Home Cultura Demoni e Dei

Demoni e Dei

0
Demoni e Dei

L’attualità de “Il Mulino di Amleto – Saggio sul mito e sulla struttura del tempo”, di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend

Hamlet’s Mill – An essay on myth and the frame of time esce nella sua prima edizione nel 1969, poi tradotto in italiano per l’Adelphi nel 1983.

Si tratta di un saggio monumentale, che segna non solo un’epoca, che allora si apriva al futuro, ma, ancor più, un saggio sulla storia e le storie dell’uomo e, quindi, piuttosto un saggio legato alle narrazioni di un passato che, come fiumi, confluiscono nell’oceano di una concezione (fato)[1] comune a tutte le civiltà più antiche.

Così che tutte funzionavano allo stesso modo. E cioè, in sintesi: “avendo a che fare con gli stessi misteri (nascita, vita, morte …), dovendo affrontare le stesse forze della natura (acqua, sole) e vivendo più o meno allo stesso modo (agricoltura, artigianato, guerra)”[2].

Nella parte finale del Saggio, i due autori Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend affermano che la concezione del fato antico presupponeva una relazione tra le cose tale che il “tempo” simboleggi in modo appropriato o più appropriato il modo di vivere degli uomini.

E, tuttavia, non allo stesso modo e cioè non secondo lo stesso modo di vivere degli uomini, si esprime il pensiero di Parmenide; che, dicono gli stessi autori, “ha scoperto – o inventato – lo spazio”[3].

Sarebbe pertanto da intendersi così quel diverso modo di vivere degli uomini – non più secondo l’ottica del tempo bensì secondo l’ottica “spaziotemporale” dell’epoca moderna.

Ovvero: una nuova concezione, per l’appunto moderna, del fato e, quindi, pur sempre un’invenzione o, per dirla alla maniera di Aristotele, una “categoria” funzionale alla lettura e allo svolgimento della realtà.

E se, invece, si trattasse di una semplice scoperta di una diversa, e quindi nuova, realtà? Ovvero: un possibile e diverso (né vecchio né nuovo) modo di vivere degli uomini?

In termini scientifici (perché è essenzialmente di questo che qui si discute): “la nascita della fisica sperimentale fu uno dei fattori decisivi di questo cambiamento. Nulla che somigliasse a questo buon senso (n.d.r.: una fisica fondata sui criteri dell’ubicazione univoca e della concretezza) era praticato tanto tempo fa, prima del 500 a.C., quando l’unica realtà era il tempo, e Parmenide non aveva ancora scoperto – o inventato – lo spazio”[4].

E dunque: invenzione o scoperta?

Se si tratti di un’invenzione, che insieme al tempo man-tiene – nel significato dell’espressione heideggeriana di “mantenimento dell’Essere” – il modo di vivere degli uomini forse a distanza di 2.500 anni, allora l’immagine più appropriata o la simbologia che pare meglio la rappresenti sarebbe quella di Achille e la tartaruga, secondo cui – in base all’interpretazione coerente del pensiero di Parmenide – il movimento era e sarebbe nient’altro che un’illusione[5].

E, quindi, meglio pensare a un’ottica né temporale né spaziotemporale, ma soltanto spaziale.

Potremmo allora dire dello spazio di Parmenide che si tratti di una scoperta o invenzione che apre alla possibilità di un modo di vivere degli uomini nello spazio (medesimo). E allora ritorniamo all’Epilogo o parte finale del Saggio, laddove gli autori dicono di “un’esistenza frammentaria”.

Tale per cui, riprendendo le parole di Roland Barthes, “la Natura diviene una discontinuità di oggetti solitari e terribili perché i loro nessi sono virtuali. Di più: sono arbitrari. Dovrebbero essere, nelle intenzioni, della stessa natura dell’antico portentum. L’unico significato che se ne può trarre è che sono congeniali alla mente che li ha creati. La mente ha abdicato, oppure si contrae in preda a un terrore apocalittico”[6].

Ma, quando avrebbe avuto inizio questo cambiamento? E quando, alla maniera godeliana, potrebbe dirsi “completo”? La divisione storica tra vecchio e nuovo mondo non deve trarci in inganno, perché, com’è evidente, si tratta di una storia e quindi di storie diverse. Il punto dell’intera questione è un altro.

Al riguardo, Plutarco ritiene che “sia più esatta l’opinione di quanti identificano le vicende narrate su Tifone, Osiride e Iside non già con le peripezie di dei o di uomini, bensì di grandi demoni”[7].

E il cambio di paradigma sarebbe coinciso e, quindi, il mutamento completatosi, con la scomparsa del tempo degli oracoli e l’avvento del divus Augustus.

Nella parte finale del saggio conclusivo, raccolto in Fato antico e fato moderno citato, dal titolo Le grandi dottrine cosmologiche, Giorgio de Santillana scrive che: “Ancora per Platone, lo spazio puro, quello che noi chiameremmo lo spazio isotropo newtoniano, resta ciò che v’è di più simile al non-essere. Parmenide stesso non sapeva dare un essere al suo Essere se non assegnandogli un limite in forma di sfera”.

E tuttavia, questo non esclude affatto, anzi conferma la possibilità che le scoperte attuali dell’AI consentano di sviluppare un modo di vivere degli uomini in-formale fatto di “nessi virtuali. Di più: arbitrari”. Allo stesso modo di come vivrebbe un dio e non più un demone

Note

[1] Si veda G. de Santillana, Fato antico e fato moderno, Adelphi 1993.

[2] C. Desroches-Noblecourt con D. Elouard, Simboli dell’antico Egitto, Lindau 2016.

[3] G. de Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi 2000.

[4] Si veda Prologo a Parmenide in Fato antico e fato moderno, op. cit.

[5] Parmenide, Frammenti sulla natura.

[6] G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit.

[7] Plutarco, Iside e Osiride, Adelphi 1985.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui