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Primo Maggio, una riflessione su economia, lavoro e sindacato

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Primo Maggio

Occorre che l’UE individui una strategia efficace e concreta per un cambio di rotta reale

Voglio tornare, questo Primo Maggio, su quello che sta avvenendo nell’economia, nel lavoro, nel sindacato.

Di fronte ai dati che descrivono nel nostro Paese, nonostante gli ottimismi, un crescita molto bassa, la più bassa in Europa, non è più possibile pensare di rilanciare l’economia senza un ruolo propositivo e di partecipazione di tutte le rappresentanze economiche e sociali, al fine di analizzare ed eliminare tutte le storture della politica economica, finora messa in atto in modo del tutto dissennato, la quale ha collocato in primo piano la stabilità monetaria al posto della centralità dell’uomo.

È oltremodo evidente che la classe politica, di destra o di sinistra, ritenga superato e di ostacolo il ruolo del sindacato, che ormai lo si ritiene rappresentativo solo dei pensionati, che, tra l’altro, non possono essere neanche tutelati, proprio per le scelte di politiche economiche dei governi che si sono succeduti in questi anni.

Il giudizio negativo dell’opinione pubblica tocca, non solo la politica, ma anche il sindacato, perché negli ultimi decenni a causa del lunghissimo periodo di crisi è stato costretto a difendersi e di conseguenza si è ridimensionata la sua capacità propositiva.

Viceversa, anche in una fase recessiva come quella che stiamo vivendo, il movimento sindacale può svolgere la sua missione innovatrice, anche se, in tutte le fasi di crisi e con la conseguente caduta dell’occupazione, non riesce ad esprimere pienamente la sua forza progressista, a causa del cambiamento dei rapporti di forza che, come stiamo constatando in questi ultimi tempi, ha portato alla caduta del potere contrattuale dei lavoratori, cui si aggiunge una grave crisi della politica che ha tenuto e tiene nell’incertezza e nell’inefficienza non solo i partiti e le istituzioni, ma anche le forze sociali.

Il sindacato non ha potuto ancora a reagire, perché, in questo contesto di crisi prima economica e poi delle guerre, la questione sociale che è esplosa, fatta di una realtà senza lavoro e di attacco ai diritti ed ai livelli di vita degli operai e del ceto medio, ha consentito di stimolare nell’opinione pubblica una condivisione acritica e passiva di quell’operazione politico-mediatica di semplificazione e di travisamento della realtà, che ha rovesciato buona parte delle colpe sul sindacato con l’accusa di essere una forza conservatrice, un ostacolo allo sviluppo e all’innovazione.

Il Sindacato, di tutto può essere accusato, ma non di ciò, anche se, purtroppo, i fatti dimostrano che, soprattutto in mancanza di una politica industriale da parte dei vari governi che si sono succeduti e dall’incapacità dell’Unione Europea, sta rischiando di consumare le sue energie su posizioni che non possono essere legate a una visione del futuro, per proteggere, senza molta fortuna, posti di lavoro che, per colpe sia della crisi e sia della guerra, non sono più un obiettivo della politica e dell’economia.

Se si prosegue su questa impostazione si rischia di lasciare una buona parte dei lavoratori, e tra essi un grande esercito di giovani, senz’alcuna tutela e soprattutto senza prospettive.

Il “settore” produttivo in Italia si è molto ridimensionando, perché non si è riusciti a limitare la differenza di produttività e competitività delle nostre aziende, conseguenza del loro diverso grado di innovazione e internazionalizzazione. Tutto ciò, ha una valenza sul movimento sindacale, perché indebolisce il ruolo della contrattazione nazionale e non apre nuovi spazi alla contrattazione aziendale.

Infine, non si può dimenticare che sull’avvenire del sindacato incombe, non solo la netta riduzione della consistenza e della forza della classe operaia, che trovava nel settore manifatturiero il suo ambiente privilegiato, ma anche l’accentuazione della divisione all’interno del mercato del lavoro tra ceti proletari, esposti al declino, e l’esercito di riserva di origine straniera, tra “disoccupati cronici” e “i tanti contratti precari”.

Il sindacato deve tutelare tutti i lavoratori colpiti dalle crisi; deve difenderli per essere legittimato a prospettare ai lavoratori la possibilità di costruire insieme, nonostante le difficoltà esistenti, un diverso avvenire, rendendo evidente con i fatti che anche se la linea difensiva è obbligata in questo frangente, essa rappresenta la risposta a un’emergenza che non cancella l’aspirazione a un nuovo modello di società basato su nuovi assetti economici e sociali, nuove relazioni industriali e un nuovo assetto istituzionale.

Siccome ciò non è compito esclusivo del Sindacato bisogna impegnare le altre istituzioni, per quanto di loro competenza a contribuire a questa rinascita del nostro Paese.

In Italia e, soprattutto in Europa, manca finanche un dibattito sulla crisi e su come svolgere un’azione per mettere fine alla guerra. Questo dimostra che sono assenti iniziative adeguate per una proposta capace di ridare al progetto europeo consapevolezza dei suoi problemi e dei suoi possibili destini e soprattutto come svolgere un’ azione autonoma.

Il movimento sindacale deve trovare la chiave giusta per affrontare questa realtà e trovare la forza sufficiente per contrastare i processi in corso.

Anni di denunce e di lotte, di scioperi e trattative hanno messo in evidenza le ragioni e l’indignazione dei lavoratori ed hanno prodotto grandi manifestazioni di protesta, senza riuscire però ad aprire nuovi sentieri di sviluppo e di occupazione.

Il fatto è che i governi nazionali avevano delegato la loro politica economica alle ottuse politiche iperliberiste dominanti in Europa, invece, era proprio qui che bisognava intervenire e non sui governi nazionali, in agonia politica, tutti proiettati su un’improduttiva competizione tra partiti.

Il sindacato deve opporsi efficacemente all’operazione in atto che prevede un riequilibrio delle finanze e una diminuzione del debito semplicemente liberandosi dagli oneri derivanti dalla protezione degli strati sociali più deboli e dal mantenimento di una serie di servizi pubblici a suo tempo considerati essenziali e oggi ritenuti un fardello.

Anche nella cosiddetta economia del debito, una corretta concezione politica economica nazionale, seppure inserita in un contesto di economia globale, dovrebbe distinguere tra investimenti e spese superflue che non sono i consumi, poiché i primi servono per creare ricchezza futura ed i secondi servono a vivificare l’economia reale.

Il movimento sindacale sul piano valoriale non dovrebbe permettere che la continua disgregazione degli organismi partecipativi distrugga ogni valore sociale e democratico, a cominciare da quello della solidarietà, della coesione ed integrazione sociale.

La solidarietà fa riferimento alla politica sociale quale strumento di aiuto e redistribuzione sociale, in cui è compresa sia l’idea di patto intergenerazionale, ma soprattutto l’idea di bene collettivo nell’intervento dello Stato, attraverso gli strumenti che garantiscano la persona in tutta la gamma dei suoi bisogni.

La salvaguardia di un modello di stato sociale nell’era della logica neo liberista e della guerra, dipende dalla possibilità di creare una federazione di stati europei, a partire dall’Eurozona o da alcuni suoi Paesi chiave.

Se ciò non si realizzerà verranno meno le condizioni per mantenere la solidarietà fra le diverse regioni europee, privando i popoli, non solo quelli europei, di un modello di riferimento per promuovere uno sviluppo più giusto e sostenibile a livello internazionale.

Vi sono quindi ragioni sufficienti di carattere morale, oltre che politico, per battersi al fine di ridare dignità e ruolo alla politica in Europa per un progetto di costruzione di uno Stato federale europeo.

È necessario, quindi, proporre un’iniziativa politica a livello europeo per ripristinare condizioni di equilibrio nella gestione delle risorse a favore dell’intera collettività. In tal senso, il sindacato deve proporre nuovi modelli economici e sociali, per avviare uno sviluppo economico diverso, non più solo mercantile, considerando le modalità di un lavoro a valenza sociale complessiva.

Un nuovo modello di crescita economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica sociale, non più basata sull’assistenzialismo e le spese improduttive, ma su un percorso che mira ad una reale democrazia economica del sociale e del lavoro, che può ancora realizzarsi.

Certo qualcuno può considerare queste valutazioni come sogni del passato, perché siamo in una economia di guerra, con la conseguenza, se continua, nell’impossibilità di approvvigionarsi delle materie energetiche che inciderebbero ancora di più sull’economie, in particolare europee, e sui lavoratori e i cittadini.

Ma sono i tempi di crisi che fanno emergere i gruppi dirigenti che siano in grado di costruire azioni e strategie, magari anche utopiche, che possono dare una speranza.

Voglio ricordare, infine, che il sindacato confederale deve essere impegnato a sostenere le sue strategie, non solo di contrattazione e di salario, certamente importantissimi, ma, soprattutto, anche di quale modello di società, di economia, di stato sociale e di modelli istituzionali vuole che siano perseguiti.

Su queste basi si può dare davvero una nuova linfa e trovare nuovi assetti e nuove strategie che impegnino tutti insieme un futuro migliore non solo nei singoli Paesi, ma in una Europa profondamente innovata.

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