Non caliamo i veli sulla vicenda
Arrivano i primi segnali del, da me temuto, calare di nebbie sulla vicenda della grazia a Minetti.
Da “il Giornale” si ricava che vi è un sostanziale scambio di sostegno politico, una intesa tra Quirinale e Palazzo Chigi. Insomma, non è successo niente e quello che è successo non è colpa di nessuno. E vi sono altri organi di stampa che seguono questa strada.
Questo è funzionale a mettersi nella situazione migliore per continuare la tradizione di “Italia, Paese dei silenzi e dei sospetti”, delle cose pur gravi ma lasciate appese in un limbo che mantiene in piedi ogni e ciascuna ipotesi e la rende non inaccettabile, delle questioni mai veramente risolte.
E, difatti, su “L’Unità” esce l’interpretazione che Travaglio con il suo scoop avrebbe “puntato” Mattarella ma che i “mandanti” sono quelli che vorrebbero le dimissioni del Presidente affinché Meloni venga esclusa dalla possibile elezione al suo posto, in quanto raggiungerebbe l’età minima solo alla scadenza naturale di Mattarella.
E anche la tesi opposta: sarebbe il tentativo di costringere alle dimissioni Mattarella per evitare che, nella prossima tornata elettorale, con un centro-destra meno forte, si corra il rischio di non eleggere un Presidente di destra.
Insomma, di tutto e di più. Un sospettino sui Servizi Segreti no?
Sto chiedendo, con tutta la povera voce che mi è rimasta a disposizione, di non calare veli su questa vicenda. È di una gravità estrema e tutte le illazioni che si fanno – diversissime – hanno in comune un solo dato: dietro una notizia di stampa vi è un gioco politico. In ogni caso, un gioco al massacro per la credibilità delle istituzioni.
Concordo con un articolo di HuffPost Italy: «Esiste una distinzione fondamentale che il sistema politico italiano ha sistematicamente ignorato: la differenza tra comunicazione istituzionale e comunicazione politica. La prima è un dovere. Serve a garantire il diritto dei cittadini a sapere cosa fa il Governo. È fatta di dati, atti, trasparenza. Non dovrebbe avere tono politico. Non dovrebbe cercare consenso. La seconda è tutt’altra cosa. Non informa: orienta. Non racconta i fatti: li mette in relazione. Non aggiorna: dà senso. Queste due funzioni oggi si sovrappongono e si confondono. La comunicazione istituzionale prova a fare politica. La comunicazione politica si riduce a rincorrere la polemica del giorno. È quello che sta succedendo ancora in questo caso».
L’impatto dei mass media sull’opinione pubblica, la capacità che ha l’informazione di dare o meno il senso compiuto di quanto accade, una verità la più possibile aderente alla realtà, è potere che viene sempre più sottovalutato.
Si sta creando la violenza – non una qualsiasi, ma quella più pericolosa perché umorale e dunque senza freni – nella società. Si parte dalla politica, ma poi si estende a tutto.
Basta accendere la radio, seguire quelli che si definiscono “liberi di informare”, fare un bagno nel web, nei commenti, nei flussi social senza argine. Quello che si trova non è informazione. Non è nemmeno dialogo politico. È un campionario di insulti.
Decine di italiani che vomitano ogni forma di disprezzo immaginabile verso il Governo e verso la premier; ovvero, al contrario, verso chiunque stia “dall’altra parte”. Non un argomento. Non una proposta. Non un’alternativa. Solo rancore. Solo un odio latente, volgare, incapace di articolarsi oltre la bestemmia politica. Non si discute di politiche. Si discute di nemici.
E la cosa si ripete su tante altre vicende della società: vogliamo parlare della famiglia nel bosco? Della violenza minorile?
Quando fatti che riguardano le massime istituzioni dello Stato – Quirinale, Palazzo Chigi – vengono “lavorate” dall’informazione in modo da suscitare dubbi che non potranno mai essere sciolti, perché nessuno ha interesse a farlo, men che meno la vociante platea che in questo ci sguazza e con piacere, si crea un vulnus che è di democrazia tradita. Più volte. Troppe volte.
È inaccettabile il silenzio quando si assiste a cose come questa: “È sempre Cartabianca” con Lilli Gruber: Ranucci dice “Una nostra fonte avrebbe visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani a marzo. Se fosse vero, è una notizia. Stiamo verificando”.
Diciamolo in parole comprensibili: Ranucci lancia una bomba, si copre dietro il segreto delle fonti di informazione, si copre rispetto a querele perché non afferma che “questo è” ma che “stiamo verificando”. E, però, intanto lancia un sospetto: vallo poi a togliere dalla testa della gente.
E la conduttrice, con aria indignata, completa: “Quindi Nordio, Ministro della giustizia, mentre seguiva questa pratica da dare al Quirinale per chiedere la grazia per Nicole Minetti, sarebbe andato in quel ranch dove la Minetti viveva con Giuseppe Cipriani, che è il figlio di Cipriani dell’Harry’s bar, collegato a Epstein perché erano soci, e avrebbe incontrato direttamente queste due persone”.
E così il terreno è stato minato, da non potersi più sminare.
Questo non riguarda le ipotesi fatte da Travaglio su Mattarella come obiettivo: ma si coglie l’occasione Minetti, si getta un po’ di fango. A qualcosa servirà.
La vicenda della grazia a Minetti viene a valle di molte decine di episodi di disinformazione, una sequenza che ha la cadenza di una strategia.
Reputo questo modo di procedere sempre profondamente disonesto: ma quando poi questo coinvolge il centro stesso dei luoghi che sono le ragioni di una democrazia, lo vedo inaccettabile.
Bisogna chiarire cosa è successo. Bisogna chiarire tutto.


Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.


