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L’Oriente confina con Dio, ma ci vuole il passaporto

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Oriente, Dio, passaporto

Il Risveglio spirituale non è legato al genere

Da Schopenhauer a Osho, è tutto un ribollir di spiritualità riveduta e corretta proveniente dal più esotico dei continenti.

“Risveglia la tua kundalini e diventa una persona ad alta vibrazione”, recita uno spot di moda.

Quante volte abbiamo letto libri in cui promettevano mirabolanti poteri. Sulla Rete, poi, troviamo una pletora di istruttori improvvisati con una infarinatura di fisica quantistica mal compresa, tanto per adeguarsi ai tempi, pronti a iniziarci.

L’avete capito, parlerò di Oriente oggi.

Il suo fascino è indubbio. Storia, letteratura, viaggi di studiosi e aspiranti mistici verso l’India e il Tibet, ci hanno descritto magie e miracoli presenti a ogni angolo di strada.

L’iniziazione, è bene precisare, è annichilimento attivo, risonante volo nel seno dell’Assoluto. Sia ben chiaro, amici, è oramai da secoli che più non esistono in Occidente istituzioni in grado di offrire un’iniziazione completa e reale.

Solo si incontrano – e nei casi migliori – Ordini residuali che possono concedere all’aspirante alla Luce un accesso potenziale ai Piccoli Misteri e forse un paio di cerchie interne, in grado di condurlo sino alle soglie della Porta chiusa del Re.

Null’altro. Non escludo in assoluto che alcuni di noi possano ricevere la trasmissione iniziatica direttamente da Melkizedek o da Al-Khidr o da Krishna. Ma sono evidentemente eccezioni.

In Oriente, stando ai bene informati, le cose sono di poco migliori e, comunque, le autentiche scuole misteriosofiche induiste, sufiche, buddhiste e taoiste non s’aprono facilmente al pellegrino europeo o nordamericano e per svariate ragioni, fra cui l’atavica diffidenza dell’asiatico verso l’occidentale e perché sempre più si approfondisce il solco che divide la modernità dalle fonti primigenie.

Ho anzi l’impressione che gli occidentali che si recano in India in qualche ashram vengano bellamente menati per il naso, a scambiare l’esteriore per l’interiore. E non per malizia, ma perché così è imposto.

Conosco un’europea che recandosi in India ha ricevuto lo shaktipat, il tocco risvegliante da un autentico guru, Tirumalai Krishnamacharya, ma, in questo caso, i destini s’incrociano per configurazioni cosmiche speciali.

È noto, per esempio, che certi templi non si dischiudono a nessun titolo agli stranieri. È, quindi, più che supponibile che l’aspetto interiore delle dottrine venga ancor più custodito, per cui l’insegnamento che viene impartito in detti centri spirituali non è che lo zuccherino-souvenir elargito per levarsi di torno gli importuni.

E pensare che vi è gente che, dopo un paio di mesi di soggiorno in Oriente, o uno stage di due settimane in qualche centro, è convinta d’essere penetrata nei più intimi recessi della sapienza asiatica. Costoro non hanno mai riflettuto sul fatto che l’Oriente diffida di chi muta la propria fede con la facilità con cui cambia il proprio mantello, per dirla con Gandhi.

Kundalini? Mah, per Evola il risveglio del Fuoco sarebbe appannaggio solo di maschietti cazzuti. Sbagliava alla grande. Non v’è limitazione di genere. Tutti noi possiamo accedere al Risveglio, purché si abbia un’ardente religiosità non paga di sé stessa, aspirando a divenire Conoscenza indefettibile. Ogni altro sentimento o ambizione non è che sterile vanità.

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