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Il Gange è stato pulito – Parte 1

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Il Gange è stato pulito

Un viaggio nell’India di Narendra Modi

Torno da un’avventura, un viaggio in India fatto con mia moglie e alcuni amici durante questi tempi “interessanti”.

Tanto è vero che, proprio durante il viaggio, avvenne l’attacco all’Iran e, così, restammo  un’ulteriore settimana in conseguenza dei problemi negli ormai insicuri aeroporti del Golfo Persico.

Avevo infatti avuto l’infelice idea di servirmi della Qatar Airlines, che, sicuramente pregevole nei tempi normali, in quell’occasione dimostrò la totale incapacità di gestire gli imprevisti, abbandonandoci in aeroporto con la cancellazione del volo di ritorno, senza informazioni, senza contatti, senza la minima assistenza agli utenti e solo un numero da chiamare, a cui non rispondeva nessuno.

Ma, come dicono i saggi, non tutto il male viene per nuocere, e la sorte mi ha regalato un’ulteriore settimana in India, con un approfondimento sociale e conoscitivo notevole.

Il viaggio in India era nato con precise e particolari premesse. Avevo deciso che avrei voluto visitare il Paese non seguendo le abituali rotte turistiche con la narrazione preordinata del contrasto tra palazzi e fame e povertà, con gli alberghi all’americana e le guide preordinate da casa.

Volevo invece immergermi il più possibile nella realtà quotidiana, nella vita della gente di tutti i livelli ed estrazioni sociali. Ero attratto dall’evidente trasformazione sociale ed economica in atto, ben visibile anche dal punto di vista di un’Europa spesso troppo assorta nelle proprie contraddizioni per rendersi conto che la Storia, quella con la “S” maiuscola, le sta passando ormai allegramente di fianco.

Volevo vedere cosa stava succedendo in una’India descritta nei nostri libri di scuola come Paese dalla grande e profonda cultura filosofica, di grandissime ricchezze passate, ma anche paradigmatica di un crollo sociale ed economico drammatico.

Prima di tuffarci nel racconto del viaggio è necessario fare alcune premesse. La “fame in India” era proverbiale prima che venisse sostituita dal “Biafra”, sfortunato territorio africano.

Una religione complicata e tutto sommato incomprensibile, un sistema di “caste” che urtava il senso di uguaglianza europeo, ricchezze da mille e una notte nei racconti delle corti dei Maharaja ottocenteschi e, soprattutto, enormi masse popolari che vivono in condizioni subumane, immerse in degrado, sporcizia e abbandono: ecco come era l’immagine del subcontinente nella persona comune europea.

Poi vennero i “figli dei fiori”, gli “hippies” americani che dalla California arrivarono anche in Europa, intrisi di canti, pace e un indiscriminato e facile “vogliamoci bene” all’interno della loro dolciastra nube di Marihuana.

Portarono con loro la “non violenza”, il rifiuto della guerra, una visione del mondo tanto simpatica quanto irreale secondo la quale bastava buttare i coltelli per eliminare i macellai.

E vennero seguendo una grande bandiera, nobilitati dall’immagine di un uomo eccezionale: l’avvocato Mohandas Ghandi, detto il Matahma, ovvero la Grande Anima.

Sembrava la dimostrazione che si poteva fare come dicevano: un semplice avvocato di origine indiana, cresciuto nel Sudafrica dominato dagli inglesi, aveva piegato il potente Impero Britannico che governava le onde dei mari alla propria volontà.

Aveva tolto il diamante dalla corona degli inglesi, costretto il Re dell’isola anglosassone a rinunciare al prestigioso titolo di Imperatore, aveva scippato l’India alla superba Albione.

E come lo aveva fatto?

Con la non violenza, girando vestito solo di uno straccio e facendo bei discorsi di diritti umani, libertà e fratellanza. Così, il movimento non violento occidentale se ne impadronì, con forza e decisione.

Non è che ne studiasse tanto i parametri, sarebbe stato faticoso, si accontentò a fare suoi due principi semplici, comprensibili a tutti, anche seduti su un prato, ascoltando musica e volendosi bene: non violenza e cacciata di un potere forte, libertà ultimativa.

Così vennero in Occidente anche sprazzi di filosofia indiana. Prima erano stati appannaggio delle aule universitarie, dove pochi ma eccellenti professori, soprattutto in Germania e Inghilterra, si affaticavano a penetrare nella complessa lingua sanscrita, nelle esegesi finissime dei saggi indiani, nelle elucubrazioni degne di un cabalista talmudico degli esegeti della plurimillenaria storia indiana.

Scoprirono similitudini con l’Europa, scoprirono che siamo figli della stessa madre, sia sotto il profilo linguistico che sotto quello mitologico e religioso greco-romano. Ma, tutto questo non poteva impressionare le gioiose truppe sui prati di Woodstock: lì vinceva la spiegazione rassicurante, semplice, di un messaggio di salvezza per tutti.

Una salvezza non più legata alle ferree regole della chiesa, alle rinunce e alle limitazioni morali strette, ma più libera, più semplice, più in linea con il desiderio di rimozione dei limiti comportamentali che governava quegli anni.

Bastava cantare, invocare il nome di un santo o una divinità e si era a posto. O, almeno, così venne percepito. E così penetrò in Occidente. Negli Stati Uniti fu il rifiuto di andare a rischiare la vita in un Paese lontano del quale non interessava nulla a nessuno, in Europa la reazione contro una società da poco uscita dalla guerra ma ormai in grande sviluppo e crescente ricchezza a stimolare la ribellione e il 1968 divenne il paradigma di quest’evoluzione.

Così, nell’immaginario europeo, la povera India, in passato ridotta a ricettacoli di saggi in mutande, raja ricchissimi e una povertà proverbiale, divenne la meta sperata di personaggi sognanti, sempre in buona fede ma spesso fuori dalla realtà.

La sua profonda e raffinatissima filosofia, che aveva affascinato Professori nelle Accademie di tutt’Europa, venne ridotta a una forma di facile devozione popolare con canti, balli e vestiti di color arancione.

Intanto, l’India vera, non quella dell’immaginario hippie, aveva deciso di seguire una strada politica un po’ particolare. Ghandi, l’apostolo della non violenza, era stato ucciso a fucilate e lo aveva seguito un suo compagno di lotta, Jawaharlal Nehru. Non era la persona più nota e nemmeno la più attiva distintasi nella lotta per l’indipendenza.

Patel, Savarkar, Bose: tanti erano i nomi che avevano lottato, sofferto e a volte erano morti per l’India. Ma Nehru era vicino a Ghandi, era il prescelto. Nella prima elezione di quel che sarebbe diventata da lì a poco la più grande democrazia del mondo avvenne una manipolazione elettorale: Ghandi chiese a Patel di non presentarsi e fare spazio a Nehru, che così vinse le elezioni, fondando una dinastica che, da padre in figlia e figlio, non avrebbe lasciato il potere per decenni rimanendo sulla sua scena fino ad ora.

Nehru scelse di stringere l’occhiolino a Stalin, ma senza staccarsi dalle libertà occidentali. L’India divenne uno dei Paesi principali della cosiddetta “terza via”, dei “non allineati”.

All’interno prevalsero norme da economia statalista centralizzata, affini alla logica comunista dei piani quinquennali, quando all’esterno si cercava di giocare su tutti i tavoli dei due blocchi, seppur con un’indiscutibile maggiore simpatia per la logica marxista.

Intanto, l’India rimase la nazione povera che era nel nostro immaginario. Giustificata da anni di gestione predatoria inglese, in cui in cambio di linee ferroviarie con materiale rotabile scartato nella madrepatria la Corona inglese si era impadronita di tutto quanto avesse valore: oro, diamanti, risorse minerarie e agricole.

Persino uomini: si calcolano in circa 160.000 soldati indiani morti nella prima e seconda guerra mondiale arruolati nelle file delle armate del loro padrone coloniale a combattere un nemico del quale non conoscevano nemmeno il nome.

Inoltre, l’India si ritrovò con un pesante fardello, regalatole negli ultimi mesi delle trattative per l’indipendenza: era stata divisa in due, come una torta, dagli inglesi.

Non è qui il luogo per esaminare cause e ragioni intime della partizione, ma al di là di ogni spiegazione anche dottissima e comprensibilissima locale, si impone alla mente il vecchio detto latino del “divide et impera” tanto caro agli inglesi e a tutti i loro successori sul palcoscenico del potere mondiale.

Varie guerre ne furono la conseguenza, decine di milioni di morti il prezzo e, al giorno d’oggi, due nazioni munite di bomba atomica si guardano in cagnesco, mettendo una serie ipoteca sulla pace dell’area.

Se l’immagine dell’India subiva pochi cambiamenti nel secolo scorso essa, tuttavia, progrediva. Rimase guidata, all’interno di una cornice democratica, da una dinastia ferrea, quella della figlia di Nehru, provvidenzialmente anche lei Ghandi di cognome ma senza relazioni famigliari e morta uccisa in un attentato e del nipote di Ghandi, Rajiv, perito in un attentato suicida e seguito da Narasimha Rao e Manmohan Singh, estranei alla famiglia ma fortemente sostenuti dalla moglie di Rajiv, l’italiana Sonia Ghandi, grande “puparo” del partito del Congresso a cui appartengono.

Il crollo dell’Unione Sovietica, la scomparsa del bipolarismo mondiale e la comparsa sulla scena economica della Cina sconvolgono lo scacchiere mondiale, fino ad allora bloccato dalla cortina di ferro, e l’India fatica a uscire dallo schema costruito dai successori di Nehru.

Iniziano progressi economici, ma la persistenza di norme a ispirazione sovietica, un materialismo di gusto marxista alieno alla popolazione indiana profondamente segnata da filosofia e religione e la permanenza in India di una forte componente islamica, non assorbita al momento della partizione del Pakistan, contrastano uno sviluppo moderno.

Tutto cambia con la elezione nel 2014 di Narendra Modi al Premierato. Non era certamente persona ignota in politica. Attivista sin da tenera età, aveva dedicato tutta la vita alla politica e, prima di arrivare al premierato, era stato Capo del Governo dello Stato del Gujarat dal 2001 e Segretario Generale della Formazione Politica RSS, fondata nel 1925 da Hedgewar sulla forte influenza dell’eroe dell’indipendenza indiana Savarkar e dedicata all’indipendenza indiana dai britannici.

Cambia il paradigma politico: invece di cercare in un’ideologia straniera, il materialismo marxista, seppur applicato in forma democratica, una via per lo sviluppo, Modi, in sostanza, cambia la visuale: guarda all’interno.

Rivaluta e riprende i valori plurimillenari indiani, radicati nella filosofia e nei principi della profonda identità popolare per gettare un ponte tra l’oggi e il passato. E, anche se è meno evidente, cerca, con questo ponte, non solo di superare il periodo marxista materialista, ma anche quello della dominazione coloniale britannica precedente, estendendosi, infine, anche sopra la conquista e dominazione islamica dei Mogul precedente.

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