La protesta sale dal basso
Si chiama Carmela. Come la Madonna del Carmelo, la devozione più profonda del cattolicesimo meridionale. Carmela Lombardi, detta Lina. Napoletana. Si candida al Consiglio comunale di Agrigento, lista civica “Agrigento Amore Mio”, elezioni del 24 e 25 maggio 2026.
Porta il velo islamico. Il suo manifesto è scritto metà in italiano e metà in arabo. In cima, la professione di fede: “Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano, ma sempre lo stesso unico Creatore.”
Non è una preghiera. È un volantino elettorale. Nella città dei Templi.
Chi credeva che l’avanzata musulmana in politica a Marghera fosse un caso isolato si sbagliava.
Il primo editoriale di questa serie ha documentato il volantino del PD aperto dalla Bismillah, i candidati bengalesi Ardul e Begum, la moschea a Mestre come prezzo del pacchetto.
A Venezia il PD ha schierato sette candidati bengalesi su cinque Municipalità della terraferma. Non rappresentanza. Copertura territoriale.
A millecinquecento chilometri, nel cuore della Sicilia, una napoletana convertita porta Allah sul manifesto di una lista civica che con il PD non ha nulla a che fare. Il fenomeno si è emancipato dal partito. Cammina da solo.
La Lombardi lo dice a La Sicilia con chiarezza disarmante: “Vorrei portare le istanze di questa comunità in Consiglio comunale”. Non della città. Di “questa comunità”.
Poi, cita il Corano come fonte normativa: “Un musulmano non butta la spazzatura per strada perché è peccato e Allah ci chiede la civiltà”. Il testo sacro come manuale amministrativo. La sharia applicata ai cassonetti.
La formula del manifesto – “Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano” – è una trappola a doppio fondo. L’elettore italiano la legge come messaggio di pace.
L’elettore musulmano la sottoscrive senza rinunciare a nulla: per l’Islam attribuire un Figlio a Dio è shirk, il peccato massimo, il solo che Allah non perdona.
Quella formula dice “stesso Dio” in un modo che il musulmano firma senza muovere un muscolo e il cristiano accetta senza sapere cosa sta firmando. Contratto leonino travestito da preghiera.
Il nome è parte della costruzione. Carmela: dalla processione della Madonna del Carmelo, ceri e statue portate a spalla nei vicoli del Mezzogiorno. Quel nome rassicura l’italiano. Il velo, l’arabo e Allah parlano a un altro pubblico.
La tradizione islamica raccomanda il cambio di nome dopo la conversione, soprattutto quando ha radici cristiane. Silvia Romano divenne Aisha. Carmela Lombardi si candida con il nome della Madonna. Due codici, un solo manifesto.
Qualcuno obietterà: anche la DC usava la religione. Con una differenza che smonta il paragone. Il cristianesimo ha separato il potere temporale da quello spirituale. L’Islam no.
Din wa dawla: religione e Stato. Non solo una fede ma un codice civile, un diritto di famiglia, un sistema penale, un progetto politico. Il Corano non è un libro di preghiere: è una costituzione alternativa.
Portare quel codice dentro il Comune è un ritorno al Medioevo, quando anche in Europa temporale e spirituale erano una cosa sola. Con un’aggravante: ogni fedele musulmano ha il mandato divino di operare perché i precetti coranici diventino legge.
La da’wa non è un invito: è un obbligo. La Lombardi lo conferma senza saperlo. Non dice “penso che”. Dice “il Corano ci chiede”. Il mandato in azione.
Chi si illude che siano episodi sparsi non ha la mappa.
A Monfalcone, trentamila abitanti, settemila bengalesi, dodici centri islamici aperti in ex supermercati senza rispetto di alcuna norma.
A Roma è già nato MuRo27, Musulmani per Roma 2027, fondato da un ingegnere convertito ed ex militante PD: obiettivo dichiarato, portare in politica “idee coerenti con l’appartenenza religiosa”. Non con la Costituzione. Con la religione.
Sul logo, il Colosseo sormontato dalla mezzaluna.
Chi ha dimenticato lo scandalo del 25 gennaio 2016 non ha memoria: le statue dei Musei Capitolini furono coperte con pannelli di compensato per non turbare la sensibilità del presidente iraniano Rouhani.
Duemila anni di arte occidentale nascosti dietro i teli. Non servì il piccone. Bastò la nostra paura.
Del resto, per l’Islam le immagini sacre sono idolatria. Iconoclasti per dottrina: i bulldozer dell’ISIS su Palmira, l’esplosivo sui Buddha di Bamiyan, i martelli pneumatici sui tori alati di Ninive. Non follia. Teologia applicata. Al Campidoglio ci siamo autocensurati prima ancora che qualcuno lo chiedesse.
La presa di coscienza, però, sta salendo dal basso.
A Monfalcone i cittadini hanno protestato. A Venezia la scritta “No moschea” è finita sui fianchi degli autobus. A Marghera il PD, nelle cui file sono candidati, ha dovuto fare i salti mortali carpiati per giustificare i propri candidati bengalesi.
Ad Agrigento i social hanno costretto il candidato Di Rosa a difendere pubblicamente la scelta di candidare musulmani. La gente legge il manifesto in arabo sul muro del quartiere. Capisce da sola. Non siamo a Kabul, ma in Italia e questo fa paura.
Nel momento esatto in cui questa consapevolezza emerge, scatta il silenziatore: islamofobia. Chi solleva la questione è islamofobo. Chi nota sette candidati bengalesi su cinque municipalità è islamofobo.
Chi contesta un volantino che inizia con “In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso” è islamofobo. La parola è una truffa linguistica: una fobia è una paura irrazionale, patologica. Ma quando un manifesto elettorale cita il Corano come fonte normativa, quando un gruppo politico piazza la mezzaluna sul Colosseo, quando dodici moschee abusive aprono in una città di trentamila anime, la preoccupazione non è irrazionale.
È l’unica reazione lucida di un organismo democratico che riconosce un corpo estraneo. Il termine islamofobo trasforma un fatto politico in una diagnosi clinica. Non sei un cittadino che ragiona: sei un malato. Chi brandisce quella parola lo sa perfettamente.
Le proteste stanno arrivando alle stelle, così la sinistra si è dovuta asserragliare nell’ultima trincea: l’Islam moderato.
Nessuno, però, ha mai conosciuto un buddista moderato. Un induista moderato, un cristiano moderato, uno shintoista moderato. L’aggettivo non esiste perché non serve.
Non serve perché nessuna di quelle religioni ha bisogno di specificare di non avere una versione che preveda la conquista del territorio, l’imposizione di un codice giuridico proprio, la sottomissione dell’infedele come programma teologico.
Chi dice “Islam moderato” pronuncia una confessione involontaria: ammette che ne esiste uno che moderato non è. Talmente grande, strutturato e presente da richiedere ogni volta la specificazione. È il cartello “attenti al cane” che si mette solo dove il cane morde. Sul cancello del labrador nessuno appende cartelli.
Tra poco la mezzaluna non dovrà più bussare alla porta del Comune. Avrà le chiavi. Gliele avrà date la sinistra.
Per calcolo elettorale: ogni volantino in bengalese vale un pacchetto di voti. Per interesse economico: il sistema dell’accoglienza alimenta un’industria che ha bisogno di materia prima.
Per strategia demografica: una base elettorale che invecchia e si restringe cerca disperatamente nuovi votanti e li ha trovati. Per vigliaccheria culturale: meglio coprire una statua che rischiare l’accusa di islamofobia.
Per quella malattia ideologica che impedisce alla sinistra di difendere la civiltà in cui è nata nel terrore di sembrare intollerante.
Nel 1979 la sinistra iraniana si alleò con Khomeini per abbattere lo Scià. Marciarono insieme, gridarono insieme, vinsero insieme.
La sinistra iraniana credeva di usare Khomeini. Fu Khomeini a usare la sinistra. Poi la eliminò fisicamente sui patiboli in piazza.
La storia insegna. Ma solo a chi la studia.





