E l’affare Minetti butta la palla in tribuna
Partiamo dall’idea che ci sia un sottomarino che ha lanciato un siluro contro una nave per affondarla e che ci sia un periscopio con i baffini che osserva cosa accade alla nave, se la nave è quella giusta e se ci sono altre navi le cui ciurme si agitano vedendo la scia del siluro.
Se, come qualcuno ipotizza, il siluro era per affondare il ministro Nordio, chi sta al periscopio deve constatare che la nave è passata illesa.
Prima “Il Foglio”, poi “La Verità” hanno portato l’attenzione su una sentenza della Consulta (la 200 del 2006) che ha messo in capo al Quirinale la verifica delle domande di clemenza (le grazie), riducendo, non a caso il ministero di Grazia e Giustizia a ministero di Giustizia.
L’ufficio che si occupa delle clemenze al Quirinale è il Comparto Grazie dell’Ufficio per gli Affari dell’Amministrazione della Giustizia della Presidenza della Repubblica.
L’ufficio si occupa dell’istruttoria e valutazione delle istanze di grazia e di commutazione della pena (provvedimenti di clemenza individuale) che arrivano al Presidente della Repubblica.
L’Ufficio fa parte del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica.
Scrive “Il Foglio” che il Quirinale il Quirinale non può chiamarsi fuori, in quanto “il capo dello Stato non è un passacarte delle proposte di grazia del ministro della Giustizia. Dal 2006 il Colle si è dotato di un ufficio “Comparto grazie”, incaricato di studiare le pratiche. I compiti sono stati spiegati dal suo responsabile in un libro”.
“A ricordare il ruolo centrale svolto dal Quirinale nelle procedure di grazia – scrive “Il Foglio” – è stato proprio il magistrato che dal 2006 è responsabile dell’ufficio “Comparto grazie”, Enrico Gallucci.
In un capitolo scritto per un libro pubblicato nel 2018 (“Costituzione e clemenza”, edito da Futura editrice), Gallucci spiega che “l’esercizio del potere di grazia ha subito un significativo mutamento per effetto della sentenza n. 200/2006″ della Corte costituzionale, che «ha affermato che la titolarità sostanziale del potere di grazia compete al presidente della Repubblica».
In questo quadro, ferma la competenza del ministro della Giustizia in merito allo svolgimento dell’attività istruttoria, «l’affermazione circa la titolarità presidenziale del potere sostanziale di concedere la clemenza individuale ha spostato il baricentro decisionale sulla presidenza della Repubblica, imponendo all’ufficio di supporto al capo dello stato l’esame e la valutazione di tutte le pratiche di grazia», sottolinea Gallucci”.
Se il comandante del sottomarino voleva affondare Nordio e il Governo Meloni ha fallito. Ovviamente il comandante del sottomarino anti Nordio è di sinistra e basta vedere da dove è partito l’input a scoprire le carte della grazia si capisce lontano un chilometro.
Il “fatto!” è che nel frattempo sotto il mare è arrivato un altro sottomarino, che ha ben osservato con un periscopio “baffino” il movimento del naviglio e quando ha capito la manovra in atto ha lanciato il siluro, che, in questo caso, ha fatto centro.
Prima di arrivare al naviglio è necessario soffermarsi sul fatto che fino al 31 dicembre 2025, su oltre 1.700 pratiche esaminate, sono stati adottati solo 36 provvedimenti di clemenza individuale (un numero molto basso rispetto ai Presidenti del passato).
La domanda che sorge spontanea a questo punto è per quale motivo il Quirinale ha sentito l’urgenza di dare il via alla domanda di clemenza della signora Minetti, la quale, nel frattempo, non aveva fatto un giorno di prigione e, tra l’altro, aveva anche chiesto di essere indirizzata ai servizi sociali.
Ieri ho ipotizzato che l’affare Minetti, comprensiva della fretta a graziare, abbia avuto origine da un tentativo di captatio benevolentiae nei confronti dell’ambasciatore informale di Trump, al fine di indurlo a favorire quello che è ormai un progetto in costruzione da tempo, ossia il “centro campo” da opporre al “campo largo”.
Paolo Zampolli è un tessitore accorto, una sorta di ambasciatore informale di Trump, capace di monitorare quello che avviene nel Bel Paese e, inoltre, è molto amico di Giuseppe Cipriani e, conseguentemente di Nicole Minetti, che di Cipriani è la compagna di vita ormai da anni.
È pertanto importante in-grazia-rselo mentre si sta costruendo il “centro campo” che, guarda caso, vede in azione il king maker di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, ossia Matteo Renzi.
Da quando la Democrazia Cristiana è stata demolita da Mani Pulite sono stati numerosi i tentativi di riproporre un centro che sia, come la vecchia Balena Bianca, il polo attrattivo di destra o di sinistra a piacere.
L’esperienza politica della DC escludeva a sinistra il PCI e a destra l’MSI, oggi il nuovo “centro campo”, nel quale gioca, come allenatore e regista, Matteo Renzi, che lavora al progetto di una “Casa Riformista” o “terzo pilastro” centrista.
“Centro campo” includente, possibilmente, Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed escludente non solo la destra, ma anche il M5S, il cui leader vorrebbe essere anche leader del “campo largo” e, in quanto tale, candidato a Palazzo Chigi.
Il “polo centrista” di Matteo Renzi è stato ed è il tentativo di costruire una forza politica moderata, liberale e riformista, alternativa sia al centrodestra (sovranista) sia al centrosinistra (percepito come troppo spostato a sinistra o populista).
Renzi lo ha incarnato attraverso Italia Viva (fondata nel 2019 dopo l’uscita dal PD) e vari progetti di alleanza.
Italia Viva (2019) è un partito esplicitamente centrista e liberale, europeista, pro-mercato, riformista, con enfasi su lavoro, infrastrutture e innovazione. Renzi si è sempre definito non di “sinistra tradizionale”, ma di centro.
Del resto, Renzi ha radici democristiane avendo iniziato la sua attività politica giovanissimo proprio nel Partito Popolare Italiano (la continuazione diretta della DC dopo Tangentopoli), per poi passare alla Margherita (Democrazia è Libertà) e, infine, confluire nel PD nel 2007.
La sua tesi di laurea in Giurisprudenza (1999) è stata dedicata a Giorgio La Pira, storico sindaco di Firenze democristiano di sinistra, figura simbolo del cattolicesimo sociale toscano.
Alle elezioni politiche del 2022, Renzi e Carlo Calenda (Azione) hanno formato la federazione Azione – Italia Viva, nota come Terzo Polo con l’obiettivo di creare un’alternativa “né di destra né di sinistra”, riformista e liberale, che superasse il bipolarismo.
Tentativi successivi sono progetti come “Italia al Centro” con Giovanni Toti (Coraggio Italia) nel 2022, alle europee 2024, prima con l’idea di una lista “Il Centro”, poi confluita in Stati Uniti d’Europa (con +Europa, Radicali, PSI ecc.).
Dal 2024-2025 Renzi ha riposizionato Italia Viva all’interno del “campo largo” di centrosinistra (con PD, M5S, Alleanza Verdi e Sinistra), ma insistendo sul bisogno di un “centro che guarda a sinistra” (richiamando De Gasperi) per bilanciare l’ala più radicale della coalizione.
Nel 2025 Renzi ha lanciato Reformist House, un progetto per aggregare forze liberali, centriste e riformiste all’interno o a sostegno del centrosinistra. Serve a dare peso all’area moderata contro l’influenza di M5S e sinistra radicale.
Renzi, pertanto, punta ad essere l’ago della bilancia o il bilanciere moderato dentro un centrosinistra allargato, evitando che diventi troppo spostato a sinistra.
L’idea di mettere in moto un nuovo aggregato di centro ha avuto un solido appoggio, anche se indiretto e non ammesso ufficialmente dal Quirinale, reso noto nel novembre 2025 dal quotidiano La Verità (diretto da Maurizio Belpietro) che ha pubblicato un retroscena secondo cui, durante una cena conviviale tra amici (una “cena tra romanisti” sulla terrazza del ristorante Terrazza Borromini a Roma, in zona piazza Navona, il 13 novembre 2025), Francesco Saverio Garofani avrebbe espresso l’idea che servisse un “provvidenziale scossone” al governo Meloni.
L’obiettivo implicito sarebbe stato quello di destabilizzare l’esecutivo di centrodestra per favorire un’alternativa politica (si parlava anche di una possibile “grande lista civica nazionale”) in vista delle politiche del 2027 e, soprattutto, in vista del 2029, quando scadrà il secondo mandato di Mattarella, al fine di portare sul Colle un esponente non di destra.
Francesco Saverio Garofani è il Consigliere del Presidente della Repubblica per gli Affari del Consiglio Supremo di Difesa e Segretario del Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale e ha
una lunga carriera politica iniziata nella Democrazia Cristiana, proseguita nel PPI, Margherita e poi nel PD (di cui è stato membro della Direzione nazionale). È stato deputato della Repubblica Italiana e, dal 2015 al 2018, Presidente della Commissione Difesa della Camera. Al Quirinale Garofani è da sempre considerato uno degli uomini più vicini a Sergio Mattarella.
In sintesi i tentativi, tutti falliti, di ricostruire un centro autonomo, includono l’UDC di Casini (anni 2000-2010), erede democristiano, che tentò di essere ago della bilancia ma rimase marginale; la Margherita (Rutelli, 2002), unione di popolari e riformisti, poi confluita nel PD; il Terzo Polo o “Grande Centro” (anni 2010-2022) con tentativi di Renzi (Italia Viva), Calenda (Azione), Toti (Italia al Centro/Coraggio Italia), Brugnaro, e altri ex forzisti o ex PD. Nel 2022 nacque Azione-Italia Viva (poi separati) e Noi Moderati (Lupi-Toti-Brugnaro-UDC), che si alleò con il centro-destra. Altre esperienze: UDR di Cossiga, Democrazia Europea, Alternativa Popolare, ecc.
Quasi tutti questi progetti sono falliti o sono rimasti piccoli.
Ruffini non pensa esattamente al “centro campo”, ma ad un “campo aperto”, anche se di centro.
Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate (dimessosi alla fine del 2024), è emerso negli ultimi anni come una figura che alcuni ambienti del centrosinistra italiano propongono o vedono come possibile leader federatore di un’area moderata o “di centro” all’interno di una coalizione più ampia.
Avvocato tributarista palermitano (classe 1969), figlio dell’ex ministro della Difesa Attilio Ruffini, Ernesto Maria Ruffini, oggi non si presenta come leader di un centro indipendente (alla Renzi o Calenda), ma piuttosto come promotore di un “campo aperto” o di un nuovo Ulivo all’interno del centrosinistra.
Ha lanciato i comitati “Più Uno”, un’iniziativa per aggregare società civile, cattolici democratici, associazionismo (Acli, Cisl “bianca”, ecc.) e moderati delusi dal Pd di Elly Schlein. L’obiettivo dichiarato è allargare l’area del centrosinistra recuperando elettorato centrista e cattolico.
Si richiama esplicitamente a Romano Prodi e all’esperienza dell’Ulivo: un centrosinistra plurale, non ideologico, capace di governare al centro. È apprezzato da figure come Sergio Mattarella, Romano Prodi, e da esponenti del Pd moderato (area Guerini, Franceschini, ecc.). Viene visto da alcuni come il “nuovo Prodi” o come strumento per recuperare i voti del centro-sinistra classico persi verso l’astensione o il centrodestra.
Il “centro campo”, attualmente in fibrillazione, è da trent’anni è un cantiere perenne, con annunci ricorrenti ma risultati modesti. Il bipolarismo imperfetto italiano (spesso tripolare con M5S) rende lo spazio centrista appetibile sulla carta, ma molto difficile da occupare stabilmente nella pratica.
La parola magica, al fine di quanto cerco di spiegare come possibile elemento mancante delle motivazioni che hanno fatto esplodere l’affare Minetti è “tripolarismo”, in quanto il M5S si pone come terzo polo autonomo, in grado di stare nel “campo largo”, ma in posizione di leader.
Una aggregazione centrista in costruzione, magari con una buona disposizione dell’osservatore di Trump, non deve piacere molto alla Ditta che alberga all’interno del PD, perché sarebbe guidata da Matteo Renzi, che, ricordiamolo, è stato il rottamatore di Massimo D’Alema e dei suoi sodali.
Inoltre, la posta in gioco non è il Governo, ma l’elezione del Capo dello Stato. Mattarella scade il 3 febbraio 2029 e un pattuglione centrista, possibilmente comprendente Forza Italia, mondata e graziata dai fumi delle vicende bunga bunga, potrebbe essere dirimente nella scelta di escludere dal Colle un qualsiasi candidato di destra.
Matteo Renzi, del resto, è stato effettivamente il king maker principale nell’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica nel 2015.
Nel gennaio 2015, durante le votazioni per il Quirinale (dopo la fine del secondo mandato di Giorgio Napolitano), Matteo Renzi – all’epoca Presidente del Consiglio e segretario del PD – ha imposto il nome di Sergio Mattarella come candidato del centrosinistra. Renzi ha fatto votare scheda bianca nei primi tre scrutini (quelli che richiedevano la supermaggioranza dei 2/3).
Dal quarto scrutinio (dove basta la maggioranza assoluta, circa 505 voti) ha compattato il PD e una parte del centrodestra su Mattarella. L’elezione è avvenuta il 31 gennaio 2015 proprio al quarto scrutinio, con 665 voti a favore.
Renzi non era solo un sostenitore; è stato lui a lanciare e pilotare la candidatura, gestendo trattative, tempi e voti. Senza la sua decisione e la sua capacità di imporre la linea al partito, difficilmente Mattarella sarebbe arrivato al Colle in quel modo e con quella rapidità.
Ora la posta in gioco è la stessa: creare un’area di centro da giocare nell’elezione del Capo dello Stato dopo le elezioni politiche, impedendo alla destra, privata del centro di mettere sul Colle un proprio uomo.
Ovviamente una manovra del genere non può che essere sottoposta al gradimento di Washington che, da sempre, è il maggiore e più importante alleato dell’Italia.
Da qui, così possiamo immaginare, l’aggancio con il diplomatico da in-grazia-rsi.
Ed ecco che arriva il sottomarino che lancia il siluro con i baffi.
Il polverone sulla grazia alla Minetti è sostenuto, alimentato, corredato di fatti e di domande, da “Il Fatto Quotidiano”, che scatena uno dei suoi migliori giornalisti d’indagine. Non è un segreto che “Il Fatto Quotidiano” è vicino a Giuseppe Conte e al Movimento Cinque Stelle.
Così come non è un segreto che Giuseppe Conte sente volentieri i consigli di Massimo D’Alema, filo cinese per sua ammissione, così come sono filo cinesi gli amici di area cattocomunista di Giuseppe Conte.
Senza voler fare il processo alle intenzioni, ma applicando semplicemente la logica, il sottomarino che ha lanciato il siluro efficace ha colpito il bersaglio del “centro campo”, affondandolo e mandando il pallone in tribuna, quella che sta in alto, come i colli.





