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Il lavoro che celebriamo non è più il lavoro che viviamo

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Festa del Lavoro

Interroghiamo il presente e prediamo coscienza di una profonda trasformazione in atto

La Festa del Lavoro non si celebra in modo uniforme in tutto il mondo.

In molti Paesi, Europa, gran parte dell’Asia, America Latina il 1° maggio è la data simbolica, legata alle lotte operaie di fine Ottocento e in particolare agli eventi di Chicago del 1886, la rivolta di Haymarket, emblema di diritti negati e tensione sociale, un simbolo potente di conflitto sociale, scioperi radicali e mobilitazione operaia.

Il primo maggio, a livello internazionale, nasce proprio da lì. Ma per le autorità americane quella data era troppo carica di tensione politica, troppo associata a movimenti considerati sovversivi all’epoca, come anarchici e socialisti.

Per questo, alla fine dell’Ottocento, il governo statunitense decise di spostare la celebrazione del lavoro a settembre, creando il Labor Day. L’obiettivo era chiaro, mantenere una festa dedicata ai lavoratori, ma separarla da quel significato conflittuale e da quella memoria di scontro.

Quindi, Stati Uniti e Canada, festeggiano il giorno del lavoro a settembre, per una scelta storica e politica che ha separato quella ricorrenza dal 1° maggio.

Alcuni Paesi non la celebrano affatto o le attribuiscono un significato diverso, più istituzionale che conflittuale. Questo già dice molto, il lavoro non è una realtà universale omogenea, ma una costruzione che cambia a seconda dei sistemi economici e politici.

Domani torniamo a celebrare il lavoro come se fosse una categoria stabile, riconoscibile, quasi immutabile. Ma la domanda che mi pongo è un’altra: cosa stiamo davvero festeggiando?

Il primo maggio nasce in un’epoca in cui il lavoro era il centro visibile della società. Era fatica, presenza fisica, tempo misurabile, sicuramente era anche conflitto, ma un conflitto chiaro, tra chi lavorava e chi deteneva i mezzi di produzione.

In quel contesto, rivendicare diritti significava intervenire su qualcosa di concreto, tangibile.

Oggi quella struttura si è dissolta o, meglio, si è trasformata fino a diventare irriconoscibile.

Il lavoro non è scomparso, ma si è frammentato. Non è più solo fabbrica o ufficio, ma piattaforma, algoritmo, prestazione intermittente. Non ha più confini netti tra tempo produttivo e tempo personale, non garantisce più continuità, né identità.

In molti casi, non garantisce nemmeno stabilità economica. Eppure, continuiamo a celebrarlo con gli stessi simboli, lo stesso linguaggio, la stessa ritualità dei decenni passati.

Il primo maggio presuppone un’idea di lavoro che oggi non coincide più con la realtà. Presuppone un soggetto collettivo che si riconosce, mentre oggi prevale l’individualizzazione. Presuppone un sistema che può essere negoziato, mentre oggi molti dei meccanismi decisivi sono opachi, distribuiti, difficilmente attaccabili.

Non siamo certo davanti alla fine del lavoro, ma alla fine della sua forma storica.
Nel frattempo, cresce un paradosso evidente; da un lato si parla di carenza di lavoro stabile, dall’altro si moltiplicano le attività, le prestazioni, le micro-occupazioni.

Si lavora di più, ma si è meno “lavoratori” nel senso tradizionale. Si produce valore, ma senza avere il controllo delle condizioni in cui quel valore viene generato. E allora la mia domanda torna ancora più precisa.

Ha ancora senso festeggiare il lavoro come se fosse quello di ieri?

Forse, il punto non è smettere di celebrarlo, il punto è riconoscere che ciò che stiamo celebrando non esiste più nella forma che immaginiamo. Non voglio “attaccare” una giornata di festeggiamento, ma portare a una riflessione, perché continuare a ripetere il rito, ma senza mai interrogarsi sul cambiamento, rischia di trasformare una giornata nata per rivendicare diritti in una rappresentazione vuota.

Il lavoro non è più solo una questione economica, è diventato una questione di accesso, di posizione e ruoli dentro sistemi che distribuiscono opportunità in modo sempre meno trasparente. Non riguarda solo chi lavora, ma chi può lavorare, come e a quali condizioni.

E, forse, il primo maggio, oggi, dovrebbe servire a questo non a confermare un’immagine del passato, ma a interrogare il presente. Celebrare qualcosa senza riconoscerne la trasformazione non è memoria, ma perdita di consapevolezza.

E senza quella consapevolezza, anche i diritti più importanti diventano sempre più fragili.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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