito desiderava era vedere le fabbriche di Milano fermarsi per scioperi pro-pace».
In seguito i Savoia, con Mussolini alias The count, hanno giocato a fare gli imperatori (Faccetta nera, bella abissina), si sono alleati con Hitler, hanno varato le leggi razziali, hanno invaso la Russia.
L’Armir era un’armata di invasione della Russia, non un esercito di liberazione.
Con la stessa disinvoltura usata nel passare dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa, l’Italia dei Savoia ha firmato l’Armistizio, che era una resa incondizionata agli alleati, tra i quali, va ricordato, c’era la Russia, quella invasa dai soldati italiani, che liberò Berlino, Auschwitz, ma che scomparirà dalla propaganda post bellica perché gli altri Alleati avevano inaugurato la Guerra Fredda.
Forse, non è a caso che la Russia, anche se con un rutto volgare, ha scelto i giorni prossimi al 25 aprile per ricordare agli italiani che stavano con Hitler e con l’Operazione Barbarossa.
Firmato l’armistizio l’Italia di Cassibile, dal 3 settembre 1943 al 25 aprile 1945, è diventata alleata degli Alleati. Come cambiamento di casacca è perfettamente in linea con il trasformismo endemico nel Bel Paese.
Non è bello sentirci ricordare dal propagandista di regime russo le nostre magagne.
Dopo aver insultato Giorgia Meloni, in una nuova puntata di Solovyov Live, intitolata ‘Appello all’Italia – finanziatori del nazismo’, il russo ha sparato nuove bordate contro Kiev e contro i leader dell’Unione europea, colpevoli a suo avviso di aver “allevato il nazismo ucraino”.
“Ieri hanno stanziato altri 90 miliardi. Vi applaudono i discendenti dei nazisti – ha detto Solovyov -. Ursula von der Leyen, Kaja Kallas, Merz, Pistorius, Meloni, Macron, che non sono discendenti di De Gaulle, ma di Petain”.
Se l’ambasciatore in Italia Alexey Paramonov, all’indomani della convocazione alla Farnesina, ha tentato di derubricare le parole di Solovyov come “estrapolate dal contesto” e di relegarle a posizioni “personali”, la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca, Maria Zakharova, ha invece fatto capire che il giornalista interpreta quel che si pensa a Mosca dopo l’ennesimo pacchetto di sanzioni europee.
“L’unica persona che può trovare le parole giuste in questa situazione è Vladimir Solovyov. Fratello, non deludermi”, ha scritto su Telegram la portavoce di Sergej Lavrov.
Che sia la Russia e non un giornalista ad essere su tutte le furie è dimostrato dalla ripresa degli attacchi di Vladimir Solovyov sul suo canale.
Dopo aver attaccato la premier e il suo sostegno all’Ucraina, l’anchorman russo, pur senza citarli direttamente, ha attaccato l’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il presidente Sergio Mattarella.
La tempistica non è indifferente. Le invettive arrivano a pochi giorni dalle celebrazioni del 25 aprile.
“Si è parlato delle ‘impronunciabili’ offese alla premier italiana ma non di quello di cui ho parlato” – ha esordito Solovyov, in una puntata della sua trasmissione che si è occupata, guarda caso, del ruolo “dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale.
“Voi, italiani, forse non lo sapete – ha detto Solovyov – ma voglio che sappiate della vergogna dei vostri nonni e bisnonni venuti in questa terra per uccidere i cittadini sovietici. Ricordatevi le affermazioni dei vostri politici in carica: quando un vostro politico, come un ministro, dice del comandante supremo che «è peggio di un animale», quando il vostro presidente paragona il nostro Paese al Terzo Reich non capite di cosa parlate”.
I riferimenti sono a quanto affermato da Di Maio su Putin nel 2022 («è peggio di un animale») e da Mattarella, quando nel febbraio 2025 disse che l’invasione russa dell’Ucraina è “della stessa natura delle guerre del Terzo Reich”.
L’Italia è stata liberata da sé stessa dagli Alleati e la storia dei partigiani e della Resistenza come secondo Risorgimento è tutta da riscrivere, come del resto in parte è stato fatto da chi non si è prestato alla propaganda, ma ha messo in luce le efferatezze perpetrate dai fascisti repubblichini e dai partigiani (anche tra di loro) durante la guerra civile nata dopo l’8 Settembre.
Ha ragione Francesco Cossiga quando scrive di guerra civile.
Quando Togliatti è arrivato in Italia, ben conscio di quanto stipulato dagli Alleati a Yalta, da ministro di Grazia e Giustizia ha decretato l’amnistia (Decreto presidenziale 22 giugno 1946, n. 4): un provvedimento di clemenza emanato dal governo De Gasperi I pochi giorni dopo il referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica Italiana (2 giugno 1946). Proposto dal ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti (segretario del PCI), il provvedimento mirava a favorire la pacificazione nazionale dopo la guerra civile, la Liberazione e il periodo di violenze e giustizia sommaria che seguirono il 25 aprile 1945.
Poi è arrivata la Costituzione che Cossiga definisce “quel piccolo trattato di Yalta, formata di pesi e contrappesi in modo che chiunque vincesse non potesse travalicare gli altri”.
Ci sono poi le pagine di storie che non si vogliono vedere, come quelle della Volante Rossa o del triangolo della morte dell’Emilia Romagna o del partigiano di Reggio Emilia che consegna pistola e sten a Franceschini che si sta apprestando a combattere lo Stato italiano con le Brigate Rosse.
Rocco Turi con “Storia segreta del Pci”e “Gladio rossa”, grazie a una ricerca molto documentata sull’emigrazione italiana in Cecoslovacchia, scopre e ricostruisce il fenomeno dei partigiani riparati nel Paese d’oltre cortina per gravi reati commessi in Italia dopo la Liberazione, a partire dalla Volante Rossa, organizzazione comunista eversiva e clandestina, fino a collegarsi direttamente con le origini, la storia e la parabola conclusiva delle Brigate Rosse.
La Volante Rossa, nel dopoguerra, a Milano, ha compiuto numerosi attentati, ferendo e uccidendo fascisti e persone inermi. I protagonisti – Giulio Paggio, Paolo Finardi e Natale Burano – espatriano in Cecoslovacchia e a Praga collaborano attivamente con la scuola di sabotaggio e terrorismo.
Tra le rivelazioni scioccanti, la presenza di italiani ex prigionieri in Russia (i soldati dell’Armir) considerati dispersi, utilizzati per finalità eversive da Francesco Moranino – partigiano, a capo delle brigate garibaldine del Biellese, che dopo la guerra fu eletto al Parlamento, venne processato in contumacia per la strage della missione Strassera e condannato all’ergastolo. Fu in seguito graziato nel 1965 dal presidente Giuseppe Saragat.
Lo stesso Turi, all’indomani del sequestro Moro, scriverà alcuni articoli dimostrando l’esistenza in Cecoslovacchia di campi scuola per terroristi stranieri e italiani: da Feltrinelli e Viel a Franceschini e Curcio, fino ai protagonisti dell’uccisione della scorta di Moro e del suo sequestro.
Vogliamo finalmente prendere atto del Triangolo della morte (o Triangolo rosso), espressione giornalistica e storiografica usata per indicare un’area dell’Emilia-Romagna (con epicentro soprattutto nelle province di Modena, Reggio Emilia e Bologna, talvolta estesa a Ferrara) dove, tra il 1943 e il 1949 (con picco tra la Liberazione del 25 aprile 1945 e il 1946-47), si concentrarono un numero elevato di omicidi e esecuzioni sommarie a sfondo politico?
Le violenze furono perpetrate principalmente da estremisti di sinistra, militanti comunisti o gruppi partigiani non sempre controllati dal comando centrale della Resistenza. Non si trattò solo di “giustizia partigiana” contro crimini fascisti, ma spesso di esecuzioni sommarie, vendette personali o azioni che mescolavano motivi politici, sociali e criminali comuni (furti e rapine camuffati da motivi ideologici).
L’espressione “Triangolo della morte”, originariamente riferita a una zona più ristretta nel Modenese: tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi, o tra Castelfranco, Piumazzo e Manzolino, in seguito fu estesa al “triangolo” più ampio tra Bologna, Reggio Emilia e Ferrara (o province limitrofe).
L’Emilia-Romagna registrò, secondo alcuni documenti del Ministero dell’Interno dell’epoca, uno dei numeri più alti di uccisi e dispersi nel Nord Italia nel periodo post-Liberazione (intorno a 1.500-2.000 tra uccisi e presunti scomparsi nella regione, anche se le cifre variano molto tra fonti).
Le stime sul totale delle vittime in Italia variano notevolmente e sono oggetto di dibattito storiografico: da circa 8.000-15.000 (stime più moderate, come quelle di Giorgio Bocca) fino a 17.000-30.000 secondo fonti governative o antifasciste dell’epoca (Parri, Scelba).
Ora siamo in presenza di nuovo di una sinistra eversiva che alcuni chiamano ancora fatta di “compagni che sbagliano” e che altri non solo coprono, ma proteggono.
C’è, come c’è sempre stata dal secondo dopoguerra ad oggi, una frangia di sinistra eversiva che si avvale di una copertura politica che mantiene alta la tensione con la scusa dell’antifascismo al fine di coprire una logica anti statuale.
C’è chi arriva a dare della pagliacciata al raduno degli alpini, senza nemmeno rendersi conto che gran parte dei volontari della Protezione civile è fatta di alpini o di loro simpatizzanti.
Secondo quanto riportato da diverse testate, c’è chi, sempre della stessa area di sinistra, ha detto che andrebbe somministrata la “ricina” ai proprietari di case che affittano a prezzi speculativi.
C’è chi teorizza l’occupazione delle case come diritto “democratico”. C’è chi sfascia vetrine ad ogni manifestazione ed è coperto da un certo mondo di sinistra, politica e sindacale.
Per farla breve, esiste un fascismo di sinistra, violento, intollerante e antistato che pretende di dettare le regole dell’antifascismo.
Il 25 aprile, se fosse una ricorrenza davvero di liberazione, dovrebbe liberarsi delle false narrazioni, dei fantasmi del passato, dei fascismi rossi e neri di oggi, per arrivare finalmente ad avere un Paese maturo politicamente e democraticamente.





