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Iran, l’alibi dell’Occidente

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Iran, l'alibi dell'Occidente

No alla guerra all’Iran per non “nuocere” al popolo di quel Paese, da mezzo secolo martoriato dagli ayatollah

L’Occidente, quando si trova davanti a certi regimi, somiglia a quei medici di provincia che, pur avendo davanti una cancrena, preferiscono discutere di febbricola per non sporcarsi le mani.
Da quasi mezzo secolo fa così con la Repubblica Islamica dell’Iran: scambia il boia per il malato e il malato per il boia, e nel dubbio non cura nessuno.

La confusione tra regime e popolo non è un errore: è un alibi. Serve a non vedere che il potere nato con la rivoluzione del 1979 – quella dell’Ruhollah Khomeini – non ha mai smesso di comportarsi come una ghigliottina che pretende di essere scambiata per una bilancia. Taglia teste e parla di giustizia. E l’Occidente, con la sua vocazione al sofisma, annuisce.

Nel 1988 le “commissioni della morte” non furono un incidente: furono una dichiarazione di metodo. Le fosse comuni non sono una parentesi della storia iraniana, ma la sua punteggiatura. Eppure, nelle nostre capitali, si continua a leggere quel testo come se fosse una brutta traduzione, non un originale perfettamente comprensibile.

Da allora il copione è rimasto identico: repressione, blackout e negazione. Cambiano i nomi – studenti, donne, operai – ma il finale è sempre lo stesso: il silenzio imposto con il piombo. La morte di Mahsa Amini non ha rivelato nulla di nuovo; ha soltanto tolto il velo a ciò che già si sapeva e non si voleva dire.

E qui entra in scena l’Occidente, che, davanti a ogni sparo iraniano, si mette a contare le virgole dei propri comunicati. Teme di “nuocere al popolo iraniano”, come se quel popolo non fosse già trattato dai suoi governanti come carne da macello amministrata con zelo burocratico. È il paradosso di chi, per non disturbare il carceriere, lascia marcire il prigioniero.

Teheran lo ha capito da tempo: la sua forza non sta nei missili, ma nella nostra esitazione. Ha trasformato la propaganda in una diga e l’Occidente in acqua docile, che preme senza mai rompere.

Ogni volta che il regime spara sulla folla e poi mostra i morti, noi discutiamo se sia opportuno indignarsi. È una forma di masochismo diplomatico, che scambia la prudenza per virtù.

Intanto, si coltiva l’illusione più comoda: che il popolo iraniano possa liberarsi da solo. È una favola edificante, buona per i salotti e per le coscienze.

Ma chiedere a civili disarmati di rovesciare un apparato che da decenni affina l’arte di ucciderli è come chiedere a un condannato all’ergastolo nel Castello d’IF di scavarsi la via d’uscita con un cucchiaio di stagno. Può farlo, certo. Ma solo in un romanzo.

Così si torna sempre allo stesso punto: negoziati con chi viola ogni firma, condanne senza conseguenze, appelli che suonano come necrologi anticipati, penultimatum da Disneyland. Non è politica estera; è un esercizio di retorica e ignavia.

Nel frattempo, il regime continua a fare ciò che sa fare meglio: divorare il proprio popolo e vendere all’estero l’immagine della vittima. E noi, come spettatori distratti, applaudiamo la messa in scena, convinti di assistere a una tragedia, quando siamo complici di una farsa sanguinosa.

La verità, che l’Occidente evita con la stessa cura con cui si evita uno specchio impietoso, è semplice: non è la complessità a paralizzarlo, ma la paura di scegliere e di combattere. E, in politica e in guerra, questa paura ha da sempre il nome di sconfitta.

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